La cautela che fa muovere i passi all'interno di un contesto
culturale "altro", dove chi osserva è sempre a sua volta oggetto
di osservazione, impone le sue regole anche nella fase immediatamente
successiva il ritorno dal proprio fieldwork, quella
della scrittura, in cui ogni vissuto, proprio e altrui, è
soggetto a una delicata operazione di riduzione e ordine all'interno
di una cornice di autorità e legittimazione, tutto un universo
di teorie, dibattiti e problematizzazioni a cui attingere
per rendere l'esperienza trascorsa meno individuale e più
collettivamente accademica. Che sia una teoria strutturale
o una suggestione interpretativa, uno schema di parentela
o un richiamo cosmogonico, la resa ultima di una narrazione
antropologica consiste il più delle volte in un'epurazione
che finisce con il relegare l'io in zone di controllo prestabilite:
premessa o introduzione, primo capitolo o conclusioni. O almeno
così dovrebbe essere.
Quello di desumere un'argomentazione semi-scientifica da un
coacervo di incontri, passeggiate, chiacchiere e interviste
è quindi un bel problema ma di certo non l'unica difficoltà.
In genere ogni ricerca antropologica trascina con sé una serie
di inevitabili paradossi il cui scioglimento, presi dalla
frenesia di osservare, conoscere, reperire informazioni, schematizzare
e infine scrivere, non viene mai affrontato fino in fondo.
Spesso anzi lo si aggira, il più delle volte imbastendo l'intero
discorso di complesse giustificazioni appunto, parole su parole
desunte da quel collaudato serbatoio di esperienze autorevoli
e ataviche teorie già emerso per celare il più possibile il
proprio ego. E se proprio non si riesce ad aggirare lo scoglio
si possono sempre scrollare le spalle e affermare che in effetti
le cose stanno così ma potrebbero anche essere diverse, "in
fondo questo è ciò che ho io trovato, che ho visto
con i miei occhi", ma si deve tener conto che è pur sempre
un'intima esperienza e essere costretti a filtrare l'oggettivo
dal personale è operazione dura e rischiosa che semina qua
e là compromessi e sacrifici.
Un conto è chiudersi in un laboratorio e scrutare particelle
al microscopio, un altro è aprirsi alla realtà complessa e
mutevole di un contesto vivo, interrelato e senziente. Un
mondo in cui si è costretti a immergersi totalmente dal primo
all'ultimo giorno, e forse anche oltre, perché si è sempre
sul campo, e si è soli. Si deve tenere a mente che per
capire l'Altro l'etnografo deve fare di tutto per partecipare
alla realtà dell'Altro [...] deve partecipare alla vita della
gente che sta studiando; deve entrare nel loro mondo volontariamente
determinato -il mondo della loro prassi- e deve ritagliarsi
solo uno spazio parziale di auto-riflessione necessitato dalla
loro (e dalla sua) particolare prassi [...] ma per un altro
verso egli deve mantenersi fedele alla sua intenzione primaria:
fare ricerca. Deve potersi tenere a distanza dalla vita degli
individui che sta studiando; deve poter rimanere al di fuori
del loro mondo volontariamente determinato,deve garantirsi
un auto-riflessione che la sua prassi specifica, la sua ricerca,
esige e delimita (1) .
Autorizzazione - L'impossibilità di restare fedelmente
ancorata a tali intenzioni fu una delle più grandi preoccupazioni
nel corso della permanenza sul campo. Man mano che alcune
relazioni si facevano più strette e complesse, com'era inevitabile,
sentivo anch'io che "non avrei potuto tenere per molto la
distanza etnografica"(2) . A rafforzare tale atteggiamento
doveva sicuramente aver contribuito il modo in cui il mio
lavoro, e la mia stessa persona erano "sentite": L'etnologo,
soltanto per la sua presenza modifica, a volte perturba, il
gioco degli equilibri o degli squilibri del corpo sociale
nel quale si è inserito. Quale che sia il suo comportamento
non controlla le interpretazioni cui dà adito: coscientemente
o no, diventa una variabile tra le fazioni presenti e, mentre
si vorrebbe soggetto che osserva, rischia di trovarsi, egli
stesso, oggetto manipolato. Impossibile astrarsi in un puro
sguardo esterno: il ricercatore occupa necessariamente una
posizione nel mezzo delle reti autoctone, e si vede messo
in relazione a un tale o talaltro ruolo, che gli uni o gli
altri, nelle loro diverse strategie, si sforzano di fargli
giocare. Poiché egli è preso nell'ingranaggio della sua venuta.
Proclama la sua neutralità, pratica l'ecumenismo? Attraverso
la scelta dei suoi informatori, degli amici di cui si attornia,
con le stesse domande che pone, l'etnologo si trasforma in
attore e non può sfuggire a un coinvolgimento diretto che
gli viene attribuito in contrasto con i suoi dinieghi. Non
gli resta che assumere su di sé ciò che egli è per gli altri,
cercando di essere quello che è (3) .
Riguardo alla ricerca infatti la dichiarata volontà di volermi
occupare delle scritture contemporanee maltesi piuttosto
che di già affermati scrittori, suscitò in alcuni la speranza
che il lavoro avrebbe potuto in qualche modo colmare in parte
quel vuoto a livello di critica e compendio letterari a cui
la produzione presente anelava. Il tutto poi finiva con il
trascinare dietro sé un'altra non indifferente difficoltà:
come costruire un'immagine della letteratura maltese contemporanea
a partire da figure che un'ufficialità letteraria più ampia
e datata non riconosceva o relegava in un ruolo marginale?
Se quello che si avvertiva era più un conflitto che un'identificazione
con il canone letterario corrente, e se la maggior parte degli
autori più giovani trovava difficoltà a pubblicare e quindi
ad affermare la propria posizione in maniera più formale,
quali erano allora le strategie attuate che permettevano loro
di riconoscersi e farsi riconoscere come scrittori? La percezione
di appartenere a tale comunità immaginaria era frutto
di una forte consapevolezza interiore, di un lungo lavoro
o di una serie di legittimazioni esterne? Cosa determinava
allora la differenza tra sedicenti scritture letterarie
e scritture semplicemente creative nel momento in cui
anche le prime sembravano escluse il più delle volte da un
circuito di autorizzazione?
Il proposito di voler esplorare l'isola attraverso la propria
letteratura, questo "fatto sovralinguistico" (4)
implicò dunque, fin dall'inizio, un deciso superamento di
un'idea elitaria della stessa, il quale sorpasso, a dire il
vero, era già un bel pezzo avanti, grazie a tutta una serie
di precedenti studi filosofici, comparatistici e antropologici
che avevano avuto l'enorme merito di contribuire a una prima,
seppur teorica, dilatazione di prospettive.
Cito in particolare Philippe Lejeune, che nel saggio "Dove
finisce la letteratura?" si interrogava proprio sui confini
di tale ambito:
La letteratura è un omnibus, si ferma in tutte le stazioni!
Anche alle piccole fermate di campagna, l'autobiografia e
il diario intimo [...]. Bisognerebbe sapere se la letterarietà
di cui si parla è vista come costituzionale (qualità intrinseche
dell'opera) o condizionale (lasciata all'apprezzamento del
ricevente). La "letteratura"(parola del resto molto recente
nel suo senso attuale) non ha incluso ogni tipo di produzione
che non era né fiction né poesia? Il giudizio estetico constata
o crea il valore? Si tratta di distinguere l'arte dalla non
arte, o all'interno dell'arte ciò che è buono o cattivo?[...]
Tutto è complicato (la ricezione delle opere avviene su più
piani alla volta) e relativo. Roland Barthes diceva che la
letteratura è ciò che si insegna. C'è un "canone" dei generi
e delle opere. Per molto tempo in Francia non si è insegnato
autobiografia. Io sono professore di letteratura, insegno
autobiografia, dunque è letteratura (5) .
Nel caso di Malta il restare legati a una visione particolare
di letteratura, quella connessa alla figura di grandi e noti
scrittori, alla pubblicazione, all'ampia diffusione e ai programmi
scolastici, avrebbe potuto infatti portare automaticamente
a restringere il campo d'azione alla produzione di stampo
romantico delle origini e a figure di una certa età che avevano
avuto il loro exploit "ribelle" negli anni settanta,
relativamente silenziosi nel periodo successivo e oggi perfettamente
inseriti nell'establishment (con conseguente interruzione
dell'attività di scrittura e composizione da parte di molti
di loro), o al massimo contemplare, in un secondo tempo, solo
una parte delle pratiche scrittorie correnti.
Invece, poiché ogni oggetto di studio antropologico, prima
ancora di essere "pensato", viene lentamente rintracciato
sul campo, fin dall'inizio lasciai che l'isola e le sue pigre
e calde giornate si imponessero su qualsiasi precedente e
vaga idea di cammino. E partii dalle persone. In particolare
da quelle in cui, in modo assai fortuito, ero incappata ancor
prima di lasciare Roma. Il caso volle infatti che poche settimane
prima della partenza, dopo una breve ricerca su internet che
aveva avuto come guida l'espressione maltese contemporary
literature, entrassi in contatto con Adrian Grima, affermato
poeta locale e coordinatore di Inizjamed, associazione
letteraria e culturale non governativa costituita nel 1998,
alla cui presentazione ufficiale ebbi accesso grazie alle
versioni inglese ed italiana del sito, che mosse, prima di
ogni cosa, un primo, seppure incompleto, interesse ad approfondire
il presente letterario di una realtà fino ad allora totalmente
sconosciuta, ma che da una prima immediata ricognizione mi
era parsa essere assai vitale e interessante.
Il tutto mi prese alla fine cinque mesi, e anche più, un periodo
in cui le soluzioni interpretative perseguite dovettero scendere
a patti non solo con una originaria natura dello studio, estremamente
soggettiva, ma anche con la consapevolezza che ad altro non
sarei approdata se non alla fragile e temporanea cristallizzazione
di una realtà sempre sfuggente e in moto.
Presente
etnografico - Ogni antropologo, pur non ammettendolo,
si sente investito da una sorta di missione. O perlomeno così
l'avverte. Il compito è preciso e perentorio: qualsiasi sia
la sua destinazione, la cultura o l'ambito da indagare, egli
sa che il proprio lavoro è il solo antidoto al pericolo di
annullamento a cui tali contesti sono esposti. Non che ignori
il cambiamento o non ne faccia a sua volta oggetto di analisi.
La condanna dell'ipocrisia dei "frutti puri" (6) è
ben ferma nella sua coscienza. Eppure il presente etnografico,
di modo imperativo, continua a insinuarsi nella memoria di
ciò che si è vissuto e osservato, e se da una parte pare che
ogni cosa si blocchi, nel momento in cui si mette piede sull'aereo
per Fiumicino, dall'altra la coscienza che i flussi continuino
a scorrere e intrecciarsi anche senza le nostre annotazioni,
impone di stipare al più presto la traduzione dell'alterità
in un luogo impermeabile e sicuro. E di farlo bene.
Tutta la cautela di tale "investitura" trova infine la sua
vera ragion d'essere nella scrittura, anch'essa al presente,
vero suggello al tacito patto con il proprio fieldwork
, con tutte le preoccupazioni ermeneutiche che tale scelta
comporta:
Gli etnografi del ventesimo secolo sono stati spesso accusati
di essere particolarmente vulnerabili al sincronico. Nei resoconti
etnografici la realtà è spesso un presente al di fuori del
tempo non per cecità verso la storicità del continuo mutamento
sociale ma per una sorta di do ut des con certi vantaggi che
mettendo tra parentesi il flusso del tempo e l'influsso degli
eventi faciliterebbe l'analisi strutturale del sistema dei
simboli e dei rapporti sociali [...] L'operazione di perfezionare
il contesto storico è realizzata collocando un resoconto etnografico
prima o dopo "il diluvio": a) prima nel senso che un determinato
tipo di osservazione rappresenta l'ultima possibilità di cogliere
un insieme tradizionale di consuetudini o di forme sociali
prima che queste vengano inghiottite totalmente dalla modernità;
b) dopo, nel senso che si scoprono le orme autentiche di una
esistenza culturale ormai decaduta a causa del contatto con
l'Occidente (7) .
Anche l'esperienza sull'isola (settembre-dicembre 2004 e marzo-maggio
2005) sembra essere ora, in minima parte, una sorta di preludio
a un timido "diluvio". Esso ha coinciso con il mutare lento
di una particolare situazione che, ricordo, già nell'ultima
fase della ricerca dava cenni di velata insofferenza.
Il ritorno sul campo, a più di un anno di distanza, e con
propositi ben diversi, ha finito con il marcare in modo più
netto la coscienza dell'avvicendamento di un nuovo contesto
interrelazionale di pratiche letterarie e sforzi congiunti.
L'impegno e la tensione, ravvisati fin dall'inizio, verso
un medesimo scopo, non sembravano però aver perso la loro
intensità. E se quello scrittore ormai non aveva quasi più
contatti con l'associazione e l'altro era impantanato in uno
scomodo blocco letterario e quell' altro ancora si sarebbe
trasferito nel Nord Europa da lì a pochi mesi, tuttavia la
presenza di nuove forze creative e la costanza di quelle già
radicate intaccava solamente di striscio la struttura in precedenza
delineata. Struttura di cui, a questo punto, è d'obbligo parlare.
Il
personale nel pubblico - In quel periodo la gestione dello
spazio culturale letterario risultava "spartita" tra diversi
enti di natura governativa con altri che invece si configuravano
per un maggior distacco da eventuali appoggi politici o religiosi
pur nell'espressione chiara (come emerso nel caso di Inizjamed)
di un proprio laicissimo credo.
In breve, in ambito istituzionale erano presenti il Ministero
per la cultura e il turismo, L-Akkademja tal-Malti (Accademia
di maltese), il Comitato per l'arte e cultura maltese (MCCA)
(8) , mentre sull'altro versante agivano Inizjamed,
Poezjaplus, L-Ghaqda (trad. associazione)
tal-Malti (1931), l-Ghaqda Letterarja Maltja
(1951) e infine l-Ghaqda Poeti Maltin (1975). In ognuna
di queste associazioni, la tensione verso quello che sembrava
un intento comune, la valorizzazione di un certo patrimonio
locale, si smembrava poi nelle peculiari concezioni che i
diversi gruppi avevano di tale "eredità culturale" secondo
prospettive più o meno distanti da una visione centralizzata.
Se dietro il lavoro sul patrimonio c'è sempre l'immaginazione
di una comunità, non è più tanto chiaro quale tipo di comunità
sia di volta in volta immaginata, quali gruppi e interessi
sociali siano coinvolti, quali dinamiche tra i livelli egemonici
e subalterni entrino in gioco, quali rapporti con i saperi
accademici o con le comunità di comunicazione mass-mediale
siano stabiliti (9) .
La percezione di una cesura tra i diversi ambiti in cui avevano
luogo le varie attività letterarie e culturali dell'isola,
animate da istituzioni e protagonisti il cui operato restava,
non sempre ma comunque in molti casi, privo di sovrapposizioni
e impegni congiunti e continui, emerse in modo ripetuto dalle
parole di quegli informatori, contattati per primi, con cui
ero riuscita a istaurare un maggior rapporto di fiducia.
Venni così a conoscenza dell' inadeguato ascolto e riscontro
che molti di loro si erano trovati a fronteggiare, non senza
amarezza, in più di un'occasione, per via di alcune "incomprensioni"
con apparati di maggior potere.
Tuttavia non si trattava solo di sancire un'opposizione tra
uno spazio ufficiale (e fortemente istituzionale) e ciò che
invece sembrava legarsi a una dimensione più liminale, mobile
ed "elastica", così come assai ardua, e in parte mistificatoria,
si rivelava l'impresa di tracciare rigidi confini tra gli
artisti che erano parte di un'associazione culturale e altri
che invece ne risultavano formalmente esclusi. In ogni contesto
le interferenze e le sovrapposizioni erano invece molteplici
e imprevedibili e solo con il riferimento a particolari situazioni
fu possibile intravedere, in modo più preciso, l'azione distinta
dei diversi ambiti, con la consapevolezza, obbligatoria, dell'estrema
contingenza di ogni avvenimento. Solo nella peculiarità di
ogni evento tali sfere apparivano connotarsi di contorni e
sviluppi assai più definiti.
La maggior parte degli informatori contattati, come sottolineato,
faceva parte di Inizjamed, la quale nei sette anni
di attività aveva saputo crearsi uno spazio "ideologico" chiaro
e una certa rispettabilità. Quasi "coetanea" era l'altra organizzazione
letteraria, Poezjia Plus, nata nel 1999 e che fa riferimento
al teatro Manoel, nel cui cortile interno avevano luogo,
ogni ultimo lunedì del mese, delle serate di lettura a cui
a volte anche i miei informatori erano intervenuti (nel corso
del colloquio il suo coordinatore, il poeta Sergio Grech,
definì Poezja Plus e Inizjamed come gruppi
amici). Di recente un certo avvicinamento e allineamento
di vedute aveva coinvolto anche l'Akkademja tal-Malti
grazie a importanti cambiamenti che in quel periodo si verificarono
ai vertici.
Le diverse dinamiche di natura personale rendevano quindi
i confini tra i diversi campi, ufficiali e ufficiosi, percepiti
in opposizione, ancora più fluidi e circostanziali.
Il concetto di patronato a cui si sarebbe potuto automaticamente
ricorrere per dare ragione di una dimensione considerevole
dei rapporti tra i vari individui o i diversi campi a Malta
è una delle immagini più ricorrenti, anche se ormai fortemente
stereotipate, che si riscontrano negli studi sul Mediterraneo.
Assieme ad altre nozioni, come ad esempio quelle di "onore
e vergogna", il clientelismo fu percepito infatti da antropologi
estranei a tale area e attratti "dalla novità", come un aspetto
assolutamente "prototipico" solo per il fatto che esso non
sembrava trovare riscontri nel resto d'Europa. L'essenzializzazione
portava quindi a incanalare le diverse dinamiche sociali in
quadri concettuali prestabiliti lasciando in secondo piano
le molteplici differenze storiche, geografiche, religiose
e culturali presenti nel Mediterraneo. Ultimamente però Gérard
Lenclud, intervenendo proprio sul concetto di patronage
ha messo in luce come tale rapporto trovi attuazione anche
in contesti impensati (ad esempio in ambito accademico, nella
relazione tra "il barone universitario" e l'allievo) e la
conseguente necessità di un uso più critico del concetto che
tenga conto della valutazione soggettiva con cui "protettore"
e "protetto" sentono tale rapporto. Nel caso di Malta le dinamiche
personali di ostacolo o agevolazione, che finivano con l'avere
concrete conseguenze nell'ambito culturale pubblico, poterono
essere analizzate in termini di patronato solo a patto di
riconoscere l'estrema mobilità e universalità di tale concetto:
L'unione presente tra elementi disuguali mobilita attitudini
umane universali. Lo scambio di beni e servizi, che è l'aspetto
oggettivo della relazione di reciprocità tra patroni e clienti,
è subordinato alla valutazione soggettiva di questa relazione
e questa stima soggettiva si accompagna alla lotta per il
riconoscimento (10) .
L'incidenza delle relazioni personali in quella che è la possibilità
di trovare maggiori spazi di espressione ed ascolto, oltre
che di legittimazione, è stata però esplicitata solamente
dal "primo livello" di informatori, e senza particolari remore,
a differenza di quanto accaduto nel corso di altri incontri
con personaggi più "istituzionali", diplomatici e tendenti
a portare il tutto su un piano di discussione più generica.
In questi casi il peso dei rapporti personali che si imponeva,
il più delle volte, a tutta una serie di scelte che dall'ambito
privato ricadevano poi nel "pubblico", era completamente taciuto,
mentre le dinamiche di esclusione e partecipazione dei nuovi
scrittori a determinati eventi ricondotte semplicemente a
problematiche che contemplavano quasi esclusivamente il valore
letterario e artistico degli individui in questione.
Scritture
contemporanee - Una delle più forti impressioni ricevute
dall'insieme dei dati raccolti fu quella che la letteratura
contemporanea maltese, dagli anni novanta in poi, non poteva
essere rintracciata in rigide definizioni di carattere, movimenti
o teorie letterarie ma piuttosto colta nel fervore di chi,
a tutti gli effetti, se ne sentiva parte integrante, nel mio
caso un gruppo di giovani scrittori e poeti (Clare Azzopardi,
Immanuel Mifsud, Guze Stagno, Maria Grech Ganado, Stanley
Borg, Norbert Bugeja, per citare i principali informatori)
che, in modo più o meno diretto, più o meno ufficiale, facevano
capo alla già citata Inizjamed.
Tanto l'associazione che i progetti di cui si faceva carico
apparivano come l'espressione di un bisogno unanime, il tentativo
di realizzare un'esperienza tanto individuale che collettiva,
di costruirsi un primo spazio in cui immettere la propria
attività e da cui trarre una certa visibilità a livello locale.
Inoltre il percepirsi nel pieno di un'attività nuova, eterogenea
e in continua sperimentazione portava con sé l'assenza di
un manifesto, e quindi di un articolato e rigido intento di
base o la volontà comune di conformarsi a un atteggiamento
prestabilito.
Comunque,
a livello assai generale, le persone incontrate si dicevano
generalmente mosse dall'impegno di una scrittura, in lingua
maltese (da valorizzare e arricchire il più possibile, al
di là dei "maltrattamenti" a cui era soggetta in diversi contesti)
dai tratti realistici, attenta al presente e desiderosa di
trasmettere, senza alcun compromesso, opacità, celebrazione
nazionalistica o dichiarata opposizione anti-sociale, ogni
più concreta e anche cruda sfaccettatura della loro isola
(e non solo) attraverso un'espressione innovativa che traeva
il suo più diretto nutrimento proprio dalla sospensione di
paradigmi letterari e di forti valori.
Allo stesso tempo la possibilità di attingere alla tradizione
seguiva percorsi assai eterogenei e personali, a seconda di
esigenze che mutavano da un individuo all'altro, in modo da
poterne trarre quello che ognuno stimava esserne il più valido
contributo. C'è da dire che una certa opposizione con la generazione
che li ha preceduti era comunque esistente e ammessa più volte
nel corso di alcune interviste. Essa però non si imponeva
come un imperativo sulle loro pratiche ma emergeva "a posteriori":
poteva essere suggerita da una serie di scelte in ambito sociale
e politico, o lasciarsi cogliere "tra le righe" di una scrittura
che aveva sete di storia, cronaca quotidiana locale e internazionale,
e concretezza. Il tutto attraverso un modo di esprimersi,
a loro parere, diretto e schietto, scevro da qualsiasi fine
ideologico.
Se il periodo romantico, con cui storicamente ebbe inizio
la letteratura maltese, fece leva sull'esaltazione di tutti
quegli aspetti che avrebbero dovuto confinare il carattere
dell'isola in un approdo "identitario" chiaro e sicuro, rimpolpato
forzosamente da metafore ricorrenti (la madre, la terra e
i sani valori autoctoni) e la rottura di fine anni sessanta
del Moviment Qawmien Letterarju (Movimento per la rinascita
letteraria), sulla scia dell'indipendenza dal Regno Unito
nel '64, insistette sulla cesura insanabile tra l'individuo
e una società datata e opprimente, le scritture contemporanee
erano lontane da ambedue gli intenti e sembravano più vicine
all'approccio realistico attuato da un ristretto numero di
scrittori negli anni venti e trenta dello scorso secolo, a
cui più di una volta nel corso dei colloqui avevano fatto
riferimento o le cui opere mostravano di gradire.
Anche in questo caso tuttavia non fu mai dichiarato di far
discendere la propria creatività o ispirazione da opere o
autori ben definiti, aspetto questo che contribuì a incrementare
quel senso di "sospensione" accennato poco fa.
Agli occhi dei più giovani l'inesistenza nel presente di un
movimento letterario dai contorni precisi non fu quindi mai
indicato come un limite, a differenza invece del parere di
alcuni degli scrittori della generazione di fine anni sessanta,
le cui testimonianze, raccolte nel corso di alcune interviste,
rivelavano un doppio e opposto atteggiamento nei confronti
degli autori emergenti, il quale finiva con il tradursi da
una parte in una sorta di distacco e limitato interesse e
dall'altra nella volontà di conoscere e spesso guidare i passi
di chi solo da poco si era inserito nella scia degli scrittori
locali.
Nel
primo caso in particolare, l'immediata conseguenza di quelle
che a volte emersero come esplicite cesure nelle parole dei
diversi informatori, fu quella della coscienza di una comunicazione
"generazionale" non così ovvia e frequente come ci si potrebbe
aspettare da un luogo di dimensioni tanto ristrette, dove
la prossimità fisica e la relativa conoscenza reciproca dei
protagonisti della scena culturale avrebbero potuto suggerire
un facile, rapido e reciproco accesso alle attività e alle
produzioni scrittorie del presente. Alcuni degli scrittori
delle precedenti generazioni affermavano invece di non essere
completamente aggiornati sul presente letterario del luogo
dove vivevano. Non solo. A loro parere le scritture contemporanee,
oltre a non raccordarsi in alcun movimento letterario, come
evidenziato prima, non erano in grado di esprimere alcunché
di innovativo o rivoluzionario.
Da parte loro, gli scrittori emergenti sottolinearono più
volte, con decisa convinzione, una forte frattura con i poeti
del Moviment Qawmien Letterarju, evidenziando differenze
che andavano ben oltre l'ambito della scrittura e che svelavano,
come già affermato, la sensazione, esplicitamente dichiarata
da molti di loro in più di un'occasione, di una sorta di tradimento
dei propositi anticonformisti che animavano la poesia passata:
uno degli aspetti più forti di tale "deviazione" di intenti
coincideva con il fatto che la maggior parte dei poeti che
alla fine degli anni sessanta si proclamavano anti-establishment
ne facessero in quel momento parte integrante. Ma c'è altro.
La critica mossa da alcuni degli autori più giovani a chi
li aveva preceduti assunse in alcune conversazioni toni assai
forti e legati più al "non detto" che al "detto e poi rinnegato".
Il "non detto" faceva riferimento alla quasi totale assenza
di qualsiasi tipo di denuncia poetico-politica (fatta eccezione
per una manciata di casi) e di una esplicita presa di posizione
nei confronti di una fase storica descritta all'unanimità
come assai drammatica (e non ancora del tutto resa "obiettiva"
da un'analisi critica e "imparziale" dei fatti), quale la
tesa e problematica opposizione politica tra le istituzioni
di potere, la chiesa e i due partiti, sfociata dapprima nell'interdetto
del 1964 (11) e dieci anni dopo nella "dittatura laburista"
(12) . Se uno degli intenti fondamentali del Moviment
doveva essere anche un attivo coinvolgimento politico e sociale,
perché tacere su ciò di cui si aveva esperienza tangibile
giorno dopo giorno? Perché questo accantonarsi in motivi e
ispirazioni lontane ed evasive? Erano queste le questioni
principali sollevate in maniera assai frequente da alcuni
scrittori che ricordavano anche come fosse raro trovare nella
poesia dell'epoca, e ancor di più nella prosa, frequenti ed
esplicite tracce di un periodo definito con termini forti
quali appunto dittatura, fase comunista, Malta
come una piccola Russia o di guerra civile sfiorata.
Lo scarto con le precedenti scritture si focalizzava perciò
sulla sensazione diffusa di dover muovere i passi all'interno
di uno spazio letterario orfano di significativi modelli e
desideroso di scrollarsi di dosso una memoria letteraria tracciata
da un canone antico e anacronistico, avulso da quella negoziazione
culturale e letteraria a cui le nuove scritture avrebbero
dovuto tendere.
E questa interazione di voci e prospettive fu quello che alla
fine trovai o che volli trovare in quello che fu un graduale
passaggio di intenzioni: dalla iniziale volontà di dedicarmi
alla letteratura maltese contemporanea alla decisione di seguire
poi un differente percorso attraverso le scritture contemporanee
e le reciproche relazioni tra i diversi protagonisti, che
fece slittare il tutto dal piano di una autorialità già definita,
a livello di canone locale, a quello di una autorialità ibrida,
ancora sul farsi, che cercava la sua affermazione nell'intreccio
di pratiche e vie di espressione molteplici, poco o per nulla
interessata, lo ripeto, a qualsiasi delimitazione forte di
carattere, genere e stile.
Lo ripeto, tale attività si presentava come di recentissima
costituzione, dopo un certo periodo di sospensione e relativo
mutismo letterario, dovuti non tanto a una totale assenza
di nuove figure o diffusione di pubblicazioni da parte di
quelle più affermate, quanto alla percezione dell'impossibilità
di stabilire, per diverso tempo, un ricco e continuo confronto
intellettuale e letterario da cui porre le basi per la costituzione
di un durevole, innovativo e condiviso "campo culturale" (oltre
che a una delicata situazione socio-politica).
Fu solo con l'affermarsi di una solida rete di relazioni tra
le nuove figure del panorama letterario maltese che tali fondamenta
sembrarono infine essere gettate. A sancire il nuovo inizio
concorsero tanto processi di sana competizione, come quelli
che ad esempio si svilupparono all'interno di brevi ma coraggiose
"avventure editoriali", desiderose di dare voce all'ultima
generazione di scrittori e di creare una nuova letteratura,
quanto le varie e articolate possibilità di collaborazione
ed espressione offerte da diverse associazioni culturali di
cui, al momento della ricerca, Inizjamed si poneva
come la più interessante e ricca di spunti.
Il campo letterario creato dall'intreccio di pratiche e contatti
che coinvolgevano spesso anche chi non faceva ufficialmente
parte di quest'ultima, era continuamente evocato dai discorsi
e dalle azioni di tutte quelle figure che, a causa della percezione
di un ruolo "clandestino" all'interno della tradizione letteraria
e di frequenti contrasti con ambiti culturali più ufficiali,
trovavano in esso quella desiderata legittimazione che il
contesto culturale circostante sembrava spesso negare.
NOTE
[1] Vincent Crapanzano, 1995, Tuhami, ritratto di un uomo
del Marocco, Meltemi ed., Roma, p. 165-166.
[2] Ibidem, p. 161.
[3] Nathan Watchel, 1993, Dei e vampiri, Einaudi, Torino,
p. 29-30.
[4] Genette, Gérard, 1972, Figure II. La parola letteraria,
Giulio Einaudi editore, Torino.
[5] Lejeune, Philippe, 2000, "Dove finisce la letteratura?"
in Vite di carta, a cura di Quinto Antonelli e Anna
Iuso, L'ancora del Mediterraneo, Napoli, p. 200-201.
[6] Clifford, James, 1993, I frutti puri impazziscono.
Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, Bollati
Boringhieri, Torino.
[7] Marcus George. E, Fischer. Michael M. J., 1998, Antropologia
come critica culturale, Meltemi, Roma, p.174.
[8] Il Comitato è stato costituito legalmente nel 2002 mira
al sostegno e alla promozione della cultura maltese in ambito
locale e internazionale, all'interno di un'ampia prospettiva
di azione che spazia dal campo della letteratura a quello
del teatro, senza tralasciare la musica e il folklore locale.
L'intento principale è quindi quello di incoraggiare l'esplorazione
e lo sviluppo di molteplici potenzialità artistiche in modo
da promuovere un'ampia partecipazione, libertà di espressione
artistica e pluralismo culturale in modo da coinvolgere, anche
a livello di pubblico, il maggior numero di persone possibile.
Dispone inoltre di una rivista bimestrale distribuita gratuitamente
con il Sunday Times.
[9] F. Dei 2002, Antropologia critica e politiche del patrimonio,
da Antropologia Museale, n.2, editrice La Mandragora, Imola
(Bo),p. 36.
[10] Lenclude, Gérard, 2001, Le patronage politique. Du
contexte aux raisons in A. Blok, C. Bromberger, D. Albera
(editors), L'anthropologie de la Méditerranée. Anthropology
of the Mediterranean, Paris, Maisonneuve e Larose, p.301
[11] L'episodio si pone al culmine di un periodo assai difficile
nei rapporti tra la Chiesa e il Malta Labour Party,
costituito nel 1920, il quale nel 1956 iniziò ad adoperarsi
per l'organizzazione di un referendum che stabilisse l'integrazione
delle isole maltesi nel Regno Unito, di cui le isole costituivano
una colonia sin dal 1814, in seguito al Trattato di Parigi.
Con la ferma opposizione del Partito Nazionalista (nato negli
anni ottanta del secolo precedente) e soprattutto della stessa
Chiesa, il MLP venne sconfitto ed ebbe inizio un periodo di
acerrimo contrasto tra il mondo religioso e i politici laburisti
per i quali la Chiesa proclamò appunto un "interdetto" nel
1961 secondo il quale sarebbe stato scomunicato chiunque avesse
scelto di schierarsi dalla parte del MLP. In una zona del
cimitero di Marfa, villaggio a sud di Valletta, si trova tutt'oggi
una fossa comune, chiamata "la discarica", dove vennero seppelliti
gli scomunicati, che testimonia ancora la drammaticità di
quel periodo. Negli stessi anni i politici nazionalisti, lasciando
da parte il desiderio di un'integrazione con l'Italia, perseguita
sin dalla fondazione del movimento, si impegnarono sempre
di più per l'indipendenza dalla Gran Bretagna, proclamata
il 21 settembre 1964. Le isole però oltre a restare all'interno
del Commonwealth con la regina come Capo dello Stato,
costituivano ancora un'importante base militare e navale al
servizio della Gran Bretagna. A questo punto a battersi per
una completa autonomia e per la proclamazione della Repubblica
fu l'opposizione, che vide i suoi sforzi premiati il 13 dicembre
del 1974. Cinque anni dopo le ultime truppe inglesi lasciavano
l'isola.
[12] Attraverso la figura carismatica di Dom Mintoff "un padre
estremamente autoritario e una figura famigliare a tutti i
maltesi"(Boissevain, 1986: 200), il partito laburista mantenne
il potere in modo quasi del tutto continuo dal '71 all'86
perseguendo una politica di non allineamento (assai frequenti
furono le relazioni diplomatiche con i paesi socialisti e
la Libia), limitazione delle importazioni, e introduzione
di importanti sistemi di assistenza statale presenti ancor
oggi. Nel corso degli anni ottanta l'opposizione politica
tra i due partiti sfociò in numerose violenze, incendi (come
quello alla Curia e alla sede del Times da parte dei
socialisti) incarcerazioni e omicidi, oltre a tutta un'avvertita
atmosfera di tensione e limitazione delle libertà personali.


