Malta letteraria, una lettura antropologica

Virginia Monteforte
Virginia Monteforte

Virginia Monteforte
Nota biografica

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(Foto 1, Waterfront) La cautela che fa muovere i passi all'interno di un contesto culturale "altro", dove chi osserva è sempre a sua volta oggetto di osservazione, impone le sue regole anche nella fase immediatamente successiva il ritorno dal proprio fieldwork, quella della scrittura, in cui ogni vissuto, proprio e altrui, è soggetto a una delicata operazione di riduzione e ordine all'interno di una cornice di autorità e legittimazione, tutto un universo di teorie, dibattiti e problematizzazioni a cui attingere per rendere l'esperienza trascorsa meno individuale e più collettivamente accademica. Che sia una teoria strutturale o una suggestione interpretativa, uno schema di parentela o un richiamo cosmogonico, la resa ultima di una narrazione antropologica consiste il più delle volte in un'epurazione che finisce con il relegare l'io in zone di controllo prestabilite: premessa o introduzione, primo capitolo o conclusioni. O almeno così dovrebbe essere.
Quello di desumere un'argomentazione semi-scientifica da un coacervo di incontri, passeggiate, chiacchiere e interviste è quindi un bel problema ma di certo non l'unica difficoltà.
In genere ogni ricerca antropologica trascina con sé una serie di inevitabili paradossi il cui scioglimento, presi dalla frenesia di osservare, conoscere, reperire informazioni, schematizzare e infine scrivere, non viene mai affrontato fino in fondo. Spesso anzi lo si aggira, il più delle volte imbastendo l'intero discorso di complesse giustificazioni appunto, parole su parole desunte da quel collaudato serbatoio di esperienze autorevoli e ataviche teorie già emerso per celare il più possibile il proprio ego. E se proprio non si riesce ad aggirare lo scoglio si possono sempre scrollare le spalle e affermare che in effetti le cose stanno così ma potrebbero anche essere diverse, "in fondo questo è ciò che ho io trovato, che ho visto con i miei occhi", ma si deve tener conto che è pur sempre un'intima esperienza e essere costretti a filtrare l'oggettivo dal personale è operazione dura e rischiosa che semina qua e là compromessi e sacrifici.
Un conto è chiudersi in un laboratorio e scrutare particelle al microscopio, un altro è aprirsi alla realtà complessa e mutevole di un contesto vivo, interrelato e senziente. Un mondo in cui si è costretti a immergersi totalmente dal primo all'ultimo giorno, e forse anche oltre, perché si è sempre sul campo, e si è soli. Si deve tenere a mente che per capire l'Altro l'etnografo deve fare di tutto per partecipare alla realtà dell'Altro [...] deve partecipare alla vita della gente che sta studiando; deve entrare nel loro mondo volontariamente determinato -il mondo della loro prassi- e deve ritagliarsi solo uno spazio parziale di auto-riflessione necessitato dalla loro (e dalla sua) particolare prassi [...] ma per un altro verso egli deve mantenersi fedele alla sua intenzione primaria: fare ricerca. Deve potersi tenere a distanza dalla vita degli individui che sta studiando; deve poter rimanere al di fuori del loro mondo volontariamente determinato,deve garantirsi un auto-riflessione che la sua prassi specifica, la sua ricerca, esige e delimita (1) .

(Foto 2, Clare Azzopardi) Autorizzazione - L'impossibilità di restare fedelmente ancorata a tali intenzioni fu una delle più grandi preoccupazioni nel corso della permanenza sul campo. Man mano che alcune relazioni si facevano più strette e complesse, com'era inevitabile, sentivo anch'io che "non avrei potuto tenere per molto la distanza etnografica"(2) . A rafforzare tale atteggiamento doveva sicuramente aver contribuito il modo in cui il mio lavoro, e la mia stessa persona erano "sentite": L'etnologo, soltanto per la sua presenza modifica, a volte perturba, il gioco degli equilibri o degli squilibri del corpo sociale nel quale si è inserito. Quale che sia il suo comportamento non controlla le interpretazioni cui dà adito: coscientemente o no, diventa una variabile tra le fazioni presenti e, mentre si vorrebbe soggetto che osserva, rischia di trovarsi, egli stesso, oggetto manipolato. Impossibile astrarsi in un puro sguardo esterno: il ricercatore occupa necessariamente una posizione nel mezzo delle reti autoctone, e si vede messo in relazione a un tale o talaltro ruolo, che gli uni o gli altri, nelle loro diverse strategie, si sforzano di fargli giocare. Poiché egli è preso nell'ingranaggio della sua venuta. Proclama la sua neutralità, pratica l'ecumenismo? Attraverso la scelta dei suoi informatori, degli amici di cui si attornia, con le stesse domande che pone, l'etnologo si trasforma in attore e non può sfuggire a un coinvolgimento diretto che gli viene attribuito in contrasto con i suoi dinieghi. Non gli resta che assumere su di sé ciò che egli è per gli altri, cercando di essere quello che è (3) .

Riguardo alla ricerca infatti la dichiarata volontà di volermi occupare delle scritture contemporanee maltesi piuttosto che di già affermati scrittori, suscitò in alcuni la speranza che il lavoro avrebbe potuto in qualche modo colmare in parte quel vuoto a livello di critica e compendio letterari a cui la produzione presente anelava. Il tutto poi finiva con il trascinare dietro sé un'altra non indifferente difficoltà: come costruire un'immagine della letteratura maltese contemporanea a partire da figure che un'ufficialità letteraria più ampia e datata non riconosceva o relegava in un ruolo marginale?
Se quello che si avvertiva era più un conflitto che un'identificazione con il canone letterario corrente, e se la maggior parte degli autori più giovani trovava difficoltà a pubblicare e quindi ad affermare la propria posizione in maniera più formale, quali erano allora le strategie attuate che permettevano loro di riconoscersi e farsi riconoscere come scrittori? La percezione di appartenere a tale comunità immaginaria era frutto di una forte consapevolezza interiore, di un lungo lavoro o di una serie di legittimazioni esterne? Cosa determinava allora la differenza tra sedicenti scritture letterarie e scritture semplicemente creative nel momento in cui anche le prime sembravano escluse il più delle volte da un circuito di autorizzazione?
Il proposito di voler esplorare l'isola attraverso la propria letteratura, questo "fatto sovralinguistico" (4) implicò dunque, fin dall'inizio, un deciso superamento di un'idea elitaria della stessa, il quale sorpasso, a dire il vero, era già un bel pezzo avanti, grazie a tutta una serie di precedenti studi filosofici, comparatistici e antropologici che avevano avuto l'enorme merito di contribuire a una prima, seppur teorica, dilatazione di prospettive.
Cito in particolare Philippe Lejeune, che nel saggio "Dove finisce la letteratura?" si interrogava proprio sui confini di tale ambito:
La letteratura è un omnibus, si ferma in tutte le stazioni! Anche alle piccole fermate di campagna, l'autobiografia e il diario intimo [...]. Bisognerebbe sapere se la letterarietà di cui si parla è vista come costituzionale (qualità intrinseche dell'opera) o condizionale (lasciata all'apprezzamento del ricevente). La "letteratura"(parola del resto molto recente nel suo senso attuale) non ha incluso ogni tipo di produzione che non era né fiction né poesia? Il giudizio estetico constata o crea il valore? Si tratta di distinguere l'arte dalla non arte, o all'interno dell'arte ciò che è buono o cattivo?[...] Tutto è complicato (la ricezione delle opere avviene su più piani alla volta) e relativo. Roland Barthes diceva che la letteratura è ciò che si insegna. C'è un "canone" dei generi e delle opere. Per molto tempo in Francia non si è insegnato autobiografia. Io sono professore di letteratura, insegno autobiografia, dunque è letteratura (5) .

(Foto 3, Guze Stagno e Adrian Grima) Nel caso di Malta il restare legati a una visione particolare di letteratura, quella connessa alla figura di grandi e noti scrittori, alla pubblicazione, all'ampia diffusione e ai programmi scolastici, avrebbe potuto infatti portare automaticamente a restringere il campo d'azione alla produzione di stampo romantico delle origini e a figure di una certa età che avevano avuto il loro exploit "ribelle" negli anni settanta, relativamente silenziosi nel periodo successivo e oggi perfettamente inseriti nell'establishment (con conseguente interruzione dell'attività di scrittura e composizione da parte di molti di loro), o al massimo contemplare, in un secondo tempo, solo una parte delle pratiche scrittorie correnti.
Invece, poiché ogni oggetto di studio antropologico, prima ancora di essere "pensato", viene lentamente rintracciato sul campo, fin dall'inizio lasciai che l'isola e le sue pigre e calde giornate si imponessero su qualsiasi precedente e vaga idea di cammino. E partii dalle persone. In particolare da quelle in cui, in modo assai fortuito, ero incappata ancor prima di lasciare Roma. Il caso volle infatti che poche settimane prima della partenza, dopo una breve ricerca su internet che aveva avuto come guida l'espressione maltese contemporary literature, entrassi in contatto con Adrian Grima, affermato poeta locale e coordinatore di Inizjamed, associazione letteraria e culturale non governativa costituita nel 1998, alla cui presentazione ufficiale ebbi accesso grazie alle versioni inglese ed italiana del sito, che mosse, prima di ogni cosa, un primo, seppure incompleto, interesse ad approfondire il presente letterario di una realtà fino ad allora totalmente sconosciuta, ma che da una prima immediata ricognizione mi era parsa essere assai vitale e interessante.

(Foto 4, Immanuel Mifsud) Il tutto mi prese alla fine cinque mesi, e anche più, un periodo in cui le soluzioni interpretative perseguite dovettero scendere a patti non solo con una originaria natura dello studio, estremamente soggettiva, ma anche con la consapevolezza che ad altro non sarei approdata se non alla fragile e temporanea cristallizzazione di una realtà sempre sfuggente e in moto.


(Foto 5, readings)Presente etnografico - Ogni antropologo, pur non ammettendolo, si sente investito da una sorta di missione. O perlomeno così l'avverte. Il compito è preciso e perentorio: qualsiasi sia la sua destinazione, la cultura o l'ambito da indagare, egli sa che il proprio lavoro è il solo antidoto al pericolo di annullamento a cui tali contesti sono esposti. Non che ignori il cambiamento o non ne faccia a sua volta oggetto di analisi. La condanna dell'ipocrisia dei "frutti puri" (6) è ben ferma nella sua coscienza. Eppure il presente etnografico, di modo imperativo, continua a insinuarsi nella memoria di ciò che si è vissuto e osservato, e se da una parte pare che ogni cosa si blocchi, nel momento in cui si mette piede sull'aereo per Fiumicino, dall'altra la coscienza che i flussi continuino a scorrere e intrecciarsi anche senza le nostre annotazioni, impone di stipare al più presto la traduzione dell'alterità in un luogo impermeabile e sicuro. E di farlo bene.
Tutta la cautela di tale "investitura" trova infine la sua vera ragion d'essere nella scrittura, anch'essa al presente, vero suggello al tacito patto con il proprio fieldwork , con tutte le preoccupazioni ermeneutiche che tale scelta comporta:
Gli etnografi del ventesimo secolo sono stati spesso accusati di essere particolarmente vulnerabili al sincronico. Nei resoconti etnografici la realtà è spesso un presente al di fuori del tempo non per cecità verso la storicità del continuo mutamento sociale ma per una sorta di do ut des con certi vantaggi che mettendo tra parentesi il flusso del tempo e l'influsso degli eventi faciliterebbe l'analisi strutturale del sistema dei simboli e dei rapporti sociali [...] L'operazione di perfezionare il contesto storico è realizzata collocando un resoconto etnografico prima o dopo "il diluvio": a) prima nel senso che un determinato tipo di osservazione rappresenta l'ultima possibilità di cogliere un insieme tradizionale di consuetudini o di forme sociali prima che queste vengano inghiottite totalmente dalla modernità; b) dopo, nel senso che si scoprono le orme autentiche di una esistenza culturale ormai decaduta a causa del contatto con l'Occidente (7) .
Anche l'esperienza sull'isola (settembre-dicembre 2004 e marzo-maggio 2005) sembra essere ora, in minima parte, una sorta di preludio a un timido "diluvio". Esso ha coinciso con il mutare lento di una particolare situazione che, ricordo, già nell'ultima fase della ricerca dava cenni di velata insofferenza.
Il ritorno sul campo, a più di un anno di distanza, e con propositi ben diversi, ha finito con il marcare in modo più netto la coscienza dell'avvicendamento di un nuovo contesto interrelazionale di pratiche letterarie e sforzi congiunti. L'impegno e la tensione, ravvisati fin dall'inizio, verso un medesimo scopo, non sembravano però aver perso la loro intensità. E se quello scrittore ormai non aveva quasi più contatti con l'associazione e l'altro era impantanato in uno scomodo blocco letterario e quell' altro ancora si sarebbe trasferito nel Nord Europa da lì a pochi mesi, tuttavia la presenza di nuove forze creative e la costanza di quelle già radicate intaccava solamente di striscio la struttura in precedenza delineata. Struttura di cui, a questo punto, è d'obbligo parlare.

(Foto 6, Maria Grech Ganado)Il personale nel pubblico - In quel periodo la gestione dello spazio culturale letterario risultava "spartita" tra diversi enti di natura governativa con altri che invece si configuravano per un maggior distacco da eventuali appoggi politici o religiosi pur nell'espressione chiara (come emerso nel caso di Inizjamed) di un proprio laicissimo credo.
In breve, in ambito istituzionale erano presenti il Ministero per la cultura e il turismo, L-Akkademja tal-Malti (Accademia di maltese), il Comitato per l'arte e cultura maltese (MCCA) (8) , mentre sull'altro versante agivano Inizjamed, Poezjaplus, L-Ghaqda (trad. associazione) tal-Malti (1931), l-Ghaqda Letterarja Maltja (1951) e infine l-Ghaqda Poeti Maltin (1975). In ognuna di queste associazioni, la tensione verso quello che sembrava un intento comune, la valorizzazione di un certo patrimonio locale, si smembrava poi nelle peculiari concezioni che i diversi gruppi avevano di tale "eredità culturale" secondo prospettive più o meno distanti da una visione centralizzata.
Se dietro il lavoro sul patrimonio c'è sempre l'immaginazione di una comunità, non è più tanto chiaro quale tipo di comunità sia di volta in volta immaginata, quali gruppi e interessi sociali siano coinvolti, quali dinamiche tra i livelli egemonici e subalterni entrino in gioco, quali rapporti con i saperi accademici o con le comunità di comunicazione mass-mediale siano stabiliti (9) .

La percezione di una cesura tra i diversi ambiti in cui avevano luogo le varie attività letterarie e culturali dell'isola, animate da istituzioni e protagonisti il cui operato restava, non sempre ma comunque in molti casi, privo di sovrapposizioni e impegni congiunti e continui, emerse in modo ripetuto dalle parole di quegli informatori, contattati per primi, con cui ero riuscita a istaurare un maggior rapporto di fiducia.
Venni così a conoscenza dell' inadeguato ascolto e riscontro che molti di loro si erano trovati a fronteggiare, non senza amarezza, in più di un'occasione, per via di alcune "incomprensioni" con apparati di maggior potere.
Tuttavia non si trattava solo di sancire un'opposizione tra uno spazio ufficiale (e fortemente istituzionale) e ciò che invece sembrava legarsi a una dimensione più liminale, mobile ed "elastica", così come assai ardua, e in parte mistificatoria, si rivelava l'impresa di tracciare rigidi confini tra gli artisti che erano parte di un'associazione culturale e altri che invece ne risultavano formalmente esclusi. In ogni contesto le interferenze e le sovrapposizioni erano invece molteplici e imprevedibili e solo con il riferimento a particolari situazioni fu possibile intravedere, in modo più preciso, l'azione distinta dei diversi ambiti, con la consapevolezza, obbligatoria, dell'estrema contingenza di ogni avvenimento. Solo nella peculiarità di ogni evento tali sfere apparivano connotarsi di contorni e sviluppi assai più definiti.
La maggior parte degli informatori contattati, come sottolineato, faceva parte di Inizjamed, la quale nei sette anni di attività aveva saputo crearsi uno spazio "ideologico" chiaro e una certa rispettabilità. Quasi "coetanea" era l'altra organizzazione letteraria, Poezjia Plus, nata nel 1999 e che fa riferimento al teatro Manoel, nel cui cortile interno avevano luogo, ogni ultimo lunedì del mese, delle serate di lettura a cui a volte anche i miei informatori erano intervenuti (nel corso del colloquio il suo coordinatore, il poeta Sergio Grech, definì Poezja Plus e Inizjamed come gruppi amici). Di recente un certo avvicinamento e allineamento di vedute aveva coinvolto anche l'Akkademja tal-Malti grazie a importanti cambiamenti che in quel periodo si verificarono ai vertici.
Le diverse dinamiche di natura personale rendevano quindi i confini tra i diversi campi, ufficiali e ufficiosi, percepiti in opposizione, ancora più fluidi e circostanziali.
Il concetto di patronato a cui si sarebbe potuto automaticamente ricorrere per dare ragione di una dimensione considerevole dei rapporti tra i vari individui o i diversi campi a Malta è una delle immagini più ricorrenti, anche se ormai fortemente stereotipate, che si riscontrano negli studi sul Mediterraneo. Assieme ad altre nozioni, come ad esempio quelle di "onore e vergogna", il clientelismo fu percepito infatti da antropologi estranei a tale area e attratti "dalla novità", come un aspetto assolutamente "prototipico" solo per il fatto che esso non sembrava trovare riscontri nel resto d'Europa. L'essenzializzazione portava quindi a incanalare le diverse dinamiche sociali in quadri concettuali prestabiliti lasciando in secondo piano le molteplici differenze storiche, geografiche, religiose e culturali presenti nel Mediterraneo. Ultimamente però Gérard Lenclud, intervenendo proprio sul concetto di patronage ha messo in luce come tale rapporto trovi attuazione anche in contesti impensati (ad esempio in ambito accademico, nella relazione tra "il barone universitario" e l'allievo) e la conseguente necessità di un uso più critico del concetto che tenga conto della valutazione soggettiva con cui "protettore" e "protetto" sentono tale rapporto. Nel caso di Malta le dinamiche personali di ostacolo o agevolazione, che finivano con l'avere concrete conseguenze nell'ambito culturale pubblico, poterono essere analizzate in termini di patronato solo a patto di riconoscere l'estrema mobilità e universalità di tale concetto:
L'unione presente tra elementi disuguali mobilita attitudini umane universali. Lo scambio di beni e servizi, che è l'aspetto oggettivo della relazione di reciprocità tra patroni e clienti, è subordinato alla valutazione soggettiva di questa relazione e questa stima soggettiva si accompagna alla lotta per il riconoscimento (10) .

L'incidenza delle relazioni personali in quella che è la possibilità di trovare maggiori spazi di espressione ed ascolto, oltre che di legittimazione, è stata però esplicitata solamente dal "primo livello" di informatori, e senza particolari remore, a differenza di quanto accaduto nel corso di altri incontri con personaggi più "istituzionali", diplomatici e tendenti a portare il tutto su un piano di discussione più generica. In questi casi il peso dei rapporti personali che si imponeva, il più delle volte, a tutta una serie di scelte che dall'ambito privato ricadevano poi nel "pubblico", era completamente taciuto, mentre le dinamiche di esclusione e partecipazione dei nuovi scrittori a determinati eventi ricondotte semplicemente a problematiche che contemplavano quasi esclusivamente il valore letterario e artistico degli individui in questione.

(Foto 7, Dingli Cliffs)Scritture contemporanee - Una delle più forti impressioni ricevute dall'insieme dei dati raccolti fu quella che la letteratura contemporanea maltese, dagli anni novanta in poi, non poteva essere rintracciata in rigide definizioni di carattere, movimenti o teorie letterarie ma piuttosto colta nel fervore di chi, a tutti gli effetti, se ne sentiva parte integrante, nel mio caso un gruppo di giovani scrittori e poeti (Clare Azzopardi, Immanuel Mifsud, Guze Stagno, Maria Grech Ganado, Stanley Borg, Norbert Bugeja, per citare i principali informatori) che, in modo più o meno diretto, più o meno ufficiale, facevano capo alla già citata Inizjamed.
Tanto l'associazione che i progetti di cui si faceva carico apparivano come l'espressione di un bisogno unanime, il tentativo di realizzare un'esperienza tanto individuale che collettiva, di costruirsi un primo spazio in cui immettere la propria attività e da cui trarre una certa visibilità a livello locale. Inoltre il percepirsi nel pieno di un'attività nuova, eterogenea e in continua sperimentazione portava con sé l'assenza di un manifesto, e quindi di un articolato e rigido intento di base o la volontà comune di conformarsi a un atteggiamento prestabilito.

(Foto 8, Norbert Bugeja)Comunque, a livello assai generale, le persone incontrate si dicevano generalmente mosse dall'impegno di una scrittura, in lingua maltese (da valorizzare e arricchire il più possibile, al di là dei "maltrattamenti" a cui era soggetta in diversi contesti) dai tratti realistici, attenta al presente e desiderosa di trasmettere, senza alcun compromesso, opacità, celebrazione nazionalistica o dichiarata opposizione anti-sociale, ogni più concreta e anche cruda sfaccettatura della loro isola (e non solo) attraverso un'espressione innovativa che traeva il suo più diretto nutrimento proprio dalla sospensione di paradigmi letterari e di forti valori.
Allo stesso tempo la possibilità di attingere alla tradizione seguiva percorsi assai eterogenei e personali, a seconda di esigenze che mutavano da un individuo all'altro, in modo da poterne trarre quello che ognuno stimava esserne il più valido contributo. C'è da dire che una certa opposizione con la generazione che li ha preceduti era comunque esistente e ammessa più volte nel corso di alcune interviste. Essa però non si imponeva come un imperativo sulle loro pratiche ma emergeva "a posteriori": poteva essere suggerita da una serie di scelte in ambito sociale e politico, o lasciarsi cogliere "tra le righe" di una scrittura che aveva sete di storia, cronaca quotidiana locale e internazionale, e concretezza. Il tutto attraverso un modo di esprimersi, a loro parere, diretto e schietto, scevro da qualsiasi fine ideologico.
Se il periodo romantico, con cui storicamente ebbe inizio la letteratura maltese, fece leva sull'esaltazione di tutti quegli aspetti che avrebbero dovuto confinare il carattere dell'isola in un approdo "identitario" chiaro e sicuro, rimpolpato forzosamente da metafore ricorrenti (la madre, la terra e i sani valori autoctoni) e la rottura di fine anni sessanta del Moviment Qawmien Letterarju (Movimento per la rinascita letteraria), sulla scia dell'indipendenza dal Regno Unito nel '64, insistette sulla cesura insanabile tra l'individuo e una società datata e opprimente, le scritture contemporanee erano lontane da ambedue gli intenti e sembravano più vicine all'approccio realistico attuato da un ristretto numero di scrittori negli anni venti e trenta dello scorso secolo, a cui più di una volta nel corso dei colloqui avevano fatto riferimento o le cui opere mostravano di gradire.
Anche in questo caso tuttavia non fu mai dichiarato di far discendere la propria creatività o ispirazione da opere o autori ben definiti, aspetto questo che contribuì a incrementare quel senso di "sospensione" accennato poco fa.
Agli occhi dei più giovani l'inesistenza nel presente di un movimento letterario dai contorni precisi non fu quindi mai indicato come un limite, a differenza invece del parere di alcuni degli scrittori della generazione di fine anni sessanta, le cui testimonianze, raccolte nel corso di alcune interviste, rivelavano un doppio e opposto atteggiamento nei confronti degli autori emergenti, il quale finiva con il tradursi da una parte in una sorta di distacco e limitato interesse e dall'altra nella volontà di conoscere e spesso guidare i passi di chi solo da poco si era inserito nella scia degli scrittori locali.

(Foto 9, Stanley Borg)Nel primo caso in particolare, l'immediata conseguenza di quelle che a volte emersero come esplicite cesure nelle parole dei diversi informatori, fu quella della coscienza di una comunicazione "generazionale" non così ovvia e frequente come ci si potrebbe aspettare da un luogo di dimensioni tanto ristrette, dove la prossimità fisica e la relativa conoscenza reciproca dei protagonisti della scena culturale avrebbero potuto suggerire un facile, rapido e reciproco accesso alle attività e alle produzioni scrittorie del presente. Alcuni degli scrittori delle precedenti generazioni affermavano invece di non essere completamente aggiornati sul presente letterario del luogo dove vivevano. Non solo. A loro parere le scritture contemporanee, oltre a non raccordarsi in alcun movimento letterario, come evidenziato prima, non erano in grado di esprimere alcunché di innovativo o rivoluzionario.
Da parte loro, gli scrittori emergenti sottolinearono più volte, con decisa convinzione, una forte frattura con i poeti del Moviment Qawmien Letterarju, evidenziando differenze che andavano ben oltre l'ambito della scrittura e che svelavano, come già affermato, la sensazione, esplicitamente dichiarata da molti di loro in più di un'occasione, di una sorta di tradimento dei propositi anticonformisti che animavano la poesia passata: uno degli aspetti più forti di tale "deviazione" di intenti coincideva con il fatto che la maggior parte dei poeti che alla fine degli anni sessanta si proclamavano anti-establishment ne facessero in quel momento parte integrante. Ma c'è altro. La critica mossa da alcuni degli autori più giovani a chi li aveva preceduti assunse in alcune conversazioni toni assai forti e legati più al "non detto" che al "detto e poi rinnegato".
Il "non detto" faceva riferimento alla quasi totale assenza di qualsiasi tipo di denuncia poetico-politica (fatta eccezione per una manciata di casi) e di una esplicita presa di posizione nei confronti di una fase storica descritta all'unanimità come assai drammatica (e non ancora del tutto resa "obiettiva" da un'analisi critica e "imparziale" dei fatti), quale la tesa e problematica opposizione politica tra le istituzioni di potere, la chiesa e i due partiti, sfociata dapprima nell'interdetto del 1964 (11) e dieci anni dopo nella "dittatura laburista" (12) . Se uno degli intenti fondamentali del Moviment doveva essere anche un attivo coinvolgimento politico e sociale, perché tacere su ciò di cui si aveva esperienza tangibile giorno dopo giorno? Perché questo accantonarsi in motivi e ispirazioni lontane ed evasive? Erano queste le questioni principali sollevate in maniera assai frequente da alcuni scrittori che ricordavano anche come fosse raro trovare nella poesia dell'epoca, e ancor di più nella prosa, frequenti ed esplicite tracce di un periodo definito con termini forti quali appunto dittatura, fase comunista, Malta come una piccola Russia o di guerra civile sfiorata.
Lo scarto con le precedenti scritture si focalizzava perciò sulla sensazione diffusa di dover muovere i passi all'interno di uno spazio letterario orfano di significativi modelli e desideroso di scrollarsi di dosso una memoria letteraria tracciata da un canone antico e anacronistico, avulso da quella negoziazione culturale e letteraria a cui le nuove scritture avrebbero dovuto tendere.
E questa interazione di voci e prospettive fu quello che alla fine trovai o che volli trovare in quello che fu un graduale passaggio di intenzioni: dalla iniziale volontà di dedicarmi alla letteratura maltese contemporanea alla decisione di seguire poi un differente percorso attraverso le scritture contemporanee e le reciproche relazioni tra i diversi protagonisti, che fece slittare il tutto dal piano di una autorialità già definita, a livello di canone locale, a quello di una autorialità ibrida, ancora sul farsi, che cercava la sua affermazione nell'intreccio di pratiche e vie di espressione molteplici, poco o per nulla interessata, lo ripeto, a qualsiasi delimitazione forte di carattere, genere e stile.
Lo ripeto, tale attività si presentava come di recentissima costituzione, dopo un certo periodo di sospensione e relativo mutismo letterario, dovuti non tanto a una totale assenza di nuove figure o diffusione di pubblicazioni da parte di quelle più affermate, quanto alla percezione dell'impossibilità di stabilire, per diverso tempo, un ricco e continuo confronto intellettuale e letterario da cui porre le basi per la costituzione di un durevole, innovativo e condiviso "campo culturale" (oltre che a una delicata situazione socio-politica).
Fu solo con l'affermarsi di una solida rete di relazioni tra le nuove figure del panorama letterario maltese che tali fondamenta sembrarono infine essere gettate. A sancire il nuovo inizio concorsero tanto processi di sana competizione, come quelli che ad esempio si svilupparono all'interno di brevi ma coraggiose "avventure editoriali", desiderose di dare voce all'ultima generazione di scrittori e di creare una nuova letteratura, quanto le varie e articolate possibilità di collaborazione ed espressione offerte da diverse associazioni culturali di cui, al momento della ricerca, Inizjamed si poneva come la più interessante e ricca di spunti.
Il campo letterario creato dall'intreccio di pratiche e contatti che coinvolgevano spesso anche chi non faceva ufficialmente parte di quest'ultima, era continuamente evocato dai discorsi e dalle azioni di tutte quelle figure che, a causa della percezione di un ruolo "clandestino" all'interno della tradizione letteraria e di frequenti contrasti con ambiti culturali più ufficiali, trovavano in esso quella desiderata legittimazione che il contesto culturale circostante sembrava spesso negare.

NOTE

[1] Vincent Crapanzano, 1995, Tuhami, ritratto di un uomo del Marocco, Meltemi ed., Roma, p. 165-166.
[2] Ibidem, p. 161.
[3] Nathan Watchel, 1993, Dei e vampiri, Einaudi, Torino, p. 29-30.
[4] Genette, Gérard, 1972, Figure II. La parola letteraria, Giulio Einaudi editore, Torino.
[5] Lejeune, Philippe, 2000, "Dove finisce la letteratura?" in Vite di carta, a cura di Quinto Antonelli e Anna Iuso, L'ancora del Mediterraneo, Napoli, p. 200-201.
[6] Clifford, James, 1993, I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, Bollati Boringhieri, Torino.
[7] Marcus George. E, Fischer. Michael M. J., 1998, Antropologia come critica culturale, Meltemi, Roma, p.174.
[8] Il Comitato è stato costituito legalmente nel 2002 mira al sostegno e alla promozione della cultura maltese in ambito locale e internazionale, all'interno di un'ampia prospettiva di azione che spazia dal campo della letteratura a quello del teatro, senza tralasciare la musica e il folklore locale. L'intento principale è quindi quello di incoraggiare l'esplorazione e lo sviluppo di molteplici potenzialità artistiche in modo da promuovere un'ampia partecipazione, libertà di espressione artistica e pluralismo culturale in modo da coinvolgere, anche a livello di pubblico, il maggior numero di persone possibile. Dispone inoltre di una rivista bimestrale distribuita gratuitamente con il Sunday Times.
[9] F. Dei 2002, Antropologia critica e politiche del patrimonio, da Antropologia Museale, n.2, editrice La Mandragora, Imola (Bo),p. 36.
[10] Lenclude, Gérard, 2001, Le patronage politique. Du contexte aux raisons in A. Blok, C. Bromberger, D. Albera (editors), L'anthropologie de la Méditerranée. Anthropology of the Mediterranean, Paris, Maisonneuve e Larose, p.301
[11] L'episodio si pone al culmine di un periodo assai difficile nei rapporti tra la Chiesa e il Malta Labour Party, costituito nel 1920, il quale nel 1956 iniziò ad adoperarsi per l'organizzazione di un referendum che stabilisse l'integrazione delle isole maltesi nel Regno Unito, di cui le isole costituivano una colonia sin dal 1814, in seguito al Trattato di Parigi. Con la ferma opposizione del Partito Nazionalista (nato negli anni ottanta del secolo precedente) e soprattutto della stessa Chiesa, il MLP venne sconfitto ed ebbe inizio un periodo di acerrimo contrasto tra il mondo religioso e i politici laburisti per i quali la Chiesa proclamò appunto un "interdetto" nel 1961 secondo il quale sarebbe stato scomunicato chiunque avesse scelto di schierarsi dalla parte del MLP. In una zona del cimitero di Marfa, villaggio a sud di Valletta, si trova tutt'oggi una fossa comune, chiamata "la discarica", dove vennero seppelliti gli scomunicati, che testimonia ancora la drammaticità di quel periodo. Negli stessi anni i politici nazionalisti, lasciando da parte il desiderio di un'integrazione con l'Italia, perseguita sin dalla fondazione del movimento, si impegnarono sempre di più per l'indipendenza dalla Gran Bretagna, proclamata il 21 settembre 1964. Le isole però oltre a restare all'interno del Commonwealth con la regina come Capo dello Stato, costituivano ancora un'importante base militare e navale al servizio della Gran Bretagna. A questo punto a battersi per una completa autonomia e per la proclamazione della Repubblica fu l'opposizione, che vide i suoi sforzi premiati il 13 dicembre del 1974. Cinque anni dopo le ultime truppe inglesi lasciavano l'isola.
[12] Attraverso la figura carismatica di Dom Mintoff "un padre estremamente autoritario e una figura famigliare a tutti i maltesi"(Boissevain, 1986: 200), il partito laburista mantenne il potere in modo quasi del tutto continuo dal '71 all'86 perseguendo una politica di non allineamento (assai frequenti furono le relazioni diplomatiche con i paesi socialisti e la Libia), limitazione delle importazioni, e introduzione di importanti sistemi di assistenza statale presenti ancor oggi. Nel corso degli anni ottanta l'opposizione politica tra i due partiti sfociò in numerose violenze, incendi (come quello alla Curia e alla sede del Times da parte dei socialisti) incarcerazioni e omicidi, oltre a tutta un'avvertita atmosfera di tensione e limitazione delle libertà personali.

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Num. 20 § Analisi
Malta letteraria, una lettura antropologica
di Virginia Monteforte ¦ pubblicato: dicembre 2006 [visita 3676 8-feb-2010 @ 20:36]

Virginia Monteforte Virginia Monteforte è nata a Roma nel 1978. Nel 2002 si laurea all'Università La Sapienza con una tesi sull'Educazione Interculturale e nel 2005, in seguito a una prolungato fieldwork consegue una laurea specialistica in Discipline Etnoantropologiche con un lavoro sul campo letterario e culturale maltese.
Successivamente collabora con la rivista internazionale Storie, vince uno stage agli Esteri nel settore della cooperazione e promozione culturale, organizza reading letterari, si perfeziona nell'arte della fotografia e svolge attività di recensione e traduzione.
Nel 2007 si trasferisce a Parigi per riprendere gli studi d'antropologia con un dottorato presso l'EHESS (École des hautes études en sciences sociales) con un progetto di studio sulla memoria storica e collettiva dei luoghi. Oggetto della ricerca è ancora Malta.
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