La casa d'argilla
testo e regia Lisa Farlazzo Natoli
scrittura scenica collettiva
con Monica Angrisani, Valentina Curatoli, Tania Garribba, Alice Palazzi, Paola Tintinelli
scena e costumi Fabiana Di Marco
drammaturgia luci Luigi Biondi
musica Gabriele Coen e Andrea Pandolfo
suono Fabio Vignaioli
foto Sveva Bellucci
Produzione Fondazione Teatro Due Parma
Teatro del Lido, febbraio 2008, Ostia (Roma)
Foto di Sveva Bellucci
Figura 1 La casa d'argilla, 2008
Lisa Ferlazzo Natoli ha scritto il testo e diretto lo spettacolo La casa di argilla, presentato al Teatro del Lido di Ostia. L’opera dice la storia di cinque donne. Cinque donne, cinque attrici bene affiatate, che assecondano i canoni della regia: Monica Angrisani, Valentina Curatoli, Tania Garribba, Alice Palazzi e Paola Tintinelli. Ci sono tanti modi di fare teatro. E forme illimitate. Ogni teatro ha ragioni d’essere e di legittimità. Al di là delle predilezioni individuali, resta la verifica dei risultati. Si può scrivere un testo destinato alla regia e si può fare uno spettacolo - con o senza un testo di riferimento -, puntando sul processo che sta alla base della scrittura scenica, cosa ben diversa dalla regia. In locandina figura la doppia indicazione -"regia" e "scrittura scenica collettiva"-, che suscita qualche perplessità. Con La casa di argilla ci troviamo di fronte ad un drammaturgo che aveva qualcosa da raccontare e che ha scritto un testo per metterlo in scena. Il testo è un agglomerato di segni verbali che destina la parola scritta ad essere trasformata in parola parlata. Premesse e metodiche non sono, ovviamente, neutre. Determinano, e anche in questo caso hanno determinato, a cascata, prima i risultati drammaturgici e poi quelli scenici, in perfetta coerenza con la teoria e prassi del teatro teatrale, del teatro-spettacolo, opposto e contrario al teatro-non spettacolo.
La parola è dunque la padrona assoluta della veglia funebre che riunisce le cinque donne. Dice il dicibile e l’indicibile. Evoca, descrive, racconta, rimanda qualche volta. Nel corso di una lunga e umida notte d’estate, con le zanzare che pungono in continuazione, il flusso verbale restituisce frammenti di vita vissuta o forse soltanto sognata. Le nebbie dei ricordi sono attraversate dal crepitio di risate improvvise, dall’ondeggiare d’inquietudini ricorrenti e dai movimenti di pensiero che si fanno e si disfanno.
L’"atmosfera lirica di sospensione" non è, come direbbe Lorenzo Mango, la "sospensione del tragico" intesa come "obiettivo vero di un teatro che ecceda la rappresentazione" e che muova verso un complesso lavoro di decostruzione, che è un altro discorso rispetto a quello svolto dalla Natoli con La casa d’argilla. "L’atmosfera di lirica sospensione" non nasce sulla linea della soglia. Non spunta al canto del gallo. Non porta con sé la luce umbratile della creazione artistica. È data dal discorrere delle donne sul filo della memoria, attraverso stilemi coreografici che girano attorno al senso della vita e della morte. L’ "atmosfera" – con il suffragio di suoni e luci inerti - si fissa nel luogo del ricordo, non in quello mobile della rimembranza. Più che "festa di corpi" è festa di suoni articolati, prodotti dall’azione tirannica del ricordare che non porta con sé il suffragio essenziale della necessità. L’"atmosfera" è perciò "lirica". È aura di parola che dice, accompagnata da gesti e movimenti. È forma scenica che cede al formalismo - a partire dal balletto iniziale di gambe e di piedi -, e che forse scaturisce dalla ricerca di un agognato antinaturalismo. L’ombra dell’albero proiettata sul fondale introduce un segno simbolico che rimane separato e distinto da quelli gestuali e verbali predominanti, lanciando il segnale di una multimedialità incongrua. Non essendoci miscela linguistica, non c’è alcuna sorta di smarrimento, di valore aggiunto, ma la coriacea riaffermazione della matrice referenziale dello spettacolo e della regia che ha il compito di mettere in scena il testo: una "storia", una "situazione", lacerti di storia individuale e di gruppo. E così, per dirla con Saba, anche questa volta,"mi volgo vane, antiche domande". Lo spettacolo teatrale deve essere ragionevole o irragionevole? Deve affondare le radici nel sapere o anche nel non-sapere? Deve alimentare attività intellettuale, oppure sollecitare i sensi? Deve insegnare, oppure deve aiutare a disimparare? Deve essere – al di là dei generi - il risultato della messa in scena, oppure della messa in vita di un testo? Il teatro-spettacolo è più spettacolare o meno spettacolare del teatro-non spettacolo?


