Il padre di B.

Paolo Puppa
Paolo Puppa

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Nota biografica

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Danno anche a noi il caffè? Sì, caffè, perché no? Quassù, sì sto quassù. Sì, quello della pubblicità. Ma sì, quello colle nuvolette, le ostesse, la neve e San Pietro. C’è anche un attore, tanto famoso, mi hanno detto. Anche se l’accento è un po’ troppo romano. Però, non è un attore vero, quello. No, perché qualche volta fa il presentatore delle canzoni, come il siciliano alto alto, quello che vende anche aranci. Di questo son sicuro. Sì, però non mi ricordo bene. La mia memoria, ormai. Comunque, se ci fanno bere questo caffè Lavacca, o roba del genere, per me va bene. Era mio figlio che pagava il romano, e tutto lo sport. Si dice spot? Tanto, l’è lu stèss, basta intendersi. Perché mio figlio, sempre stato aperto e italiano, italianissimo. Tanto bravo, mio figlio. Proprio bravo. Si è sempre arrangiato lui, e da solo. Mai chiesto soldi a me, a suo padre dico.

Quanti attori famosi s’è preso, poi. E attrici, già attrici. Le pagava sempre in anticipo. Tirava fuori il suo bravo libretto di assegni e non stava a perder tempo. Tanto pagano gli inseristi. Non gli interisti, ma per carità. Gentaglia quella. Inseristi, o come si dice? Ma sì, quelli che metton su le loro balle, e a casa ci credono e vanno a comprare. Così si fa. Mi ricordo il Maike, il Raimondo e la Sandra. Anche la Iva, bella donna da giovane. I primi nomi, me li ricordo bene. Si ricorda da lontano, no? La Iva, mi piaceva molto a me, anche col naso prima dell’operazione. Una voce che spaccava i bicchieri. "Di quelle che non fanno sudare". Parole di mio figlio. Le donne lui sapeva bene dove e quando toccarle. Le magre, quelle sì che ti fanno sudare, invece. Dove tocchi, solo spuntoni. Aghi da calza. E devi far tutto te, prima di farle muovere. Meglio, molto meglio le burrose, che ti ci arrotoli su come sulle dune. Nel deserto.

Questo mi spiegava lui, quando tornava a casa dalle crociere, sfinito. Aspettava che sua mamma andava a letto tranquilla, e mi faceva le sue confidenze. Tra uomini, si sa. Magari un po’ esagerava, anche. Insomma, lui si arrangiava nelle crociere, per non chiedere soldi a me. Io avevo un ufficio cambi, con debiti e mutui. Neanche se volevo potevo, no? Ma lui tornava con tutti i suoi bravi capelli, il sorriso pieno di denti, e le tasche colla grana. Sembrava aver vinto qualcosa, sempre. Anche le orecchie, un po’ grandi, erano soddisfatte. Mance erano, ma che mance. Non erano mica amici, però, il Maike e il Raimondo, all’inizio. Se non era per la Sandra, una volta, a casa nostra, non c’era ancora la villa coi guardiani siciliani, non mi pare, comunque persone fidate e fedeli i guardiani siciliani, sempre il loro saluto per primi quando passavi, ma quei due là stavano per venire alle mani. Perché il Raimondo è sempre stato così, così, come dire. Insomma uno che si diverte a prendere in giro tutti. No, io preferivo il Maike. Anche mia moglie. Più sportivo, più abbronzato, più semplice e schietto. Certo che l’altro era proprio intelligente. Ma sapeva di esserlo. E allora, lei capisce. È diverso. Se uno sa di essere intelligente, deve cercare di non mostrarlo. Così diceva mio figlio. E infatti, lui ha sempre cercato di nascondere, nei primi tempi, che era un genio in tutto.

Ma proprio in tutto. Anche adesso la dice spesso, quella frase là. Come fa? "Aspettate". No, non era "aspettate". Forse era "per favore, ma per favore"? No, neanche "per favore". Boh, comunque una frase gentile. Si era abituata a dirla quando da ragazzo incominciava i concertini sulle navi. Aveva un suo repertorio. Lo chiamavano Pericomosiò. Una frase proprio gentile. Non ruffiana, come dicono i suoi nemici. Invidiosi perché ha fatto i danè. E invece lui la dice, questa frase, col cuore aperto, che ci crede. No, mio figlio B. non è capace di mentire. Perché a mentire ci vuole fantasia e lui ha sempre avuto poca fantasia. Da bambino, alle elementari, sarà stata sua zia suora, lui voleva sempre la Madonnina di gesso. La Madonna che il più buono della settimana si portava a casa il sabato. Quante volte se l’è meritata. E che albero di Natale ci comprava con quelle mance che portava in banca, non nel mio ufficio, troppo piccolo, non nella mia agenzia di cambio. Ovvio. Ecco, quello che mi manca quassù è il Natale, evvvvvvvvvero? Anche a lei?

Già. Il Natale. Che tempi. Il freddo nel bagnetto. D’inverno era tremendo abbassarsi i calzoni, sedersi sulla tazza. Ma quando occorreva, occorreva. E bisognava andare al ballatoio, dove la Sciura Teresa, la portiera, stendeva i mutandoni e il resto. E sul terrazzino, in una cesta, la biancheria stirata. Lui si offriva di raccogliere l’acqua piovana e la cenere, in cambio di mance. Bei tempi, quelli, in fondo. Di quello, strano no?, mi ricordo tutto. La Teresa ci dava sempre i confetti ai miei due ragazzi, e lui se li metteva sempre via. E li rivendeva ai matrimoni del condominio. Perché voleva farci il suo bel regalo alla sua mamma. Certo, e la sua bella figura anche. Lui andava sulle navi, da ragazzo, a suonarci le serenate, alle signore in menopausa. Quelle colle fumane. E colla voce le faceva svenire per la dolcezza. Tornava a casa con tanta grana. Dormiva per giorni interi, dopo. Perché quelle lo sfinivano. "Non ce l’ho mica di ferro", ci diceva. Ma quelle lo trattavano come il gatto. Ci tornava a casa, a pezzi. Il gatto. Guai a pensare di castrarlo. Guai! Lui non lo permetteva. Guai! Era il micione a far gridare i vicini la notte, che si sporgevano tutti a sacramentare dalle finestre, e a lanciar piatti sul tetto. Al gatto, dico. Delle volte, mi ripeteva: "Ma cosa serve andare a studiare, a penare sui libri per un diploma? Oggi colla pubblicità, ti fai i miliardi. Non la guarda nessuno, la pubblicità.

Cambiano il canale. E allora? Fanno così gli americani, no? E intanto ti fai il danè". Quassù, ci sta uno che ha il figlio magistrato, uno che è rimasto curvo dieci anni su certi libroni per il concorso, e guadagna adesso due lire. E sto padre del ca…del cavolo va tutto fiero. Mio figlio giudice qua, e mio figlio giudice là. Testa di pirla. Mio figlio, invece, quello sì che è un genio, lo sanno tutti, anche quelli che lo odiano. Certo che sé preso anche lui il suo foglio di carta, in qualcosa è dottore anche lui. Ma di quel foglio so io cosa ha fatto. Adesso, i ragazzi che vanno adesso da un certa Filippa, mi hanno raccontato, ma sì, una colla voce da maschio e la sua "e" bella spalancata di noi lombardi, la "e" che un tempo mi eccitava. Sissignore, i ragazzi al giorno d’oggi fanno i modelli e i figurini, e vanno sul trono a farsi corteggiare dalle sventole. E sai cosa prendono quelli? Poi fanno tre anni, come minimo, nelle discoteche. Ce ne sono tante vicino all’acqua, e anche in campagna. Discoteche dico. Quelli là non fanno niente, e tornano colla grana. Lui così s’è messo anche a vendere assicurazioni. Sa, le macchine corrono veloci, e di notte, i ragazzi un po’ si gasano. Chiaro, no? E una bella assicurazione ci vuole sempre. Oppure ti aprono una palestra, che ti danno anche le pasticche, per farsi crescere le tette di ferro sui pettorali, che alle menopause piacciono tanto.

Così, un po’ di palestra e un po’ di discogioco, e ti fai i milioncini. Oppure, ti apri un postalmarkette privato, e vai casa per casa, e vendi un sacco di roba. Mio figlio era bravo colle enciclopedie, quando non stava in crociera colle babbione. E anche là, come faceva io non so. Da chi aveva preso? Da me, no. E da sua madre, e dalle zie suore, non credo proprio. Un sorrisetto, un’occhiata assassina. Ma le faceva sentire importanti le vecchiette, lui. Magari anche un colpetto, una bella botta, ogni tanto. Bastava pensare alle sue ballerine, e non si accorgeva più della carne andata a male, sotto di lui. O anche sopra. Ma teneva sempre la sua brava medaglietta d’oro, che sporgeva dalla canottiera sempre bella bianca, e quelle godevano già a vederlo, mentre si spogliava. E dopo, gli compravano due copie, dell’enciclopedia, le vecchie. Dopo, per dirci meglio "grazie". A mio figlio.

Stava sempre a lavarsi, perché colle vecchiette, devi avercelo bello e profumato. Alla lavanda. E quando diventa bello grosso, il profumo aumenta, così m’ha confidato. Ma quello di vantare i diplomi, le lauree, non gli andava giù. "Sono pezzi di carta". Buoni per pulire so io cosa. O no? Parole. Lui, da ragazzo, aveva già il suo bel ragionamento. Avvocato, notaio, medico. Son tutte parole. Parole. Nate a un certo punto. E dunque. Come sono nate, moriranno. Perché anche insegnante, poi. E quando si laureano, fanno bene a prenderli in giro, con quella canzoncina. Come fa? "Dottore, dottore.., del buco..". Insomma, quella cosa lì che quassù non sta bene nemmeno pensarla. Ma dottore cosa vorrà dire tra duecento anni? Questo mi spiegava, lui. Quassù, uno vede meglio. Dall’alto, dico. Ma lui, anche in basso, vedeva molto meglio fin da quando vendeva pentole e enciclopedie. E questi avvocatoni poi lui sa come usarli, adesso. Così mi hanno detto. Che sono bravi e fanno la loro parte. Già. Vendeva anche materassi. Era esperto di materassi, non so se mi spiego. Comunque, lui l’ha capito.

I soldi contano solo se ti inventi il modo più rapido per guadagnarteli. Senza rubare. Ohi, mica rubare intendo. Ma il modo più rapido. Meno sudi, meno tempo perdi per farti la grana, e più valore ha. La grana, ma sì. Le canzonette in crociera, e poi le casette come col lego. Dei villaggi che parevano giardini da favola, mancavano sole le Barbi e i grandi Jimmi, che ci comprava ai suoi bambini. A quelli della prima moglie. L’altra a me non è mai piaciuta. Troppo bella. Non si sposano le ballerine. Questo mi sa non ho fatto in tempo a dirglielo. Ma che villaggi ha costruito, poi. E che tolette. Che gli è un po’ rimasta la mania della toletta asciutta e senza traccia di sconosciuti. Dal tempo della Teresa, che ci entravano in tanti e delle volte ti faceva rivolta di stomaco a usarla, la tazza. "Lasciate la toletta come vorreste trovarla quando ci entrate". Questo diceva quando s’è messo a far comizi, mi hanno riferito. E ci aveva le sue ragioni. Perché la gente è tanto sporca. E maleducata la sua parte. Specie quando la "e" non è aperta. Quassù, non serve più, purtroppo, e per fortuna, la toletta. Ma lui che tolette faceva costruire! Belle come in crociera. Non come quella della sciura Teresa. Macché villaggi vacanze! Quartieri per impiegati bravi, colla loro famiglia, e il loro giusto stipendio.

Tutto in regola. Le erbette, tra una casetta e l’altra, più lisce e pettinate di quassù. Altro che quassù. Ma lui, dove toccava diventava oro. C’era un re, che faceva così. Re Mila, o Milva, o Mina, si chiamava. Il re Milva, sì. Io stavo all’ufficio cambi, una stanzetta piccola che se gridavi o facevi uscire altri fiati, ci restava dentro per ore la puzza. E se aprivi la finestrella, veniva dentro la nebbia e il tram, e volavano via le carte. Che erano anche importanti, credo. E guardi dove abita adesso mio figlio. Se si sporge, lo può vedere bene. Ha comprato un sacco di apparecchi televisivi, mi hanno detto due arrivati quassù da poco. Venderà apparecchi adesso. Apparecchi con dentro le Filippe e quello colla camicia senza collo, che rendono bene per gli inseristi di sport. Spot, sì volevo dire spot. E tutte le ville. Non c’è nessuno che ci ha tante case come lui. E ogni casa ha la sua toletta. Ma cosa dico? Ogni stanza ha la sua toletta. E guai se entrano nella sua. Né gli amici, né i parenti. Nemmeno sua mamma, che ha continuato a stargli vicino, fino a poco tempo fa. Povera la mia vecchia. Adesso mi ha raggiunto e mi ha detto che la seconda moglie lo vuol lasciare perché lo stanno accusando, i soliti invidiosi, che se la farebbe colle ragazzine. Perso nelle feste, invece di andare a riunioni con stranieri, dicono. E perché poi dovrebbe andare cogli stranieri, a queste riunioni, se ha sempre avuto difficoltà colle lingue, lui, come me del resto? Basta esprimersi coll’italiano, il suo bell’italiano. E vanno in giro a dire che prende medicine per farselo venire duro. Lui, lui che ce l’aveva di ferro. Mi ricordo bene io, come mi tornava a casa dalle crociere, che era sfinito, proprio sfinito. Altro che medicine.

Tutti i soldi che s’è fatto in quel modo, nelle crociere, lui e quell’altro suo amico, come si chiamava quello? Il nome di uno del Romanticismo, o del Risorgimento, Sanfelice, o Confelice? O Falconieri? Uno, mi hanno detto, che cura il nostro negozio di apparecchi, di televisori. Mio figlio colle bambine? Ma se lui se le sceglieva vecchie purché ci avessero la grana! Rob de matt. Tutti invidiosi. Lui colle bambine? Ma se lui è meglio di Re Milva. Che poi lavora tutto il giorno. O meglio, fa lavorare gli altri per lui. E si sceglie i meglio, quello sì. Anche Benito, sa, faceva lo stesso. Teneva la stanza sulla piazza illuminata la notte, sì quella bella piazza a Roma, e Benito intanto aveva di meglio da fare, altro che sudare sui libri! Da piccoli li ho portati in gita su quella piazza e lui guardava fisso il balcone, colle rughe sulla fronte. Aaaaaaaaaaah "mi consenta", era "mi consenta", questo dice sempre lui. Meno male che mi sono ricordato, se no mi tormentavo tutto il giorno. Ma ce lo danno poi sto caffè? Sì, sto caffè Lavacca.

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Num. 32 § Il dannato mestiere
Il padre di B.
di Paolo Puppa ¦ pubblicato: gennaio 2010 [visita 2095 20-mag-2013 @ 15:02]

Paolo Puppa

Paolo Puppa è Ordinario di Storia del Teatro e dello Spettacolo alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Venezia, è direttore del dipartimento delle arti e dello spettacolo. Ha insegnato in università straniere – Londra, Los Angeles, Toronto, Middlebury, Budapest, Parigi, Lilles. È redattore della rivista «Biblioteca teatrale». Collabora in qualità di critico a «Hystrio», «Sipario», «Ariel».

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