La donna violata

Igiaba Scego
Igiaba Scego

Igiaba Scego
Nota biografica

powered by m@ntis | chi dà luce rischia il buio

Sabah al-kayr [1] con questo saluto Amina -uso un nome fittizio per non violare la sua privacy- mi accoglie nella sua bella casa alla periferia nord di Roma. Il tocco della padrona di casa è percepibile in ogni stanza, Amina ha sapientemente fuso oriente ed occidente. L'odore dell'incenso riempie l'aria e alle pareti troneggiano un panorama della Mecca e la riproduzione di un famoso quadro di Renoir. Ci sediamo l'una di fronte all'altra, l'imbarazzo tra noi è evidente, sappiamo benissimo che stiamo per affrontare un tema scottante (specialmente per una donna somala come Amina): l'infibulazione femminile. Una volta rotto il ghiaccio Amina mi racconta del dolore, la vergogna e la violenza a cui vengono sottoposte migliaia di donne in tutto il mondo. Purtroppo questa pratica è più diffusa di quanto si pensi. Viene perpetrata in 40 paesi, inclusi Italia e Stati Uniti, e riguarda centoventimilioni di ragazze in tutto il mondo, numero che viene arricchito ogni anno da due milioni di nuovi casi. Le mutilazioni sessuali sono comuni a numerosi gruppi: cattolici, musulmani, protestanti, ebrei, animisti e atei. Ma resta l'Africa ad avere il triste primato di donne infibulate. "Sostanzialmente" ci spiega Amina "esistono tre tipi di mutilazioni. La più innocua e di gran lunga la meno praticata è la sunna (parola araba che significa tradizione). L'operazione consiste nel rimuovere il cappuccio del clitoride, di solito si usa un oggetto tagliente come per esempio un pezzo di vetro o una lametta da barba. Il secondo tipo è la clitoridectomia vera e propria, chiamata anche tahara (purificazione). Consiste nella rimozione dell'intero clitoride e delle adiacenti labbra. Infine abbiamo l'infibulazione o escissione faraonica, fra le tre è la più brutale e violenta. il clitoride viene rimosso insieme alle piccole labbra e parte delle grandi. Al termine dell'operazione l'apertura viene ricucita, lasciando solo un piccolo spazio per il passaggio delle urine e del sangue mestruale. E proprio quest'ultima ad essere perpetrata in Somalia".

Questa pratica ha origine nell'antico Egitto. Secondo una leggenda gli dei erano dotati di una natura bisessuale, natura che viene ereditata anche dall'uomo. Segni di questa doppia natura sono il prepuzio nell'uomo e il clitoride nella donna. Solo eliminandoli, uomo e donna avrebbero recuperato la loro vera natura. Il clitoride resta comunque uno degli organi umani più demonizzati. Le leggende su di esso sono svariate e curiose. Per molte etnie africane ad esempio era considerato alla stregua di un fallo incompleto che avrebbe danneggiato l'unione sessuale ed un'eventuale bambino. Inoltre per molte società africane la scomparsa del clitoride è una garanzia di pulizia per la donna e per quell'organo tanto importante per la procreazione. Infatti queste società credono erroneamente che le secrezioni prodotte dalle ghiandole nella clitoride emanino un cattivo odore e siano nocive per la salute della donna e di un eventuale bambino. Invece è vero il contrario. Nell'infibulazione la chiusura della vulva comporta una lenta e cattiva fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale che spesso da origine all'ematocolpo (raccolta di sangue mestruale in vagina) e la mutilazione porta in alcuni casi alla sterilità.

In realtà la ragione di tanto chiasso intorno a quest'organo era legato al piacere sessuale della donna. "Già gli antichi romani" ci dice Amina, forte dei suoi recenti studi di antropologia "praticavano l'escissione per impedire alle loro schiave di fornicare. L'escissione nasceva di fatto come forma di controllo sulla donna. Si pensava che una donna privata del piacere sessuale, avrebbe avuto meno possibilità di tradire il suo uomo. Non sappiamo quando sia nata questa pratica, ma tutti gli studiosi sono concordi nell'individuare nell'ambiente nomade patriarcale la sua culla. Il pastore che mancava dal suo capanno per il pascolo voleva essere certo che i figli nati dalla sua donna fossero effettivamente i suoi, quindi le mutilazioni dei genitali femminili erano e sono tuttora considerate una sorta di cintura di castità ante litteram. In realtà sappiamo benissimo che la promiscuità è una forma di comportamento che nasce da una unione complessa di comportamenti sociali, quindi di fatto la mutilazione non ha nessun influsso diretto sulla fedeltà della donna. Per altri invece la mutilazione è una garanzia di verginità. In tutte le società africane questo è un requisito indispensabile per il matrimonio, pena una vita di solitudine e stenti. In verità anche questo risulta essere un falso mito; perché la verginità è garantita dalla presenza dell'imene, che spesso viene lacerata proprio nel corso dell'operazione. Nella società patriarcale è diffusa l'idea che le MGF [2] migliorino le prestazioni sessuali maschili. Infatti il clitoride in questo caso è considerato un organo gemello e omologo del pene, quindi si pensa che il loro contatto sia negativo (o addirittura porti ad una veloce eiaculazione) e porta l'uomo ad una rapida conclusione del rapporto. Questo naturalmente non è vero, ma il solo crederlo porta gli uomini (che ricordiamo vivono in società parzialmente o totalmente patriarcali) a considerare l'esistenza del clitoride un affronto contro la loro persona. Anche per questo la pratica dell'infibulazione si è tanto diffusa, infatti si pensa che eliminando l'organo incriminato e riducendo il più possibile l'orifizio, il piacere del maschio aumenti durante il rapporto sessuale. Questa spiegazione è valida solo dove i maschi siano stati condizionati dalla società a credere che la donna deve essere passiva, subordinata, mutilata, in poche parole un tronco che non parla e non prova sentimenti. La realtà è che pochi uomini aspirano ad avere una donna così (specie i più giovani) e da alcuni studi fatti in Africa su un campione di uomini di varia età e ceto sociale si è notata una inversione di tendenza: gli uomini apprezzano maggiormente l'atto sessuale con donne non mutilate e partecipi emotivamente all'atto stesso. Mi vengono in tal senso in mente le parole di Tayeb Salih [3], nel suo bellissimo romanzo La stagione della migrazione a Nord, a proposito di sensualità e mutilazione: Se tu avessi provato le donne abissine e le nigeriane, avresti buttato via la corona e lasciato di pregare. Quello che hanno in mezzo alle cosce è come un piatto capovolto, al suo posto ed intero, bene o male che sia. Qui da noi lo tagliano e lo lasciano come terra desertica". [4]

Allora chiedo ad Amina perché si fa ancora? Mi guarda con uno sguardo un po' malinconico e poi comincia a spiegare con il suo piglio battagliero: "potrei riassumere tutto con una parola: abitudine. La pratica è ormai entrata nella tradizione, la si fa senza discussione. Per molte ragazze l'operazione significa entrare nel mondo delle donne adulte ed è equiparabile ad una sorta di prima comunione per l'intensità con cui è vissuto l'evento. Per le ragazze ignare è un momento di grande gioia e nessuna è consapevole dei rischi dell'operazione. In Somalia quasi la totalità della popolazione femminile è infibulata, la donna non infibulata diviene automaticamente una fuori casta, un'impura. Le probabilità che una donna non infibulata trovi marito e si inserisca in società sono quasi nulle. Alcune donne arrivano al punto di farsi anche reinfibulare, cioè ricucire le labbra, dopo il parto; aggravando i già forti danni subiti. Molti credono che le MGF siano una prescrizione religiosa, ma non hanno un fondamento religioso. Il Corano o la Bibbia non contemplano questa usanza". Provo a chiedere ad Amina se vuole raccontarmi della sua esperienza personale. Il volto è tirato e stanco, si vede che sta combattendo una dura battaglia con se stessa. Rabbia e vergogna sembrano pervaderla al ricordo di quella violenza, ma riesce a dominarsi e mi racconta con voce suadente: "Avevo circa sette anni . Come vuole la tradizione mi fecero fare un bagno e le donne si misero a cantare per me. Quel giorno sarei diventata donna. Sapevo benissimo che l'operazione sarebbe stata dolorosa, la mamma mi aveva spiegato tutto. Arrivai dalla mammana, addetta all'operazione, allargai le gambe e pregai. Altre due donne mi tenevano le gambe, per impedirmi di muovermi durante l'operazione. Il tutto avveniva senza anestesia, mi ricordo il dolore fortissimo, ma nonostante tutto cercavo di non divincolarmi, fuggire era considerato una grande vergogna. Al termine mi vennero legati i fianchi e stetti così per circa una settimana, dovevo dare il tempo alla ferita di cicatrizzarsi. Mi viene da ridere se penso come era ridicola la mia andatura in quei giorni, sembravo una geisha ubriaca. Per fortuna quei tempi sono passati ...almeno ora usano l'anestesia!"

Oltre ad essere uno shock psicologico, le mutilazioni portano a gravi conseguenze. Le infezioni ai genitali e alle aree circostanti sono all'ordine del giorno, per non parlare poi di setticemia, shock emorragico, ritenzione delle urine, infezioni e frigidità sessuale. Spesso le condizioni sanitarie non sono delle migliori, vengono usati svariati strumenti: coltelli, rasoi, pezzi di vetro (sono pochi a ricorrere all'ospedale). Si corre sempre di più il rischio di trasmettere il virus dell'epatite o l'HIV. "L'operazione ti cambia la vita" aggiunge Amina "Fatti normali come il ciclo mestruale si trasformano in un vero incubo. Non parliamo poi dei rapporti sessuali o delle gravidanze...ora per fortuna qualcosa si sta muovendo. Ci sono molti programmi di rieducazione da parte di organi ufficiali. Purtroppo le MGF non sono solo un male somalo [5], ma sono diffuse in molte aree africane. Oggi molti paesi hanno promulgato leggi contro l'infibulazione. In Egitto e in Ghana c'è una legislazione specifica. Mentre nel Burkina Faso le mammane che la praticano sono severamente punite. E proprio dal Burkina Faso è arrivato uno dei segnali di speranza contro questa pratica infausta. Il presidente della Repubblica ha dichiarato al suo popolo di non aver sottoposto le figlie all'escissione. Il gesto ha creato un 'modello' di comportamento nel paese e oggi il numero di bambine mutilate è sceso vertiginosamente".

E in Europa, le chiedo, qualcuno pensa a voi? "Certo, questo ormai è un problema globale. Ormai sono molte le comunità straniere che hanno importato l'infibulazione anche in Occidente. Le legislazioni si sono adeguate. Purtroppo in Italia, dove vivono 38.000 donne escisse, ancora non sono state varate leggi adeguate. Inoltre le società occidentali sono scarsamente preparate ad affrontare questa problematica dal punto di vista sanitario. Molte donne mutilate si sono lamentate del comportamento dei medici che invece di aiutare la paziente, le usano come cavie da laboratorio. Io mi ricordo ancora la mia prima visita ginecologica qui in Italia, non mi sono mai sentita così umiliata e triste. C'era la fila per vedere la mia mutilazione! Per fortuna ho poi incontrato un bravissimo medico italiano che era stato in Uganda e a Gibuti, naturalmente conosceva le MGF. Mi ha aiutato tantissimo e mi ha dato un valido aiuto per riprendere in mano la mia vita di donna e di madre. Ci vuole più formazione in ambito ospedaliero e anche un valido supporto psicologico".

Amina è stanca, ma vuole aggiungere ancora un'ultima parola: "Sono moltissimi le donne e gli uomini che vogliono combattere questa inutile pratica. Si deve fare molto, il cammino è lungo. Io sono convinta che l'apporto degli uomini sia fondamentale, ma sono anche altrettanto convinta che la vera lotta debba partire da noi donne. Siamo noi che dobbiamo con un passaparola estenuante spiegare alle altre l'inutilità di tutto questo. Io ho due figlie e mai e poi mai le farò sottoporre a questa pratica. Certo il mio gesto può sembrare una goccia in mezzo all'oceano, ma l'oceano non è forse fatto da migliaia di gocce?"

NOTE

[1] Buongiorno in lingua araba.
[2] Sigla di mutilazione dei genitali femminili
[3] Scrittore del Sudan.
[4] T. Salih, mawsim al-Higra ila-s-Samal. tr.italiana di Francesco Leggio, La stagione della migrazione a Nord, Sellerio, Palermo, 1992.
[5] Sono 28 i paesi africani in cui si praticano una o più forme di MGF. La zona interessata è la fascia centrale del continente. L'infibulazione interessa quasi la totalità della popolazione in Somalia, Gibuti e Sudan (con eccezione delle tribù cristiane del sud), Nord Kenya, Sud Egitto, Nord Nigeria e alcune zone del Mali. Altre forme meno invasive vengono praticane in Etiopia, Burkina Faso, Costa D'Avorio, Ghana, Togo, Tanzania, Uganda, Senegal. Ci sono casi di MGF anche fuori dall'Africa: Oman, Yemen, Emirati Arabi Uniti e in alcune zone dell'Indonesia e della Malesia. Inoltre questa pratica è molto diffusa tra le comunità immigrate da paesi in cui si praticano le MGF in Canada, Stati Uniti, Europa e Oceania.

Commenti [+ aggiungi]

Mostra|Nascondi Risultati: 1

  • [2] Valerio (redazione)
    Cara Lorena, hai ragione a indignarti, ma credo che la tua rabbia vada indirizzata non verso la cultura che c'è dietro queste pratiche (sicuramente abominevoli), ma verso l'atteggiamento occidentale nei confronti delle altre culture. Qui in Europa è vietato torturare, mutilare, ecc. Basterebbe far conoscere e rispettare questa legge, che non tocca in nessun modo i diritti di libertà religiosa. Non c'è un'unica risposta, non c'è un'unica via (né tantomeno "retta"), e ricordati che viviamo contro natura, tutti. Inoltre queste pratiche vengono applicate anche ai maschi (circoncisione) in condizioni igieniche spesso ignobili. Quindi il maschilismo non c'entra niente.
    Ti consiglio di leggere "La storia non è finita" di Claudio Magris... Grazie.

    Imprimatur 21 maggio 2009 @ 15:54 Link permanente

  • [1] lorena
    Oggi mi trovo su questo sito,poichè una mia amica ostetrica mi ha raccontato di avere conosciuto una delle tante ragazze costrette all'infibulazione...non ho parole!una vergogna!nel 2009 come è possibile?! Dobbiamo fare qualcosa tutti uomini e donne!lSiamo nati tutti con un corpo,perchè modificarlo?E sopratutto perchè andare contro natura?perchè far soffrire per uno schifoso maschilismo?Allora mi chiedo è davvero giusto che ognuno abbia una propria cultura oppure unico è il principio che dovrebbe capeggiare nella vita di tutti?le mie domande a proposito sarebbero infinite...se qualcuno dovesse avere una risposta mi faccia sapere,perchè io ancora non riesco a giungere a quel sapere unico che dovrebbe condurmi alla retta via...

    Imprimatur 21 maggio 2009 @ 01:56 Link permanente

Lascia il tuo commento

Codici permessi

  • Sii gentile e non cedere allo spamming;

  • Se possibile evita il linguaggio volgare… non stupisce più nessuno;

  • Nel commento è permesso inserire i seguenti tag HTML:
    <a href="xxx.yyy" title="zzz" >, <br />, <b>, <strong>, <i>, <em>, <pre>
    <ul>, <ol>, <li>, <blockquote>, <p>;

  • la lunghezza del commento è limitata a 2000 (duemila) caratteri;
Discuti l'articolo

Num. 6 § Interviste
La donna violata
di Igiaba Scego ¦ pubblicato: aprile 2003 [visita 7642 29-set-2016 @ 13:58]

Igiaba Scego Igiaba Scego è nata a Roma il 20 Marzo 1974, da genitori somali, rifugiatisi in Italia dopo il colpo di stato militare di Siad Barre (1969) che mise fine alla felice parentesi democratica del paese. È laureata in lingue e letterature straniere all'università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con alcune riviste che si occupano di immigrazione tra cui "Latinoamerica","Carta" e "Migra". Nel 2003 ha vinto il premio letterario Eks&tra per scrittori migranti. Di prossima pubblicazione un suo libro "La nomade che amava Alfred Hitchcock", Sinnos editore.
Il suo interesse per il mondo dell'intercultura non è nato solo per le sue radici somale, ma anche grazie all'incontro con persone illuminate (sia nel mondo accademico sia all'esterno). Dopo gli studi infatti ha collaborato con alcune ONG (anche sul triste fenomeno delle mutilazioni dei genitali femminili) ed ha continuato il suo percorso di studi. Nel 2002 ha conseguito un master in peacekeeping and security studies all'Universita Roma Tre e ora sta ultimando il corso di specializzazione in educazione interculturale nella stessa università. Attualmente vive a Roma dove si divide tra la passione per la scrittura e il lavoro.
[email: igiaba@tiscali.it]