Il teatro di Josè Saramago [V]. Quattro testi e una domanda aperta

Marco Andreoli
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Nota biografica

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Josè Saramago Teatro quasi? - Saramago pubblica L'anno della morte di Ricardo Reis nel 1984; l'anno evocato dal titolo è il 1936. Fernando Pessoa nasce a Lisbona il 13 giugno 1888; Ricardo Reis, di professione medico, viene invece al mondo il 29 gennaio del 1914; nell'anima stessa del poeta [1]. Già perché Ricardo Reis, oltre ad essere il protagonista di questo romanzo, è anche uno degli eteronimi di Pessoa. Saramago inventa una Lisbona piovosa e irreale verso la quale il dottor Reis si imbarca spinto da un preciso motivo: «La morte di Fernando Pessoa gli era sembrata una forte ragione per attraversare l'Atlantico dopo sedici anni di assenza» [2]; qui incontrerà l'anima di Pessoa, morto realmente il 30 novembre 1935 in seguito ad una crisi epatica. Il romanzo è fitto di dialoghi grandiosi: non soltanto quelli che Reis intavola con il fantasma, ma anche con Lídia, la cameriera amante, e con Marcenda, la figlia del notaio Sampaio. I dialoghi vengono riportati senza "a capo": si distendono lungo la pagina, confusi, sciolti o innestati nella pura narrazione, con punteggiatura essenziale e con l'unico indicatore della lettera maiuscola per i passaggi di battuta [3]:

«Ricardo Reis esce dalla sala da pranzo, si avvicina alla porta coi monogrammi, lì deve scambiare qualche complimento con l'uomo grasso che stava anche uscendo, Prima vossignoria, Ma come, prima gli altri, è uscito il grassone, Grazie infinite a vossignoria, ossequiosa maniera di dire, questa, prima gli altri, se prendessimo tutte le parole alla lettera avrebbe avuto la precedenza Ricardo Reis, perché lui è un uomo plurale, multiplo, secondo il suo personale modo di concepirsi.» [4]

Ma se volessimo leggere questo romanzo come un copione, riordinando le battute in senso drammaturgico, avremmo delle sorprese notevoli; come quella di scoprire in Saramago un autore drammatico assolutamente strepitoso, capace di dar vita alle parole con sensibilità e coscienza, dimostrando, innanzitutto, un talento per la scrittura teatrale tanto indiscutibile quanto mai confermato sul campo:

REIS – Tu hai detto che non ti sei fatto più vedere perché eri annoiato.

PESSOA – È vero.

REIS – Di me.

PESSOA – Di te forse non tanto, quello che mi ha annoiato e stancato questo andare e venire, questo gioco tra una memoria che tira e un oblio che spinge, un gioco inutile, l'oblio finisce per vincere sempre.

REIS – Io non ti dimentico.

PESSOA – Vuoi sapere una cosa?, tu, su questa bilancia, non pesi molto.

REIS – Allora cos'è questa memoria che continua a chiamarti.

PESSOA – La memoria che ho ancora del mondo.

REIS – Credevo fosse la memoria che il mondo ha di te a chiamarti.

PESSOA – Che idea sciocca, mio caro Reis, il mondo dimentica, te l'ho già detto, il mondo dimentica tutto. [5]

Il gioco è senz'altro stimolante; ma, certo, anche pericoloso. Del resto non dovremo ricordare in questa sede per quali motivi ogni romanzo, a prescindere dalla qualità e quantità dei dialoghi che racchiude, resta pur sempre un romanzo; e per quali altri ogni testo teatrale, malgrado verbosità e lungaggini di varia natura, rimane intenzionalmente un contenitore per atti da palcoscenico. Valutati i rischi dell'esperimento, preferiamo giocare ancora un po': con l'intenzione principale, sia chiaro, di segnalare il valore assoluto di una drammaturgia che potremmo definire sotterranea; e con la volontà simmetrica e secondaria di indagare intorno alle cause di una potenzialità così evidentemente inespressa.

Ecco allora, piegata dalla scansione teatrale, una pagina de Il vangelo secondo Gesù, il libro-scandalo del '91: è l'ultima cena; il Maestro parla così ai suoi apostoli:

GESÙ – Tu sai, Pietro, che sarò crocifisso.

PIETRO – Me l'hai detto.

GESÙ – Ma non ti ho detto che anche tu e Andrea e Filippo lo sarete, che Bartolomeo sarà scuoiato, che Matteo lo uccideranno i barbari, che Giacomo, figlio di Zebedeo, lo decolleranno, che l'altro Giacomo, figlio di Alfeo, sarà lapidato, che Tommaso sarà ucciso a colpi di lancia, che Giuda Taddeo sarà ammazzato ad accettate, che Simone sarà tagliato con una sega, questo non lo sapevi, ma adesso lo sai, e lo sanno tutti.

(Silenzio)

GIOVANNI – E io?

GIUDA ISCARIOTA – E io?

GESÙ – Tu, Giovanni, arriverai alla vecchiaia, e vecchio morirai, quanto a te, Giuda Iscariota, evita gli alberi di fico, non passerà molto tempo che ti impiccherai a uno con le tue stesse mani.

VOCE – Allora moriremo tutti per causa tua?

GESÙ – Per causa di Dio, non mia. [6]

Un terzo esempio è tratto da Memoriale del convento, romanzo barocco del 1982 che racconta la costruzione, tra il 1713 e il 1730, dell'enorme monastero di Mafra:

PADRE BARTOLOMEU – Mi vuoi dire qualcosa?

SETTE SOLI – Volevo sapere, padre Bartolomeu Lourenço, perché Blimunda mangia sempre un pezzo di pane prima di aprire gli occhi la mattina.

PADRE BARTOLOMEU – Hai dormito con lei?

SETTE SOLI – Vivo là.

PADRE BARTOLOMEU – Attento, che siete in peccato di concubinato. Sarebbe meglio sposarsi.

SETTE SOLI – Lei non vuole, io non so se vorrei. Se uno di questi giorni me ne torno al paese e lei preferisce rimanere a Lisbona, perché sposarci? Ma quello che avevo domandato?

PADRE BARTOLOMEU – Perché Blimunda mangia un pezzo di pane prima di aprire gli occhi al mattino?

SETTE SOLI – Sì.

PADRE BARTOLOMEU – Se lo verrai a sapere un giorno, sarà da lei, non da me.

SETTE SOLI – Ma conoscete il motivo?

PADRE BARTOLOMEU – Lo conosco.

SETTE SOLI – E non me lo dite?

PADRE BARTOLOMEU – Ti dirò solo che si tratta di un grande mistero. [7]

Sono soltanto poche battute, estratte quasi a sorte da alcuni tra i romanzi più significativi. Non abbiamo descritto i contesti che le accolgono, non abbiamo analizzato le strutture narrative che le regolano, né abbiamo toccato le storie o le intenzioni dei personaggi. Ma in questi brevi dialoghi c'è vita e letteratura; e c'è altissimo teatro. Non solo: questo teatro nascosto sembra già pronto per la messa in scena; e questo sì che è un paradosso: già perché l'altro teatro, quello ufficiale, quello "a comando" appare davvero poco malleabile, quasi incompatibile con realistiche ipotesi di realizzazione scenica. Si pensi al numero di personaggi che affollano letteralmente i quattro drammi di Saramago: La notte ne conta 18, Cosa ne farò di questo libro? addirittura 24, In Nomine Dei, contiene 22 figure oltre a tutti i cori di luterani, di cattolici, di donne, di giudici delle tribù d'Israele che si vanno alternando sulla scena. Ma si consideri anche la complessità degli spazi scenici e il loro alternarsi lungo il corso degli atti: in Cosa ne farò di questo libro? si susseguono senza soluzione di continuità la Corte ad Almeirim, la casa di Camões, la Corte di Lisbona, il Palazzo del conte di Vidigueira, la Casa di Damião de Góis, il Palazzo dell'Inquisizione, un esterno non meglio specificato, la Tipografia di Gonçalves e, per finire, una via di Lisbona; per quanto riguarda In Nomine Dei, Saramago tiene a tranquillizzare, fin dal principio, il possibile scenografo: lo scenario sarà «unico per tutta la rappresentazione»; la descrizione che ne consegue, tuttavia, per quanto scarna, pone problemi senz'altro consistenti:

«[…] la piazza del mercato, modificata, rispetto alla realtà, per mostrare, a sinistra, la Cattedrale, al centro, il Palazzo Comunale, a destra, la chiesa di San Lamberto. Tra questi solo alcune case.» [8]

Le difficoltà di natura tecnica, del resto, non possono che occupare il margine delle nostre perplessità. Anche perché la drammaturgia contemporanea trabocca di testi magnifici montati su scenografie impossibili: si pensi, tanto per citare un caso eclatante, a tutto il teatro di Dürrenmatt. Eppure questa indifferenza grandiosa nei confronti degli aspetti pratici del teatro, palese vezzo sarcastico per l'autore de I Fisici, in Saramago rischia piuttosto di configurarsi come sintomo di una latente e imboscata inconsapevolezza; ovvero come incapacità sostanziale nell'immaginare la messa in scena o, nel migliore dei casi, come puro, secco disinteresse. Se poi però i romanzi non fanno che dimostrare, a più riprese, come Saramago riesca a mettere in bocca ai suoi personaggi battute semplicemente perfette, è chiaro che la questione si complica non poco.

Insomma: dov'è il passo falso? Cos'è che si inceppa? Cosa smette di funzionare dentro le parole di Francesco o in quelle di Van Leiden? E, in fin dei conti, è mai possibile – eccolo qui, il nodo – che il miglior teatro di Saramago sia del tutto estraneo alla sua drammaturgia?

NOTE

[1] «Il dott. Ricardo Reis nacque nella mia anima il 29 gennaio 1914, verso le 11 di sera» (Fernando Pessoa, appunto del 1914).
[2] Josè Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis in Id., Romanzi e racconti 1977-1998, Verona, Mondadori, 2000, p.1485.
[3] Questo sistema di trascrizione, ormai generalmente denominato "scrittura orale", è uno degli indici della conversione stilistica di Saramago. Compare infatti per la prima volta in Una terra chiamata Alentejo del 1980: «Levantado do Chão [titolo originale di Una terra chiamata Alentejo, n.d.c.] rappresenta il momento del definitivo passaggio da una forma di scrittura, per così dire, parzialmente tradizionale (…) a quello "stile Saramago" che da questo momento caratterizzerà tutta l'opera a venire (…) ». (Paolo Collo, Notizie sui testi in J. Saramago, Romanzi e racconti 1977-1998, cit., pp. 1591-2). Del resto, a nostro avviso, in nessuna delle opere precedenti o successive a L'anno della morte di Ricardo Reis, Saramago raggiunge lo stesso livello di precisione emotiva nella commistione tra dialogo e racconto.
[4] J. Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis cit., p.1161.
[5] «Ricardo Reis guardò l'Altra Riva. Qualche luce si era spenta, altre si distinguevano appena, si stavano affievolendo, sul fiume cominciava ad addensarsi una leggera nebbia, Tu hai detto che non ti sei fatto più vedere perché eri annoiato, È vero, Di me, Di te forse non tanto, quello che mi ha annoiato e stancato questo andare e venire, questo gioco tra una memoria che tira e un oblio che spinge, un gioco inutile, l'oblio finisce per vincere sempre, Io non ti dimentico, Vuoi sapere una cosa, tu, su questa bilancia, non pesi molto, Allora cos'è questa memoria che continua a chiamarti, La memoria che ho ancora del mondo, Credevo fosse la memoria che il mondo ha di te a chiamarti, Che idea sciocca, mio caro Reis, il mondo dimentica, te l'ho già detto, il mondo dimentica tutto (…) ». (J. Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis cit., p.1429).
[6] «[…] Tu sai, Pietro, che sarò crocifisso, Me l'hai detto, Ma non ti ho detto che anche tu e Andrea e Filippo lo sarete, che Bartolomeo sarà scuoiato, che Matteo lo uccideranno i barbari, che Giacomo, figlio di Zebedeo, lo decolleranno, che l'altro Giacomo, figlio di Alfeo, sarà lapidato, che Tommaso sarà ucciso a colpi di lancia, che Giuda Taddeo sarà ammazzato ad accettate, che Simone sarà tagliato con una sega, questo non lo sapevi, ma adesso lo sai, e lo sanno tutti. La rivelazione fu accolta in silenzio, non c'era più motivo di temere un futuro ormai noto, era come se, in fondo, Gesù avesse detto loro soltanto, Morirete, e quelli gli avessero risposto in coro, Che novità, lo sapevamo già. Ma Giovanni e Giuda Iscariota non si sentirono nominare e perciò gli domandarono, E io, e Gesù disse, Tu, Giovanni, arriverai alla vecchiaia, e vecchio morirai, quanto a te, Giuda Iscariota, evita gli alberi di fico, non passerà molto tempo che ti impiccherai a uno con le tue stesse mani, Allora moriremo tutti per causa tua, disse una voce, ma non si seppe di chi fosse. Per causa di Dio, non mia, rispose Gesù (…) ». (Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù, Milano, Bompiani, 1999, pp. 338-9).
[7] «[…] Ritornarono sui loro passi, rivennero ai Remolares, Sette-Soli fece per parlare, si trattenne, il padre si accorse dell'esitazione, Mi vuoi dire qualcosa, Volevo sapere, padre Bartolomeu Lourenço, perché Blimunda mangia sempre un pezzo di pane prima di aprire gli occhi la mattina, Hai dormito con lei, Vivo là, Attento che siete in peccato di concubinato, sarebbe meglio sposarsi, Lei non vuole, io non so se vorrei, se uno di questi giorni me ne torno al paese e lei preferisce rimanere a Lisbona, perché sposarci, ma quello che avevo domandato, Perché Blimunda mangia un pezzo di pane prima di aprire gli occhi al mattino, Sì, Se lo verrai a sapere un giorno, sarà da lei, non da me, Ma conoscete il motivo, Lo conosco, E non me lo dite, Ti dirò solo che si tratta di un grande mistero (…) ». (Josè Saramago, Memoriale del convento, in Id., Romanzi e racconti 1977-1998, Verona, Mondadori, 2000, pp.818-9).
[8] J. Saramago, In Nomine Dei cit., p. 213.

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Num. 20 § Analisi
Il teatro di Josè Saramago [V]. Quattro testi e una domanda aperta
di Marco Andreoli ¦ pubblicato: dicembre 2006 [visita 3325 28-lug-2010 @ 21:56]

Marco Andreoli Marco Andreoli. Febbraio 1974, Roma. Nel 1999 consegue la laurea in lettere, l'anno successivo si diploma presso l'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico". Nel 1999 fonda la compagnia "Circo Bordeaux" .
Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati nelle riviste "Storie", "In-Edito", "Blue", "Daemon" e "Segnalibro"; il racconto La consegna di pizza a domicilio è stato incluso nell'antologia Teoria e tecnica dell'artista di merda (Casini Editore, 2004).
Recentemente il suo saggio Tragitti e soste in casa Cupiello è stato pubblicato dalla Rai-Eri all'interno del volume Eduardo. L'arte del teatro in televisione; mentre è di imminente uscita un saggio dedicato alla produzione drammaturgica del premio Nobel José Saramago. Il testo teatrale Ante, scritto in collaborazione con Claudio Morici, è stato finalista al Premio Don Chisciotte 2000. I testi Cento e Compendio Generale si sono aggiudicati rispettivamente la prima e la seconda edizione del concorso "Espressioni" promosso dalla Presidenza della giunta regionale del Lazio. Il formicaio, testo prodotto all'interno del workshop "Enzimi" organizzato dalla Scuola Holden di Torino, è stato portato in scena da Roberto Latini della compagnia teatrale "Fortebraccio Teatro".
Attualmente collabora con la cattedra di Drammaturgia Digitale (La Sapienza) alla realizzazione di una serie di progetti riguardanti i sistemi di archiviazione dell'evento teatrale. Giornalista pubblicista, collabora con la rivista di cultura teatrale "Hystrio".
È tra i fondatori e redattori di Ubu Settete - periodico di Critica e cultura teatrale, fanzine cartacea a distribuzione gratuita sul teatro "underground" romano; (registrazione Tribunale di Roma n° 328/2003 del 18/07/2003).
È tra gli ideatori e organizzatori delle tre precedenti edizioni della Rassegna Ubu Settete - fiera di alterità teatrali romane.
Altre notizie su www.circobordeaux.it
[email: americamerica@yahoo.it]