Diario di viaggio, la rivincita del caro diario nella ricerca sul campo

Alessandra Chiricosta
Alessandra Chiricosta

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Nota biografica

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A distanza di un anno dal mio ritorno in Italia dalla Missione nel Sud Est Asiatico continentale svolta insieme al Prof. Gerardo Bamonte per conto del Dipartimento di Studi Storico-Religiosi dell'Università "La Sapienza di Roma", mi rendo conto di quanto sia utile, anche ai giorni nostri in epoca di collegamenti multimediali, di rapidità di comunicazione, di riproducibilità tecnologica -non solo delle opere d'arte, proseguire in quella pratica all'apparenza obsoleta, colonialista, vetero antropologica quale è la scrittura del celeberrimo "Diario di Viaggio".

Quando Gerardo Bamonte, che coordinava la Missione, ha sollecitato me e gli altri ricercatori a tenerne uno a testa, ho ritenuto che si trattasse di una metodologia ormai antiquata, visti i supporti audiovisivi di cui disponevamo. Subendo in pieno la fascinazione della Visual Anthropology, infatti, già pensavo a che tipo di montaggio avrei potuto realizzare per non cadere nella consuetudine documentaristica e nelle sue pretese oggettivanti, bensì, facendomi forte di una preparazione teorica in Estetica, far sì che le immagini fossero foriere di problematicità, che la percezione dell'Altro si presentasse in tutta la sua dirompente difficoltà, mostrando quel sostrato di irrappresentabilità che spesso le parole, proprio nell'uso ostensivo che una descrizione vuole assumere, tendono ad omettere. Ma il famoso "Altro" che andiamo a cercare in capo al mondo, puntualmente si presenta in ritardo al nostro appuntamento, arrivando proprio quando siamo pronti ad andare via, quando pensiamo di aver iniziato a comprendere qualcosa, solo per affermare, con la sua muta presenza - muta per noi che non riusciamo a comprendere il suo linguaggio - l'ennesimo fallimento a cui la nostra volontà di dare rappresentazione sia giunta, naufragata in balbettii insignificanti. E così, dopo mesi di rinvii, problemi tecnici, programmi di computer inadatti, inesperienza tecnologica, paura, indecisione, crisi dello "schermo bianco" e quant'altro, mi trovo ancora con le mie ore di riprese non riconfigurate, ancora in attesa di mostrare quella difficoltà di espressione del senso che avrei voluto comunicare.

Più passa il tempo, poi, più le immagini "grezze" mi restituiscono emozioni, impressioni diverse, nostalgiche talvolta, di quell'esperienza per me così significativa, ma sfugge sempre di più la percezione di allora, quel senso reale di crisi che avevo percepito con tutta me stessa, negli odori, nelle sensazioni, nei gusti di qualcosa al contempo familiare ed estraneo che quotidianamente, e senza che io me ne rendessi conto più di tanto, riconfigurava me.

Mi sono dovuta arrendere a rileggere quel diario scritto per dovere, scoprendolo più denso di quanto avessi voluto renderlo. Mi sono arresa all'ultimo verso della poesia di George letta da Heidegger - arresa alla più occidentale delle prospettive, quella filosofica, laddove avrei voluto trascendere contro Wittgenstein i limiti del mio gioco linguistico - "Nessuna cosa sia dove la parola manca".

La parola mi ha ridato, anche se parziale, ridotto, insufficiente, il senso che non trovavo più nelle immagini. Forse anche questo un destino dell'Occidente? O forse solo un limite della mia possibilità di elaborare e di esprimere?

Di seguito riporto un brano dal mio "Diario Personale", volutamente non rielaborato affinché assolva quella funzione di restituire una percezione appartenente al passato, ora necessariamente differente. In fondo l'analisi sul campo risponde a caratteristiche di "semiosi illimitata", di rifigurazione continua di un senso che non può mai darsi per definito, ma che procede sul filo del rasoio, a rischio continuo di caduta nel baratro della non comprensione, del fallimento. Un processo diacronico che costringe chi si assume presuntuosamente il compito di "interpretare", ad una periodica testimonianza della banalità dei propri fallimenti.

Dal Diario Personale

Il tempio Sok Pak Luang si trova al di fuori dal centro della città di Vientiane, nella zona Nord Est. Si raggiunge facilmente con un Tuk-tuk, giacché è ben conosciuto e molti turisti vi si recano. La principale attrattiva non è tanto costituita dal tempio in sé, formato per la gran parte da strutture di non particolare rilevanza artistica, quanto dalla possibilità di poter effettuare corsi di meditazione, saune alle erbe e massaggi tradizionali. Tutte queste attività sono segnalate assai positivamente sulla Lonely Planet. I corsi di meditazione si basano sulla tradizione Vipassana, sono tenuti da monaci e monache del tempio e aperti sia ai laotiani che agli stranieri. Il punto di partenza è costituito da un incontro settimanale, di circa un'ora, come primo approccio ai metodi meditativi. Si può, quindi decidere di affrontare corsi di maggiore intensità, per periodi più lunghi.
Giungo al tempio nel primo pomeriggio, e mi reco al punto di riunione segnalato sulla guida. Si tratta di un grande albero, prospiciente la sala delle preghiere, al lato di un'alta statua di Buddha. Siamo circa otto persone ad attendere, la maggior parte di nazionalità tedesca, due ragazze giapponesi e una statunitense. Circola una voce, per cui il monaco che di solito si occupa di tenere i corsi settimanali sia malato, e che quindi non sia certo lo svolgimento regolare dell'incontro. Rimaniamo ancora in attesa, finché un giovane monaco ci invita, in inglese, a seguirlo.

Attraversiamo parte del parco in cui è costruito il tempio. Immerse nel verde si intravedono alcune costruzioni, su pali e non, che il nostro accompagnatore ci spiega essere le abitazioni dei monaci. Ci porta di fronte ad una piccolissima costruzione su pali, e ci chiede di toglierci le scarpe. Saliamo le scale in legno, e entriamo in una piccola stanza quadrata, spoglia, in cui, seduta in un angolo su dei cuscini, ci attende un'anziana monaca, di nome Mae Kakeo. A differenza dei monaci, vestiti in arancione, le monache indossano una tunica bianca, o leggermente azzurrata. Ci sediamo lungo il perimetro della stanza. Rimango leggermente avanzata rispetto agli altri, perché non c'è più posto vicino al muro. Il giovane monaco che ci ha accompagnati mi siede di fronte. Svolge funzioni da interprete, in quanto nessuno dei presenti parla Lao e la monaca non parla altra lingua.

Dopo una breve introduzione sul concetto di meditazione e di Dharma, la monaca ci spiega come sarà costituito il nostro incontro: passeremo i primi venti minuti in meditazione seduta, dopo di che passeremo alla "meditazione in cammino". Per la meditazione seduta ci consiglia una posizione comoda: visto che molti occidentali trovano assai disagevole la postura "a fiore di loto", ovvero con entrambe le gambe incrociate le une sulle altre, ci suggerisce una sorta di variante della posizione dell'ostacolista, con ambedue le gambe raccolte. La meditazione si svolge ad occhi chiusi, focalizzando la concentrazione sul proprio respiro. Questo non deve essere né controllato né impostato, solo seguito nel suo dipanarsi tra interno ed esterno del corpo. Ciò consente alla mente di focalizzarsi su "qui ed ora", e non disperdersi negli innumerevoli pensieri che la condizionano ogni istante. Trovo l'esercizio molto intenso: non essendo la prima volta che mi cimento in simili tecniche, ne comprendo la meccanica, ma, ovviamente, non ne padroneggio alcuna dinamica. Al termine dei venti minuti, un suono di gong ci richiama alla coscienza ordinaria. Siamo invitati ad esprimere le nostre impressioni e le sensazioni avvertite. Nessuno vuole esporsi per primo. Il monaco ripete la domanda, preoccupato che il suo inglese sia poco chiaro. A quel punto uno dei tedeschi rompe il ghiaccio, e descrive l'alternanza di sensazione di pace e di ansia provate. Con mia sorpresa la quasi totalità degli astanti sostiene di aver provato più ansia che serenità. Il monaco ne approfitta per stimolarci una riflessione sugli effetti fisici che le varie sensazioni provocano. Ci conduce a dire che ognuno dei quattro elementi che compongono la materia sia presente in ciascun individuo: se ci arrabbiamo domina il fuoco e ci "accaloriamo", il pianto denota la presenza di acqua, e così via. Per questa ragione è fondamentale mantenere sempre in equilibrio tutti gli elementi. Inizio vagamente a capire la funzione di una sauna interna al tempio.

A questo punto la monaca, che aveva assistito in silenzio alla spiegazione del monaco, ci guida lungo la meditazione in movimento. Si tratta di percorrere un tratto di strada, non importa quale o in che direzione, per una ventina di minuti, a passo costante, focalizzando l'attenzione sui propri piedi. La mente non deve vagare lungo il paesaggio, né disperdersi in pensieri, semplicemente essere consapevole dei propri punti di appoggio.Seguiamo in fila indiana Mae Kakeo, che compie, con lentezza ritmata, un paio di giri nel cortile al di sotto della propria casa. Risaliamo, quindi, nella stanza in cui eravamo stati prima, e, nuovamente, veniamo invitati ad esprimere le nostre sensazioni. Tutti sostengono di aver trovato questo secondo metodo molto più semplice. Io sono in totale disaccordo: non solo la maggiore quantità di stimoli esterni mi ha reso molto complicato incentrarmi su me stessa, ma un nugolo significativo di zanzare ci ha martoriato per tutto il percorso (o forse hanno colpito solo me?), rendendo arduo il distacco dall'ambiente esterno. Mi viene malignamente da pensare che molti dei presenti non abbiano colto il vero senso di questo tipo di meditazione, e si riferiscano solamente al maggior livello di comodità che una pratica in movimento possiede rispetto ad una in posizione non molto usuale.

Al termine di questo secondo momento, la monaca ci saluta, e ci rinnova la sua disponibilità per incontri a termine anche più lungo. Veniamo, quindi, invitati a lasciare un'offerta, del tutto volontaria, per contribuire ai lavori di ampliamento delle strutture del tempio. Quindi, insieme ad una ragazza americana mi reco verso la sauna: non ho tempo di sottopormi a massaggio o bagno turco, ma sono incuriosita dal fatto che un tale servizio si trovi dentro un tempio. L'edificio è in legno, su pali. È costituito da una serie di terrazze coperte e da due stanze chiuse: il bagno e la sauna. Su di una terrazza una decina di persone, tutte occidentali, siedono sorseggiando del the, mentre altre due persone, su di una terrazza adiacente, vengono massaggiati, sdraiati su lettini di canne intrecciate, da un uomo e una donna del posto.

Rimando un'indagine più approfondita al giorno seguente, e mi incammino verso l'ingresso. Lungo la strada incontro nuovamente il monaco che ci ha seguito durante la meditazione. Mi domanda se mi sia smarrita: colgo l'occasione al volo per fargli alcune domande. Dopo i primi convenevoli, ringraziamenti per il corso e via dicendo, ci presentiamo: si chiama Khouan, ha diciannove anni e da tre vive al tempio. Mi chiarisce subito il perché della sauna. Originariamente era stata costruita dalle monache, come luogo di purificazione e rigenerazione psicofisica. Ogni tanto, qualcuno dei partecipanti ai corsi di più lunga durata aveva fatto espressa richiesta di potersene servire. Da qui, con l'aumentare del numero dei visitatori, si sono trovati costretti ad affidarlo in mano a dei privati, non potendo né loro utilizzarlo più come prima, né, tanto meno prendere soldi da un'attività. Le monache, ogni tanto, se ne servono ancora, e parte dei proventi è versato come offerta al tempio.

Trovo di estremo interesse questa attenzione alla realtà corporea, e comprendo sempre meglio la funzione riequilibratrice (secondo la teoria degli elementi prima spiegata) del bagno alle erbe. Purtroppo non ho molto tempo a mia disposizione. Saluto Khouan, promettendogli una visita per l'indomani, e mi accomiato. Con mia estrema sorpresa mi stringe la mano. Dai miei studi sapevo che i monaci theravadin non possono essere neppure sfiorati nelle loro vesti da donne. Rimango con questo dubbio fino al giorno successivo.

L'indomani, giunta al tempio cerco invano Khouan. Mi avvio, dunque verso la sauna. Si tratta di un bagno di vapore alle erbe, simile più ad un bagno turco che ad una sauna. Sono invitata a cambiarmi dietro un telo da una ragazza che sembra gestire il posto. Mi forniscono un pareo per coprirmi ed entro nella sauna. La stanza è piccolissima: a stento entrano insieme quattro persone. Il vapore è talmente denso che non vedo nulla, e mi oriento a tentoni. Mi siedo su di una panca di legno e tento di rilassarmi. Appena gli occhi si abituano al buio, riconosco in una delle persone che mi siedono di fronte la monaca del giorno precedente. Mi riconosce e mi sorride. Prova a rivolgermi qualche parola, ma faccio segno di non capirla, e la conversazione si interrompe così. Indossa la solita veste, ma molto discinta. Mi sembra così strano, visto che all'interno della sauna sono presenti anche due uomini, ma poi mi richiamo all'ordine, invitandomi a non sovrapporre le mie griglie culturali a culture altre.

Comunque questo incontro mi ha confermato ciò che Khouan mi aveva detto il giorno prima. La monaca esce dopo pochi minuti, e dopo circa un quarto d'ora di depurazione esco anch'io. Mi viene offerto del the alle erbe, terapeutico e rigenerante. Dopo di che vengo sottoposta al massaggio. Si tratta di un massaggio tradizionale, impostato sulle tecniche dello stiramento e allungamento delle articolazioni più che sul defaticamento muscolare. Ciò lo mette ancora più in relazione con la finalità meditativa. Vengono, inoltre, stimolati attraverso digitopressione punti dislocati lungo alcuni "meridiani" della medicina tradizionale cinese. Non penso ci sia una filiazione da tale cultura, ma la mia scarsa conoscenza della medicina tradizionale laotiana non mi permette di avanzare ipotesi.

Terminato il massaggio, mi rivesto e vado a cercare Khouan. Ritornata sul viale centrale, sento che dall'edificio di preghiera provengono litanie: immagino che Khouan sia lì per la preghiera serale. Ne approfitto per continuare a girare nel tempio. Facendo riprese arrivo fino al cimitero dei monaci, costituito da una nutrita serie di piccoli stupa in pietra. Ad un certo punto mi sento chiamare. Khouan è uscito dalla sala e mi ha riconosciuto. È insieme ad altri monaci, suoi coetanei, che mi presenta. Ne approfitto per chiedere delucidazioni sul rapporto tra monaci e monache, e tra monaci e donne in genere. Mi rispondono un po' imbarazzati. Khouan mi dice che le monache vivono nel tempio con loro, ma, eccezion fatta per le ore di preghiera e alcuni servizi lavorativi, conducono vite separate. Per quanto riguarda le donne, è vero che un monaco non può neanche essere sfiorato da loro, ma ciò è vero solo per chi prende i voti superiori. Apprendo che nel tempio vige una struttura piramidale. Al livello più basso vi sono quelli che potremmo definire novizi: si tratta di ragazzi che entrano nel tempio per studiare (oltre al Dharma vengono insegnate anche altre materie, tra cui la lingua inglese), giacché la povertà delle famiglie spesso non consente di far proseguire negli studi in altro modo. In ogni caso l'ingresso nel tempio è volontario, e non sottoposto ad alcuna forma di coercizione. La decisione se prendere o meno i voti superiori (che consistono nell'osservazione di un notevole numero di precetti e proibizioni) è totalmente libera. Mi spiegano che è tradizione per ogni individuo di sesso maschile trascorrere un periodo della propria vita al tempio, e rispettare alcuni voti. Ciò non determina automaticamente la costrizione a diventare monaco a vita. Il trascorrere del tempo come monaco porta benefici e lustro a tutta la famiglia di appartenenza. Mi sembra molto significativo il mantenimento di una simile tradizione in un paese comunista. Del resto avevo avuto modo di osservare il grande rispetto in cui è tenuto il clero buddista in occasione di una processione avvenuta la mattina precedente. Si stava, infatti, inaugurando la statua di un patriota locale: il corteo in onore di questa, costituito da rappresentanti in costume di tutte le etnie presenti in Laos, da varie associazioni, studentesche e non, era stato, appunto, aperto da un gruppo di monaci. Al passare di uno di questi, suppongo un decano di uno dei templi maggiori, tutti gli spettatori si sono inginocchiati… e si trattava di una cerimonia laica per un patriota!

Tornando ai nostri monaci, mi chiariscono così di non essere sottoposti ad una totale proibizione del contatto con una donna…ridono imbarazzati, e non proseguo con le domande in merito.
Chiedo a Khouan il perché del suo ingresso al tempio: mi risponde che qui riesce a studiare meglio. Non sono totalmente soddisfatta di questa risposta, ma i miei tentativi di ulteriore indagine naufragano nel vuoto. È lui poi a chiedermi se tutto questo mio interesse sia finalizzato a diventare monaca, nel qual caso mi potrebbe far parlare con la stessa monaca che ha condotto la meditazione. È la sua maestra, e nutre molta stima e rispetto nei suoi confronti. Gli dico che mi piacerebbe molto parlare con lei. Purtroppo l'incontro non è organizzabile per quella sera, e l'indomani mattina sarei dovuta partire per il nord. Ci scambiamo comunque gli indirizzi di posta elettronica, e gli prometto che, se dovessi decidere di entrare in un tempio, sicuramente avrei preso in considerazione la sua offerta. Rincorsa dal consueto nugolo di feroci zanzare, prendo la strada verso il mio albergo.

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Num. 10 § Interventi
Diario di viaggio, la rivincita del caro diario nella ricerca sul campo
di Alessandra Chiricosta ¦ pubblicato: aprile 2004 [visita 3688 21-mag-2013 @ 12:18]

Alessandra Chiricosta Alessandra Chiricosta è laureata in Filosofia e in Scienze Storico-Religiose alla Sapienza di Roma; è diplomata in Lingua e Cultura Cinese presso l'ISIAO di Roma. Attualmente è cultrice della materia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Umanistiche della Sapienza. Ha partecipato a missioni di ricerca in Cina, Laos, Vietnam, Thailandia. Ha tenuto conferenze e pubblicato articoli di carattere filosofico e storico religioso, in particolare sul rapporto tra cultura "Occidentale" e culture cosiddette "Orientali". Insegna e pratica vari stili di arti di combattimento asiatiche.
[email: blunarcise@virgilio.it]