Abbiamo scelto per questione di privacy di non rivelare il
vero nome dell'intervistato. Lo Yousuf usato nell'articolo
è un nome fittizio.
"Yousuf è di là" mi dice lapidaria la signora
velata.
"Hai meno di un ora per parlare con lui, tra un po' ha il
treno" aggiunge.
Mi avvio. Ma poi la signora velata mi trattiene per un braccio,
dal suo viso appare tutta la disperazione di chi è
dentro a una vera missione impossibile. Mi guarda, fa per
parlare, poi ci ripensa.
Mi lascia andare.
Ci ripensa di nuovo.
Mi trattiene in una morsa più stretta della precedente;
mi duole il braccio.
Mi fissa come se mi vedesse per la prima volta e infine mi
fa "Cara non DEVE perdere il treno, ti prego". Poi mi da un
fazzoletto intinto di essenza di profumo e mi dice "Il ragazzo
non si è lavato da mesi, la puzza è diventata
una sua seconda appendice. Non è colpa sua. Se le cose
andranno secondo il volere di Dio vedrai non puzzerà
più".
Accetto volentieri il dono della vecchia signora e mi avvio-questa
volta per davvero- nella camera dove il ragazzo riposa. In
realtà lui non riposa affatto. Busso un paio di volte
e al terzo tentativo una voce mi fa cenno di entrare. Non
è sdraiato sul letto come immaginavo, ma è inginocchiato
per terra intento a mettere apposto le sue poche cose.
"Queste me le ha comprate la zia." Mi dice senza tanti preamboli
"Sai mutande, camice, t-shirts….anche questi pantaloni." Mi
mostra un paio di jeans neri pece. "Io dalla Somalia non mi
sono portato proprio nulla. Chi fa come me, deve per forza
viaggiare leggero".
Tiro fuori il fazzoletto intinto di profumo e me lo spiaccico
sul naso. Aspiro profumo come se fosse ossigeno vitale. La
signora aveva ragione. Il ragazzo puzza. Ma non si tratta
solo di cattivo odore, è qualcosa di più profondo.
Qualcosa che è legato a doppio filo con la disperazione
e l'abbandono. È la puzza della dolore, mi dico. Questo
pensiero mi fa vergognare di me stessa. Mi sento peggio di
un Borghezio di periferia. Mi chiedo: quale sarà la
mia prossima mossa? Disinfetterò forse i sedili dei
treni dove i migranti si sono seduti? O mi inventerò
qualche altra diavoleria maligna?
Ripongo il fazzoletto in borsa. Non voglio tradire me stessa.
Non voglio vergognarmi di ciò che sono. Quel ragazzo
ha coraggio, nessuno si dovrebbe vergognare di lui. Prendo
una sedia e mi avvicino. Noto con stupore che l'odore quasi
non si sente dopo qualche minuto. Forse perché ci si
abitua facilmente alla disperazione?
Non ci presentiamo. Questi convenevoli sono inutili. Siamo
sconosciuti, ma una sorte di parentela tribale ci lega. Io
conosco il suo albero genealogico e lui il mio. Forse quello
sarà il nostro primo e ultimo incontro, ma i convenevoli
di rito ci sembrano davvero banali. Inoltre fanno perdere
tempo e noi il tempo non lo possiamo proprio sprecare.
"Dove vai?" gli chiedo.
"Ora vado in Olanda, ma ecco in Olanda non ci voglio rimanere.
Vorrei andare in Svezia o al limite in Norvegia. Ora tutti
noi che ci siamo imbarcati nelle carrette ci dirigiamo lì.
Questi paesi danno un sussidio e una casa a noi rifugiati.
E poi in questo periodo sono le uniche ad accettare le richieste…se
mi fossi mosso prima sarei potuto andare in Inghilterra. Lì
si che è una vera pacchia! Lì i somali stanno
una favola…gli danno una spinta per farcela da soli e poi
voilà sono integrati. Hanno un passaporto e possono
viaggiare da una parte all'altra del mondo. Se potessi viaggiare
farei il commerciante, sai? Ho visto una tale quantità
di cose che potrei vendere, sapessi…ecco sarei proprio bravo
come commerciante".
Non ne dubito. Il ragazzo ha una parlantina veloce e sicura
di se. Forse da grande farà davvero il commerciante.
Dopotutto a 20 anni è lecito sognare un po'. E poi
fare il commerciante non è impossibile come fare la
rock star, penso.
"Da dove sei partito?"
"Ma che domande….da Mogadiscio, no?"
"Hai ragione, è ovvio. Volevo sapere in realtà
qual'è stato il tuo itinerario"
"Il mio itinerario sembrava non dovesse finire mai. Sono partito
da casa e poi con i pullman sono andato da Adis Abeba a Khartoum
e da lì in Libia."
"Hai avuto paura?"
"All'inizio no. Da Mogadiscio ad Adis Abeba e poi da lì
a Khartoum è stato divertente. Ho visto tante persone
diverse, alcuni hanno il mio stesso sogno e mi sono fatto
anche tanti amici. Ma dal Sudan alla Libia beh si rimpiange
facilmente di essere in vita."
"È così difficile?" chiedo sgomenta io.
"Può diventarlo. Attraversare il Sahara non è
facile. Non tutti ce la fanno. Ti caricano in hajikamsin
[1] pieni
di viveri e acqua, ma di solito si è in soprannumero
rispetto alla capienza del mezzo e rispetto alle vivande caricate.
Lungo la strada può succedere di tutto. Per esempio
un incidente o anche dei furti"
"Rubano?" gridai io perplessa.
"Si, rubano e come se rubano! Mi hanno detto che nel deserto
gira gente poco raccomandabile che è ben felice di
toglierti i due stracci che ti porti dietro. Sono dei senza
Dio"
Io penso che siano persone anche più disperate di quei
disperati che sognano l'occidente. Penso che la globalizzazione
sta producendo fenomeni aberranti, ma non gli dico nulla,
non voglio rovinare con una polemica inutile il suo racconto.
"E tu hai visto qualcosa del genere?"
"No, Grazie a Dio. Però mio cugino Alì partito
due mesi prima di me mi ha raccontato cose raccapriccianti.
Se si rimane senza mezzo e senza vivande si diventa degli
animali. Alì ha bevuto la sua urina. Pensa la sua urina….che
schifo! E mi ha detto che c'era chi non disdegnava la carne
dei compagni morti."
"Ma è orribile! Anche Alì ha fatto questo?"
"Lui dice di no, …io gli voglio credere"
Voglio credergli anch'io ad Alì. Mi chiedo come si
possa vivere col peso di quella colpa involontaria.
"Quindi è filato tutto liscio per te?"
"Si"
"Ma con che soldi sei venuto fino a qua?"
"Grazie alla benevolenza dei miei parenti. Ne ho parecchi
in Occidente, un po' in Canada, un po' in Danimarca, un po'
in Germania, un po' in Gran Bretagna. Anche negli Stati Uniti
e in Australia ho qualcuno. Sai cosa hanno fatto?"
Lo immaginavo cosa avevano fatto, ma dissi lo stesso no, mi
piaceva il suo modo allegro di spiegare le calamità.
"Si sono sentiti via telefono e hanno fatto una colletta per
me. E mi hanno mandato i soldi con gli hawala [2],
tanti soldi. "
"Quanti?"
"Circa 2500$"
"Così tanti?"
"I viaggi da una parte all'altra costano e poi in Libia ti
pelano. Quelle carrette immonde mica costano poco"
Lo sapevo, ma sentirlo dalla bocca di un ragazzo così
giovane fa impressione. Però il suo sorriso e la sua
tenacia mi fanno sperare per il suo futuro.
"E con che soldi andrai in Olanda, ora?"
"Io non ho niente, sarà la zia, che mi ospita ora,
a pagare. Lei non ha partecipato alla colletta perché
c'era bisogno di qualcuno che sostenesse la mia spesa qui
nel caso ce l'avessi fatta a superare il deserto e il mare."
Penso che i paesi disperati come la Somalia non avrebbero
potuto vivere senza la solidarietà comune. Dimenticati
dal mondo cosiddetto civile la Somalia ha trovato un modo
per aiutarsi da sola. Chissà come mai un popolo così
intraprendente e pronto sempre a darsi una mano, non ha trovato
la strada per una pace stabile e duratura. Qual'è la
maledizione che colpisce la mia gente e quella di Yousuf?
È un mistero insolubile, un mistero che dura da 13
anni.
Inutile lambiccarsi il cervello. Continuo a parlare con il
ragazzo.
"Arrivato in Libia che hai fatto?"
"Niente di particolare. Mi sono cercato degli agganci somali
per imbarcarmi. Passavo le giornate in Internet e le notti
all'aperto. Poi mi sono imbarcato"
"Il viaggio è stato difficile?"
"No, siamo stati fortunati. A capo della carretta era stato
messo un curdo…"
"In che senso è stato messo un curdo?"
"Gli scafisti non vogliono farsi cogliere con le mani nel
sacco, quindi da un po' non si imbarcano nelle carrette con
noi. Sai cosa fanno? No? Beh fanno un training di qualche
giorno a uno di noi. Gli insegnano tutto. Come condurre la
nave e come farsi rispettare dagli altri. Al momento della
partenza danno al "capo" una bussola, gli augurano buona fortuna
e gli intimano di buttare la bussola appena sono in vista
delle coste italiane. Se qualcuno viene beccato con la bussola
dagli italiani può essere scambiato per scafista e
passare un gran brutto momento. Il nostro curdo è stato
un mito! Giuro. I libici scelgono sempre o loro o qualche
arabo per condurre la nave. Noi africani siamo pessimi a condurre
le carrette e non parliamo dei somali."
"In che senso?"
"Nel senso che le poche volte che abbiamo condotto noi somali
siamo finiti fuori rotta….a Malta addirittura. Quei poveracci
hanno dovuto chiedere asilo lì, pensa. Certo meglio
che uno sputo in un occhio, però sono contento del
mio curdo!"
"Lo so te l'ho già chiesto, ma vorrei sapere se durante
la traversata hai avuto paura"
"Da morire! Non voglio dimenticare la gente che è rimasta
indietro prima di me e quella che rimarrà indietro
dopo di me. Molti fratelli sono stati presi dal mare….sono
contento di avercela fatta, ma non voglio dimenticatami di
loro. Leggo ogni giorno sure del Corano per loro."
"Sei religioso? Mi meraviglia questo…dicono che voi delle
carrette (o come vi chiamano ora in Somalia tahrib)
siate poco religiosi."
"Non è sempre così…ci sono molti atei e che
la guerra porta molta disillusione. Ma io sono un buon mussulmano,
sorella. Ci sono momenti in cui solo Dio è stato vicino
a me, non voglio essere ingrato, capisci?"
"Capisco" e aggiunsi "In Italia come ti hanno trattato?"
"Bene direi. Dove siamo sbarcati C'erano dei somali a fare
domande e accanto a loro c'era la polizia italiana. Sono stati
tutti molto gentili. Era molto diverso dalla Libia, lì
eravamo il pollo da spennare….non so se mi spiego. La gentilezza
era verso i nostri soldi, non verso di noi."
"E poi?"
"Poi niente, mi hanno dato questo foglio e mi hanno detto
ciao. Sanno benissimo che noi non rimarremo in questo paese…forse
per questo sono gentili. Non so….ma in Italia sai non rimarrei
comunque. È un bel paese, ma qui i rifugiati non hanno
sussidio ed è difficile integrarsi a quanto mi dicono.
Inoltre la comunità somala è molto diminuita…io
voglio sposarmi…per questo me ne devo andare."
Il foglio di cui mi parla il ragazzo è un permesso
di soggiorno provvisorio valido tre mesi, con una foto, un
timbro e con su scritto "richiesta d'asilo negato". Penso
che Yousuf non abbia tutti i torti, stare nell'Italia della
Bossi-Fini non è facile.
"E poi che hai fatto?"
"Appena ho potuto sono venuto a Roma dalla zia. Da lì
(Sicilia) siamo partiti in gruppo. I miei amici sono andati
a dormire al consolato [3],
io invece ho la zia"
"Ora cosa vuoi?"
"Ora voglio creare il mio futuro, voglio una moglie grassa,
figli in quantità, e non voglio chiedere più
il permesso per essere libero."
"Ce la farai?"
"Ci proverò!"
Chiude lo zaino. Il rombo del motore della punto bordeaux
della zia sancisce la fine dell'intervista. Gli stringo la
mano. "In bocca a lupo fratello" riesco a dire senza troppa
fantasia. Vorrei dire qualcosa di più intelligente,
ma non mi viene in mente niente.
Salgo sul mio motorino nero, lui invece nell'auto della zia
direzione Stazione Termini. Metto in moto.
Il giorno dopo sua zia mi dice "Ce l'ha fatta, sta ad Amsterdam".
è già qualcosa penso. Mi rimetto a leggere il
giornale…nuovi sbarchi, 34 disperati, 34 sognatori, 34 senza
patria. La vita continua e anche la disperazione.
NOTE
[1]
Pulmini
[2] I migranti (in questo
caso i somali) usano agenzie rette da connazionali per mandare
soldi nella madrepatria. Il sistema è sicuro ed efficace.
Queste agenzie hanno filiali in tutti quei paesi dove esiste
una forte presenza di migranti del paese X (in questo caso
di somali) e i soldi arrivano quasi in tempo reale. Si deve
consegnare la somma da spedire e una somma per il lavoro dell'agenzia.
Alcune agenzie hawala all'indomani dell'11 Settembre sono
state accusate di essere il mezzo usato da Al-Qaeda per riciclare
il denaro. Quelle sotto-accusa sono quasi sparite dal mercato,
ma il sistema continua con la stessa filosofia.Le hawala sono
a tutt'oggi l'unico mezzo che i migranti somali hanno per
inviare il denaro a casa.
[3] La Somalia non ha
più un governo. La sede consolare è usata oggi
come dormitorio


