Marco Clementi, Storia del dissenso sovietico (1953-1991)
Odradek Edizioni, Roma 2007
318 pagine, 22 €
Il libro di Clementi (1) ci offre una dettagliatissima ricostruzione dell'opposizione culturale e civile, prima che politica, al regime sovietico che attraversa tutto il periodo che va dalla morte di Stalin allo sfaldamento dell'impero russo. La ricostruzione segue da vicino non solo le diverse fasi storiche del dissenso, i protagonisti, i gruppi e le tendenze - davvero numerosissimi, da dare il capogiro -, ma anche, conseguentemente, gli atteggiamenti e le strategie di neutralizzazione che il potere ha messo in pratica di volta in volta nei loro confronti. Perché, come ben mette in evidenza quest'opera, il rapporto tra potere e dissenso non è mai una realtà statica e astratta, ma è sempre fatto di azioni e reazioni, mosse e contromosse, scelte e omissioni che si iscrivono - foucaltianamente - in una costellazione mobile in cui tutti sono al contempo attori e spettatori in quanto depositari ufficiali o alfieri abusivi di un linguaggio del potere che è l'articolazione stessa del potere in atto. Così, questa storia del dissenso è anche - ma non solo - storia di una serie di linguaggi che cercano la propria strada verso l'opinione pubblica, linguaggi che non sempre parlano una lingua totalmente altra da quella del potere ma che, anzi, spesso si limitano - e non solo per ragioni di circospezione autocensoria - a modulare il linguaggio del potere, dando ad esso risonanze alternative ma non per questo meno eversive (almeno dal punto di vista di chi il potere lo gestisce).
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Figura 1974: Alexander Solsjenitsyn - dissidente Sovietico e Premio Nobel - in visita a Copenhagen. Il presidente dell'Author Association, Hans Jorgen Lembourn; sua moglie, Ellen Winther.
Oppure di quanto l'interesse dell'opinione pubblica occidentale possa ottenere effetti contraddittori sulla capacità di manovra del dissenso interno sovietico o, addirittura, sulle stesse condizione dei detenuti politici. Insomma, una storia del dissenso sovietico diventa, come ogni storia che si rispetti, inevitabilmente un prisma che imprigiona nel suo corpo opaco uno spettro di colori in grado di illuminare i mille sottili percorsi che costituiscono l'intelaiatura del potere. A dimostrazione che anche in una società così apparentemente monolitica e glacialmente statica come quella sovietica non possa darsi potere se non nella forma della perenne amministrazione di uno scarto che è, certo non solo ma anche, interno al potere stesso. Perché il potere è sempre gestione di un conflitto e mai la sua totale neutralizzazione. E, dunque, a fronte di una ricchezza di contenuto di questo libro, di cui a stento si potrebbe in questa sede restituire un'immagine adeguata, dobbiamo limitarci a tracciare i punti centrali di questa meccanica così come appare dall'architettura complessiva del libro, attraversandone, per così dire, le giunture e i passaggi di flusso.
Cominciamo dunque con la definizione concettuale che sta alla base della ricostruzione storica di Clementi, poiché non c'è storia senza una griglia teorica che trasformi l'accumulazione di fatti in produzione di senso. Si tratta, come ovvio, del concetto stesso di "dissenso", tutt'altro che agile a definirsi. Per l'autore, il dissenso è caratterizzato dalle seguenti caratteristiche:
"si tratta di un movimento non violento; non presenta un programma politico condiviso alternativo a quello del Pcus; scompaiono i gruppi segreti e nascono le organizzazioni informali che, oltre alla legislazione nazionale, si appellano alle convenzioni e ai patti internazionali firmati dall'Urss. Le forme di lotta sono chiare e manifeste; si pubblicano giornali, libri, articoli che sono nella maggioranza dei casi firmati e che formano un unico, vasto campo di informazione alternativa a quello ufficiale" (p. 13)
In base a questa definizione - magari contestabile in sede politica ma che ha dalla sua il gran pregio di essere chiara e, per quanto possibile, univoca - si può parlare di "dissenso" solo nei termini di un'attività volta alla trasformazione della società civile a partire dall'intervento scoperto, diretto e assunto in prima persona, nel dibattito pubblico.
Un'attività che quindi esclude (per convinzione o per calcolo strategico) ogni ricorso all'uso della forza e che quindi si qualifica come "culturale" prima ancora che politico. Non è un caso che i primi esempi di dissenso che vengono presi qui in esame riguardino tutti l'ambito artistico-letterario, dove la dottrina zdanoviana del realismo socialista schiacciava col suo pungo di ferro ogni libertà creativa, in base alla facile equazione: modernismo estetico = asocialità controrivoluzionaria. Si, certo, può mettere in dubbio la pretesa di separare l'opposizione culturale dall'opposizione politica, essa tuttavia può essere utile se viene intesa in senso operativo, come necessaria delimitazione di un'area specifica di ricerca (tanto più che lo stesso Clementi mostra, ove necessario, i rapporti stretti che si vengono a creare tra questi due piani, piani che, tra l'altro, tanto più si intrecciano quanto più la nomenklatura sovietica si mostra restia ad ogni ipotesi di dialogo con i suoi contestatori).
L'altro elemento fondamentale per ogni ricerca storica, e che si chiarisce sempre in riferimento al quadro concettuale di riferimento, è la periodizzazione (pp. 13-14), compito che si presenta a Clementi come inedito e che l'autore risolve, a nostro modo di vedere, in modo del tutto condivisibile. La periodizzazione della Storia del dissenso sovietico è organizzata in sei fasi che vengono scanditi da eventi storici più o meno epocali (la morte di Stalin, la proclamazione del '68 da parte dell'ONU come "anno dei diritti umani" ecc.) e da una dialettica sempre instabile e irrisolta tra momenti di "apertura" da parte del potere politico e successive ondate di repressione.
Il primo periodo preso in esame (1954-1964) va dalla morte di Stalin all'allontanamento di Chruscev dal ruolo di segretario generale. Si tratta, con tutta evidenza, di un timido (e ben poco coerente) tentativo da parte dell'establishment di correre ai ripari rispetto ai danni che il culto della personalità (denunciato nei congressi XX e XXII del Pcus) aveva prodotto nella società sovietica. Se tale denuncia sembra aver prodotto una spinta creativa ed un desiderio di espressione fino ad allora impensabili per l'Urss (e qui si segnala la nascita dell'editoria autoprodotta e clandestina, in russo: samizdat), è anche chiaro che l'apparato di potere era ben poco disposto a lasciare che tale ondata di vitalità fuoriuscisse dai rigidi binari in cui si pensava di incanalarla. Esempio significativo di questa dialettica furono i cosiddetti "incontri al Faro".
Nel 1958, l'inaugurazione a Mosca di un monumento a Majakovskij, in cui rappresentanti della letteratura "ufficiale" sovietica lessero componimenti propri e del poeta, fu l'occasione per iniziare una serie di adunate informali di poeti e dissidenti, i quali cominciarono a riunirsi liberamente sulla piazza per leggere i propri versi e, più o meno esplicitamente, inscenare il proprio dissenso rispetto all'organizzazione della cultura messa in atto dal regime. La piazza venne presto ribattezzata Majak "dal nome di Majakosvkij, parola che in russo significa il faro" (p. 25) e attirò l'attenzione delle autorità che pure in un primo tempo si erano mostrate bonariamente neutrali ma che ben presto fecero in modo di sospendere tali attività. Il seme, tuttavia, era stato gettato e un esperimento di poesia radicale nacque proprio "da una costola dei ragazzi del faro" (p. 44): il gruppo SMOG (acronimo di dubbia lettura, Clementi ci propone due interpretazioni: Coraggio, Pensiero, Immaginazione, Interiorità, oppure La più giovane associazione di geni, p. 45) che annoverava tra i suoi gridi di battaglia lo slogan: "violiamo la verginità del realismo socialista".
Se in un primo tempo la vittima di tale momento di instabilità fu lo stesso Chruscev, il periodo immediatamente successivo alla sua caduta (1965-1967) si segnalò come un violento tentativo di restaurazione, se non di esplicita riabilitazione, dello stalinismo. Momento epocale per tutto il mondo del dissenso ma anche, se si vuole, suo vero e proprio atto di nascita a posteriori, sarà il doppio processo intentato proprio nel '65 contro due scrittori semisconosciuti: Julij Daniel' e Andrej Sinjavskij. Si trattò di un salto di qualità decisivo nei rapporti tra potere e cultura. "Il caso era originale", scrive a questo proposito Clementi, "già in passato, infatti, il potere aveva tentato di censurare gli scrittori sovietici, ma neanche sotto Stalin si era stati processati per il contenuto delle proprie opere" (p. 49). Si passa cioè dalla repressione del carattere controrivoluzionario dello scrittore (ciò che non impediva, come avvenne ad es. con Bulgakov, la divulgazione delle sue opere in circuiti ufficiali anche dopo una scomunica esplicita da parte del Partito) alla condanna nei confronti dell'espressione del pensiero in quanto tale. La novità fondamentale del processo Daniel'-Sinjavskij, era sostanzialmente costituita dal fatto che "le prove contro gli imputati erano costituite dalle loro stesse opere" (p. 56).
La terza fase (1968-1972) si apre appunto con la proclamazione del 1968 come "anno dei diritti umani", evento politico-mediatico che viene sfruttato dal mondo del dissenso sovietico come trampolino di (ri)lancio delle sue molteplici attività (lo stesso avvenne, in forma ridotta, nel 1975 per l'anno internazionale della donna, p.221). Inizia ufficialmente la strategia di mettere il governo sovietico di fronte alle dichiarazioni di principio che esso fa pubblicamente - nella carta costituzionale o in sede internazionali attraverso la firma di appositi trattati - nel tentativo di rivelare l'inconseguenza, se non la doppiezza o l'aperta malafede, dei suoi comportamenti reali. In altri termini, ci si appella non tanto ad un cambiamento istituzionale e politico, quanto al rispetto di quelli che sono valori "già" riconosciuti, sulla carta, dal governo. A ciò si aggiunse la solidarietà del mondo del dissenso sovietico nei confronti dei cecoslovacchi, vittime delle repressione militare della Primavera di Praga: plateali dimostrazioni di solidarietà in tal senso costituirono un primo tentativo di saldatura tra il dissenso interno e quello esterno. Tra le pubblicazioni più importanti di questa breve ma intensa fase di crescita del movimento ci furono: la circolazione di uno dei samizdat più noti e importanti del dissenso, la "Cronica degli avvenimenti correnti" organo ufficioso del movimento sovietico per i diritti civili (pp. 83-87), e Le considerazioni sul progersso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale dello scienziato Andrej Sacharov (in seguito noto semplicemente come Trattato), presto divenuto figura di spicco della cultura dissidente in Urss (pp. 95-96).
Nel '69 si registra anche l'espulsione ufficale di Solzenicyn dall'Unione degli scrittori "per il carattere antisociale della sua opera" (p. 111) e quattro anni più tardi lo scrittore darà alle stampe, in Francia, l'opera che lo rese famoso al pubblico internazionale Archipelago GULag (con l'espressione tamizdat si intende la letteratura dissidente pubblicata all'estero, fenomeno complementare al samizdat e che tendeva ovviamente ad aumentare con la repressione dell'opposizione culturale interna). La figura di Solzenicyn appare distante da quella di altri critici "di sinistra" del regime sovietico, poiché tutto proiettato - come appare evidente dalla sua polemica Lettera ai duci dell'Unione Sovietica - verso una visione radicalmente tradizionalista e anti-moderna della società russa (pp. 192 e sgg.). Si apre in quell'anno un periodo (1973-1974) che Clementi definisce di crisi e di riflusso del movimento del dissenso, colpito da un'ondata di repressioni senza precedenti. Va tuttavia ricordato lo stimolo all'attività di contro-informazione e di diffusione dei diritti civili che fu dato dalla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione, i cui lavori iniziarono nel 1973 e che furono alla base della creazione di gruppi più o meno ufficiali di contrasto alla repressione politica. Tra i primi merita un'attenzione particolare per la lunga attività svolta e per la centralità che gli fu riconosciuta in patria il "Gruppo Helsinki", fondato appunto per assicurare che le norme approvate durante la conferenza - che investivano anche i rapporti tra gli stati aderenti, con particolare riferimento al rispetto dei diritti e delle libertà civili - venissero di fatto rispettate anche in Urss (p. 217). Il gruppo si sciolse ufficialmente nel '82, falcidiato da una serie di arresti e di persecuzioni dei suoi attivisti che ne resero impossibile l'attività. Fenomeno esogeno, ma non per questo meno importante, fu poi la fondazione della sezione sovietica di Amnesty International anch'essa nel tempo sottoposta per mezzo dei suoi aderenti a processi politici di vario tipo.
La quinta fase della storia del dissenso (1975-1982) si apre con l'assegnazione del premio Nobel per la pace a Sacharov, altro esempio di come la dialettica interno/esterno - di cui si parlerà più approfonditamente in seguito - fosse centrale per il movimento sovietico. La notorietà internazionale poteva fungere tanto da elemento propulsivo, quanto da fattore di rischio, poiché permetteva più facilmente al potere di etichettare come "agente al soldo dei capitalisti" il dissidente. Sacharov riuscì nonostante le difficoltà a mantenere una certa visibilità in Urss, fino al 1980, anno in cui verrà esiliato a Gor'kij in seguito alla sua opposizione all'invasione dell'Afghanistan. Si tratta, ad ogni modo, del periodo più fervido e difficilmente sintetizzabile della storia del dissenso sovietico, forse anche perché più che nei periodi precedenti si assiste ad un'interessante osmosi tra emigrazione interna ed esterna, tra le tendenze culturali a livello internazionale e la lotta per i diritti civili. Due ci sembrano gli eventi che vale la pena almeno citare a questo proposito: la presenza alla biennale di Venezia del '77 di una sezione dedicata agli artisti "informali" sovietici (con tale espressione si intendeva indicare, non tanto una corrente artistica omogenea, quanto piuttosto tutti gli artisti cui veniva rifiutato l'avvallo ufficiale dello Stato russo) e l'incontro tra il movimento antipsichiatrico e il dissenso. La Biennale del '77, ribattezzata "Biennale del dissenso" (alla cui inaugurazione era presente Craxi, certo felice di poter mettere in imbarazzo il PCI), fu - com'è facile immaginare - occasione di attrito tra la diplomazia italiana e quella sovietica e portò a esplicite richieste di boicottaggio da parte del governo russo (che inviò a Berlinguer una lettera in cui si affermava che i cosiddetti processi politici in Urss non colpivano le opinioni degli imputati ma "atti concreti previsti dalle leggi esistenti" (p. 241) .
Tale polemica cadeva in un momento poco felice per l'Unione Sovietica che non solo aveva già rimandato numerosi processi per evitare di celebrarli nel Sessantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, ma che aveva appena promulgato una nuova costituzione (in sostituzione di quella del '36) "che venne propagandata come la più democratica del mondo" (p. 242). Più complicato ancora fu l'incontro tra dissenso e la discussione internazionale sulla psichiatria. I samizdat avevano già reso pubblico l'"uso distorto della psichiatria" che veniva fatto dalle autorità russe per punire e piegare il dissenso. Ci si soffermava in particolar modo sulle detenzioni di prigionieri politici in "manicomi criminali di tipo speciale", già noti alla fine degli anni '30, e che prevedevano - tra i vari abusi - un trattamento di tipo farmacologico particolarmente doloroso, che spesso provocava danni irreversibili all'organismo (p. 155 e sgg.). Nell'ambito dei simposi psichiatrici internazionali gli scienziati sovietici si trovarono spesso di fronte alla necessità di non trattare argomenti così delicati per gli interessi nazionali e, sia per auto-censura, che per esplicita pressione del governo, minacciarono di lasciar cadere la propria partecipazione alle assisi scientifiche qualora gli altri membri avessero scelto "provocatoriamente" di trattare il caso del trattamento dei prigionieri politici sovietici.
L'ultima fase della storia del dissenso (1983-1991) vede, a detta di Clementi, un nuovo periodo di riflusso, dovuto in parte alle ondate di persecuzioni che colpirono il movimento tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 (Gruppo Helsinki ecc.) ma, anche, l'inizio di una moderata attività riformatrice da parte della classe dirigente dovuta all'elezione del giovane M. Gorbaciov alla carica di Segretario generale del Pcus. L'analisi della Perestrojka (pp. 265-272) mostra in modo attento e dettagliato come l'effettiva volontà riformatrice del governo non potesse che muoversi in modo tortuoso se non attraverso evidenti contraddizioni (ancora nel 1986 era fatto divieto a numerosi scrittori, tra cui Solzenicyn, il rientro in patria e l'amnistia ai prigionieri politici non veniva concessa se non dopo esplicito impegno a rinunciare ad ogni attività politica futura, p. 267). D'altronde, anche il dopo-Gorbaciov non fu esente da pecche e contraddizioni: inevitabili, se non sempre, sicuramente quando la "riforma" è opera delle stesse classi dirigenti che sono eredi delle pratiche che intendono riformare. Clementi cita la Legge sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche del 1991, legge che non costituiva, di fatto, una condanna generalizzata di una pratica di regime (p. 271).
Nelle Conclusioni, l'autore offre una intelligente e pertinente visione d'insieme del percorso storico esposto. Nega che possa parlarsi di un "movimento del dissenso", poiché il dissenso sovietico non aveva" una chiara coscienza di sé", non si autodefiniva, né definiva "chiaramente i propri obiettivi, il proprio antagonista" (p. 277). In ciò è da trovare forse uno degli elementi di debolezza strutturale del dissenso sovietico, seppure in ciò è anche da vedere il fatto che esso fosse una genuina espressione dell'anelito alla libertà del popolo russo.
Clementi sottolinea, come aveva fatto all'inizio del libro, il carattere fortemente "spirituale" del dissenso sovietico, laddove esso sembra cogliere un'esigenza di libertà dell'animo umano che è, di fatto, pre-politica. Probabile che questi due elementi, al tempo stesso forza e debolezza del dissenso sovietico, si saldino insieme e che possano spiegare, in parte, come una mancata analisi e soluzione politica alla regressione stalinista (dovuta, certo, anche alla carneficina cui il blocco di potere sottopose ampi strati dell'intelligenja russa), non potesse che sfociare in una protesta diffusa ma "ideologica" nel suo porsi . Protesta che non fu così in grado di arginare le derive capitalistiche e zariste, così come la barbarie sociale e culturale, degli anni '90 e 2000. E questa, oggi come ieri, è il più grande capo di accusa contro lo stalinismo: aver spento, con le vite di chi lo criticava e vi resisteva, la capacità di critica e di resistenza di un intero popolo.
Note
[1] Il titolo della recesione è tratto da Il manifesto umano opera del pittore Jurij Timofeevič Galanskov, morto in un campo di lavoro nel 1972 (voce Wikipedia)


