Mundialis rerum concatenatio
scritto, diretto e interpretato da Walter Romagnoli
Musiche di Paolo Giri
eseguite da Paolo Giri e Massimo Santostefano
Elementi scenici di Domenico Botti
Organizzazione di Leonardo Contili e Maurizio Contili
Produzione di Associazione Teatrale De’ Campo
Festival Segni Barocchi, Foligno, Teatro San Carlo, settembre 2009.
Nell’ambito del Festival Segni Barocchi ho visto uno spettacolo degno di attenzione e di considerazione: Mundialis rerum concatenatio. Una proposta barbarica. Una esperienza che sta al di là del bene e del male. Un viaggio che va dalla terra al cielo, dalla natura alla cultura, dal buio delle viscere degli animali scorticati alla luce del sapere della scienza astronomica. Un esempio di teatro che non fa chiacchiere e non fa ideologia. Una prova ardua. Un’esperienza significativa, che ha visto come protagonista assoluto Walter Romagnoli: attore, regista e drammaturgo impegnato a figurare un insieme variegato di personaggi con mezzi esclusivamente artistici.
Figura Walter Romagnoli
Il testo utilizza tre lingue: italiano, latino e umbro del Seicento, inventato. Una miscela linguistica dura, oscura, materica, che esclude disinvolte pratiche logico-discorsive e che richiama alla memoria drammaturghi come Testori e Ruzante. Il testo è stato scritto per essere messo in vita, per essere ri-scritto in scena con il cuore, la mente e le viscere. Per poterlo recitare è necessario un attore che sappia utilizzare tutto il corpo e che conosca la centralità del tronco. Il linguaggio basso della macelleria è contrapposto a quello alto dell’osservatorio scientifico e alla fine, quando il primo s’intreccia con il secondo, i risultati desueti emergono e si fanno apprezzare, ma il potenziale seduttivo sarebbe stato certamente maggiore se la tecnica del passaggio dall’uno all’altro avesse interessato la drammaturgia nella sua interezza.
Lo spazio scenico, disadorno, si pone come luogo della visione e della testimonianza diretta. Le evoluzioni che Romagnoli compie nello spazio sono scarne, rigorose, decisamente espressive. A tratti trovo difficoltà a recepire il significato letterale delle parole, ma nonostante ciò capisco perfettamente le intenzioni dei personaggi e trovo conferma di un fatto semplice quanto stupefacente: la comunicazione è determinata dall’energia dei suoni veicolati nello spazio scenico. L’energia parla, rompe la crosta della parola e ne rivela il significato nascosto. E mi torna alla memoria uno spettacolo di teatro kabuki, visto molti anni addietro, perfettamente comprensibile nonostante il muro della lingua, e più di recente il dialogo tra un uomo e sette piccole anatre che non sanno volare, di cui ho parlato altrove.
All’inizio, l’attore se stesso si sposta da un punto all’altro dello spazio scenico carico di tensioni, risultando poco credibile, tutt’altro che seducente. Poi, all’improvviso, il corpo si trasforma liberando energie vitali e ritmi a getto continuo. Percepisco allora la leggerezza volatile del "corpo glorioso" che consente all’artista di far cantare la sua anima, rendendo percepibile ciò che è invisibile e impalpabile. In quei particolari momenti corpo e mente funzionano perfettamente: rivelano l’attivazione di un processo organico virtuoso, al limite, sul limite, alla ricerca del senso delle cose finite e della infinitezza dell’immateriale rintracciabile sulla soglia. Il campo delle percezioni fisiche si espande, afferra lo spettatore accorto rendendosi inafferrabile e lo mette nella condizione di considerare i personaggi portavoce dell’autore una ribellione/trasgressione a metà, impedendo al teatro di diventare "ossessione della vita" invece di essere rappresentazione della produzione di senso.
Mundialis rerum concatenatio, pur facendosi apprezzare per la prova d’attore fuori del comune, per lo spazio scenico precluso agli arredi e alle atmosfere, per la negazione dei clichés, per il superamento dei generi e la drammaturgia del frammento (cose di non poco conto), risulta per alcuni aspetti discutibile, il che non è in fondo un demerito. Oltre alle cose appena dette, penso che il taglio di alcune sequenze degli scortichini sarebbe stato di grande giovamento, lasciando intatto il significato delle carneficine bestiali che rimandano alle carneficine umane. La luce finale dell’osservatorio astronomico mi è apparsa meno apprezzabile del buio delle mattanze; meno potente dell’assenza di ogni senso di luce, di ogni pietà, di ogni sentimento del mondo; meno affascinante della presenza filosofica del nulla che avrebbe reso l’oggetto artistico crudele, duro, nero, decisamente barbarico.
Credo nella impurezza dell’opera, purché resti viva. L’atto di fede nel teatro, il viaggio avventuroso e l’atto di disvelamento non ammettono, nella finzione teatrale, falsità. Generano paura, però. Ma, nella paura, generano il coraggio di affacciarsi sull’orlo dell’abisso umano, fatto di orrore e di stupore, di cielo e di terra - di un cielo che a volte sembra non avere una terra e di una terra che a volte sembra non avere un cielo -, dove tutto rimane irrisolto, attaccato al gancio di un gigantesco punto interrogativo.


