Gesù e i manoscritti del Mar Morto
di David Donnini
Coniglio Editore, Roma 2006
Sono tempi, questi che stiamo vivendo, in cui i tranquilli sonni della Chiesa Cattolica (e non c'è dubbio che si possa parlare di "sonni") sono turbati da improvvise ed incontrollate incursioni della storia. Non che questa sia una novità: una istituzione bimillenaria come la Chiesa non può non avere un rapporto controverso ed in parte irrisolto con il proprio lungo e travagliato passato, col suo essere sempre stata protagonista della storia occidentale, calata nel secolo tra la terrena ed imperfetta umanità. Ancora più complicata diventa la questione quando la storia sottopone al suo sguardo analitico il fulcro stesso della fede cattolica (e cristiana): la figura di Cristo, le sue vicende terrene che, se riscritte in un certo modo, incidono direttamente sui pilastri che sorreggono l'edificio dottrinale, come ad esempio la resurrezione o la divinità stessa di Gesù. Due gli eventi di questi ultimi mesi che testimoniano da un lato i nervi scoperti della Chiesa, dall'altro e l'atteggiamento predatorio dei mass-media e la disponibilità "popolare" a viaggiare con la fantasia, ad abortire la storia per l'antistoria, ad abbracciare acriticamente misteri inconfessabili e teorie complottiste: Il Codice da Vinci di Dan Brown - di cui tutto già si sa e quindi mi e vi risparmio ulteriori parole - che è approdato nelle sale cinematografiche aprendosi ancor di più al "grande pubblico"; il Vangelo di Giuda, testo gnostico del II secolo da poco disponibile alla lettura di tutti (vedi a proposito, in questo numero di Amnesia Vivace, l'articolo di Barbara Lattanzi Il Vangelo di Giuda). Da una parte abbiamo un Cristo che non muore sulla croce ma che si salva, addirittura si sposa con la Maddalena e genera una discendenza protrattasi sino ai nostri giorni; dall'altro c'è il più grande traditore di tutti i tempi, Giuda, che si scopre essere l'unico apostolo compartecipe, per stessa volontà di Gesù, al mistero divino della crocifissione che, in linea con la visione gnostica, è crocifissione dell'uomo (della sua carnalità) al fine di liberare lo spirito imprigionato nella carne. Nuove e vecchie eresie, dunque, sufficienti alla "discesa in campo" del Papa stesso che recentemente si è fatto premura di ricordarci come l'unico mistero in Giuda sia quello incomprensibile del rifiuto dell'amore di Dio, e come il Codice da Vinci, semplicemente, non vada letto, né ne vada vista la versione cinematografica. Ma in piena era post-dogmatica di new age, di bricolage religioso, di ciarpame cataro-templare-rosacrociano ecc. ecc. sembra non esserci strale papale né richiamo alla retta osservanza in grado di opporsi alle spinte centrifughe che scuotono la Chiesa. Chissà perché? Sarà che le pecore non ne possono più di ascoltare il loro pastore, o sarà che là dove c'è il mistero c'è sempre almeno un uomo che tenta di svelarlo. Mistero, sì, perché per quanto io stesso guardi con disincantato scetticismo le nuove rivelazioni ancor più delle vecchie, non c'è dubbio che il cristianesimo delle origini sia, almeno in parte, ancora un mistero da chiarire. Semmai c'è da restar perplessi di fronte all'incapacità - peculiarmente italiana - di affrontare tale mistero storico con l'unico strumento deputato: la storia. Ma si può comprendere: l'esercizio dell'analisi storica, oltre che complicato e a volte noioso, nemmeno è generoso verso chi ricerca stimoli alla fantasia e facili fughe dalla realtà. Se quindi chi ha utilità nell'insabbiare o negare qualunque mistero (la Chiesa) è certamente condannabile ma almeno è coerente coi propri istinti di sopravvivenza, chi invece dovrebbe avere l'interesse di svelare ogni arcano religioso per liberarsene una volta per tutte ne resta abbagliato ed affascinato, sino a ergerlo esso stesso ad oggetto di culto. Ma per quanto affascinante sia, il limite del mistero è quello di restare tale e non risolversi mai nella verità. Riassumendo, credo che il Cristo esoterico di Dan Brown e quello gnostico del Vangelo di Giuda, pur nel clamore suscitato, finiranno per non sconvolgere nulla e per riaffermare i soliti rassicuranti ruoli: la Chiesa e una certa critica conforme potranno affermarsi quali uniche e serie depositarie di una verità storica priva di misteri; i fedeli potranno prendersi una breve "vacanza intellettuale" immaginando esoteriche verità e complotti inconfessabili ma poi, quando sarà richiesto, rientreranno tutti all'interno dell'ortodossia tradizionale.
Quello del cristianesimo delle origini (1) è un campo che per essere percorso richiede altissime competenze multidisciplinari: storiografiche ed archeologiche (concentrate sullo specifico momento storico del popolo ebraico nell'era della dominazione romana); linguistiche e filologiche (rivolte allo studio di una letteratura religiosa che di volta in volta è aramaica, ebraica, copta, greca, latina); antropologiche e storico-religiose (quanto della "mitologia" cristiana attinge a precedenti modelli extra cristiani?). Quanto basta per dire che si tratta di un terreno minato come mai. Per quanto mi riguarda, non possiedo certo tali conoscenze, ma da lettore più o meno informato non posso non notare come chi invece ne dispone, raramente affronta le "sabbie mobili" della nascita del cristianesimo, raramente porta alla luce i tanti problemi storico-religiosi legati alla figura del Cristo e al senso della sua azione storica, raramente si espone a suggerire ipotesi che potrebbero risultare incompatibili con i dogmi cristiani. Eppure, quei circa cinquanta / settanta anni che separano la presunta nascita di Gesù dalle prime apparizioni di scritti neotestamentari (2) sono tanto oscuri ed avari di notizie quanto fondamentali per chiunque voglia avere un'idea meno leggendaria del Cristo storico. E stabilire chi fosse veramente il Cristo, nonché il contesto storico e le finalità della sua predicazione, è d'importanza capitale per comprendere la religione cristiana prima dell'intervento di Paolo (soprattutto: era una religione?). È infatti universalmente accettata l'idea che pratiche e credenze del cristianesimo, come lo conosciamo oggi, affondino le radici storiche (più che in Cristo) nell'interpretazione paolina della figura e del pensiero di Cristo, interpretazione che in vari modi plasma la gran parte degli scritti neotestamentari e dà forma al canone dottrinario delle nascenti comunità cristiane. Ma si sa anche - poco, ma si sa - che alla morte di Cristo non tutti i discepoli accettarono l'evoluzione universalistica e soteriologica paolina e che per molti anni le tendenze "elleniste" di Paolo, tagliate su misura per i "gentili" e per gli ebrei della diaspora, dovettero convivere, non senza tensioni e scissioni (Nazarei, Ebioniti), con una visione giudeo-cristiana per la quale la figura di Gesù e la sua azione erano ricondotte all'alveo esclusivo della storia ebraica, e in questa e per questa traevano esclusivo senso. Ma qui entriamo, appunto, nel campo minato di cui si diceva prima o, se più ci piace, nelle sabbie mobili che tutto inghiottono ed amalgamano: la resistenza nazionalista zelota, l'estremismo religioso esseno, il fondamentalismo dualista della comunità di Qumran, il messianismo davidico delle comunità giudeo-cristiane.
David
Donnini è uno studioso di tali "minate" questioni,
e se non altro occorre riconoscergli il merito di non tirarsi
indietro di fronte a problemi scomodi e conclusioni non conformi.
Molte delle sue tesi sono facilmente reperibili in internet
e hanno già trovato spazio editoriale attraverso le pubblicazioni
di Nuove ipotesi su Gesù (Macro, 1993) e Cristo,
una vicenda storica da riscoprire (Erre Emme, 1994). Il
suo recente Gesù e i manoscritti del Mar Morto (Coniglio
Editore, 2006) è un lavoro, questo sì, che meriterebbe ampia
diffusione e anche tutti i dibattiti del caso con le legittime
obiezioni e confutazioni. Quello che non merita affatto è
invece il restare nell'oblio, il che è purtroppo probabile
per delle ipotesi cristologiche che non accendono la fantasia
del pubblico ma che nemmeno sono facilmente confutabili dalla
Chiesa: meglio, quindi, non parlarne affatto, fare finta di
nulla (3). Non potrà far finta di nulla, invece, il
lettore che vorrà seguire passo passo la narrazione di Donnini,
tutta tesa a far luce proprio su quei primi sette decenni
dell'era cristiana. E nel calarsi all'interno del contesto
storico descritto, sarà anche facilitato da uno strano scherzo
della storia che ci offre ampie analogie tra il passato paleo-cristiano
e l'attualità israelo-palestinese: nell'arida Palestina, tra
Gerusalemme, il Mar Morto ed il Golan, viveva 2000 anni fa
un popolo dominato da invasori stranieri portatori di un'altra
cultura ed un'altra religione; in un contesto fatto di convivenza
imposta, accenni di ribellione e collaborazionismi vari, alcune
minoranze si rivoltavano apertamente ai dominatori unendo
in un'unica visione la liberazione della patria e il trionfo
del proprio dio. C'è molto di familiare in tutto ciò.
Come
dicevo sopra, vista l'estrema specializzazione dell'argomento
trattato, il lettore "normale" (non particolarmente
competente di filologia o di esegesi vetero e neotestamentaria)
non avrà molti strumenti per valutare a fondo quanto Donnini
dice. Potrà senza difficoltà, tuttavia, riconoscere all'Autore
la capacità di bene argomentare ogni sua affermazione rendendo
nel complesso un quadro generale degli avvenimenti e dei ruoli
dei vari protagonisti tanto credibile quanto sconvolgente
il comune sapere. Sconvolgente, sì, perché attraverso un attento
studio delle fonti - non solo i libri del Nuovo Testamento,
in ciò che dicono e soprattutto in ciò che non dicono, ma
anche le fonti cadute nell'oblio o conosciute solo dagli specialisti,
quali la letteratura apocrifa, la patristica, le cronache
di Giuseppe Flavio - Donnini entra nel merito proprio di quei
buchi neri del primissimo cristianesimo, riuscendo abilmente
ad inserire ogni tassello al proprio posto e a gettare luce
sopra tutte le zone oscure. È una luce certamente ipotetica
ma, ripeto, credibile e coerente con l'insieme generale. Tre,
direi, i momenti qualificanti dell'intero lavoro:
A) La descrizione della figura di Gesù ed il senso della sua azione storica, non rivolta alla creazione di una nuova religione (rivoluzionaria nella sua apertura soteriologica ed universalistica) ma perfettamente inserita nel contesto della resistenza antiromana e delle rivolte capeggiate dagli Zeloti; un Cristo guerriero e politico dunque, un Cristo che si propone come messia ma non nell'accezione cristiana di redentore bensì nel senso - tutto interno alla storia ebraica - del messianismo davidico, di colui, cioè, che dovrà liberare Israele dagli invasori e restaurare il regno di Yahvè. Non un Gesù di Nazareth nato da un povero falegname ma un Gesù di Gamala, città simbolo della lotta zelota capeggiata dalla famiglia di Giuda.
B) L'individuazione puntuale dell'ambiente settario ebraico e paleo-cristiano, che distingue ma nel contempo relaziona ed intreccia Qumran, gli Esseni, i Zeloti, la predicazione di Giovanni Battista, le comunità giudeo-cristiane. Qumran appare il centro politico e spirituale della resistenza antiromana ed in Gesù sembrano coincidere - presupposti alla sua investitura messianica - l'ansia religiosa essena e l'odio antiromano zelotico. Da Qumran, forse, muove l'azione politico-religiosa del "galileo" e "nazareno" Gesù e a Qumran, forse, ritorneranno capeggiati da Giacomo e Simon Pietro quei cristiani incapaci di riconoscersi nell'abile travisamento evangelico paolino (e si spiegherebbe il ritrovamento a Qumran di un frammento - il 7Q5 - riportante probabilmente un passo di un vangelo primitivo, forse Marco).
C) L'analisi solida e lucida delle fonti neotestamentarie, che ne mette in luce la presenza di redazioni successive e stratificate, le contraddizioni, censure, dissimulazioni, sino a svelare l'intera strategia paolina (diretta, o comunque riconducibile all'impostazione di Paolo) tesa a riscrivere Cristo, distaccandolo completamente dalla tradizione messianica e dalle istanze nazionaliste zelotiche. Scompaiono i riferimenti a Gamala, al senso del titolo di nazareno, alla sua famiglia e al ruolo che questa aveva nella lotta nazionalista, alla sua condizione di uomo coniugato. Si toglie a Roma ogni responsabilità della condanna di Gesù (Pilato se ne lava le mani) per dirigerla verso il popolo ebraico («il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli», Mt 27, 25). Si attinge a modelli della mitologia e della ritualità extraebraica: nascite miracolose da vergini; morte e resurrezione del dio, teofagia. Tutto rimanda ad un Cristo decontestualizzato e destoricizzato, privo di terra e radici, evanescente come se fosse pronto da un momento all'altro a smaterializzarsi nell'assunzione in cielo.
In definitiva, un lavoro ricco di tante cose, notizie, dubbi, ipotesi a volte più e a volte meno credibili, analisi a volte più e a volte meno rigorose. Ho apprezzato particolarmente il capitolo dedicato alle questioni del titolo "nazareno" e dell'origine di Gesù da Gamala; il capitolo su Barabba "figlio del Padre" (Jeshua bar Abbà); il capitolo su Lazzaro, nascosto dietro la figura del "discepolo che Gesù amava"; l'intero capitolo 10, sul ruolo storico del centro di Qumran quale crocevia di istanze politico-nazionaliste e spirituali-fondamentaliste. Non mi hanno convinto, invece, le pagine in cui Donnini confuta attraverso il simbolismo e l'allegoria i presunti miracoli di Gesù: afferma di farlo in opposizione ad un erroneo e pregiudiziale approccio razionalista ad alcuni passi dei vangeli, ma in realtà mi sembra che sia lui il primo a non riuscire a liberarsi del razionalismo, a intestardirsi nello spiegare razionalmente qualcosa che non necessariamente è (o deve essere) spiegabile. E lo stabilire la vera natura degli atti miracolosi attribuiti a Cristo non mi sembra nemmeno particolarmente importante ai fini del suo discorso sul Cristo storico. Avrei inoltre fatto volentieri a meno di quelle due paginette in cui Donnini dà un credito (molto leggero, per la verità) alle famose ipotesi della Maddalena che emigra in Francia portando in grembo il figlio di suo marito Gesù, dal quale deriverà una stirpe di sangue reale (sang raal = Santo Graal), ecc. ecc. ecc. Debole mi è sembrato, infine, il capitolo intitolato Perché San Paolo ha inventato il cristianesimo? In realtà tutto il libro spiega bene come lo ha fatto ma non altrettanto bene perché lo ha fatto, e la questione mi sembra di eccezionale importanza, soprattutto nella misura in cui si accetta la tesi (di Donnini) di un Gesù Cristo in parte estraneo al (neo) cristianesimo. Mi spiego: l'azione censoria e mistificatoria di Paolo, unitamente alla sua indiscussa opera di predicazione, evangelizzazione, fondazione e direzione, rivolta alla diffusione di un certo tipo di cristianesimo, che movente ha se quel Cristo soprattutto politico, soprattutto rivoltoso, era stato sconfitto militarmente e non rappresentava più un reale pericolo? Che movente ha se quelle sette giudeo-cristiane che al Cristo messianico si richiamavano non erano poi così diverse dai tranquilli eremiti esseni di Qumran? Ma soprattutto: come si spiega la nascita e la diffusione della più grande religione mondiale se tutto si riconduce ad una serie di equivoci, alterazioni e travisamenti? Non che Donnini sfugga a queste domande: propende per una valutazione estremamente elevata del pericolo che la setta cristiana (esseno-zelota), anche dopo la morte di Gesù, avrebbe rappresentato per la stabilità di Israele, valutazione che avrebbe indotto Paolo ad intervenire sostituendo la semplice repressione con un'abile azione di traslazione dell'immagine di Cristo: dal rivoluzionario messia davidico allo spirituale redentore universale, apolitico e degiudaizzato. Plausibile, ma il quadro generale non convince del tutto. Anche accettando che Paolo, e con lui i vari redattori dei sinottici, e gli "ellenisti", e successivamente i Padri della Chiesa, abbiano agito nella direzione di propagandare un cristianesimo rinnovato, estraneo alla sua origine giudaica, innocuo ai fini della convivenza con Roma ("dare a Cesare quel che è di Cesare"), rivolto alle aspettative religiose di uomini diversi per etnia e classe sociale, restano aperte più che mai le questioni del come si spiega l'incredibile successo di questa nuova religione e del come si giustifica la spinta evangelizzatrice che nell'arco di pochi secoli avrebbe convertito le principali terre dell'ex Impero Romano. Se la vicenda di Gesù trova ogni sua ragione d'essere esclusivamente all'interno del contesto politico-religioso di una delle più periferiche e meno importanti province dell'Impero, perché allora è stato necessario addirittura reinventarla in direzione extra-giudaica? Per poterne controllare le eventuali pericolose conseguenze? Ma se il problema era neutralizzare gli estremismi nazionalisti della predicazione di Cristo allora la soluzione si è rivelata errata in partenza, perché l'invenzione di un cristianesimo degiudaizzato non avrebbe potuto interessare i giudei (come, infatti, non li ha interessati), e non li avrebbe certo distolti dalle loro istanze nazionaliste. E poi perché questo cristianesimo inventato di sana pianta come soluzione ad un problema ebraico è stato subito predicato per ogni paese? È almeno paradossale che per disinnescare un movimento pericoloso per gli equilibri politici ebraici e romani se ne crei un'altro che ben più gravi conseguenze avrebbe avuto per gli equilibri dell'intero mondo romano.
Alla
fine, credo che nel voler disegnare un esaustivo insieme generale
che spieghi l'eccezionalità storica e il successo del cristianesimo
o si debba riconoscere alla predicazione (e azione) di Gesù
un elemento di novità o politica o religiosa talmente forte,
talmente innovativo che da subito crea una rottura e lo distanzia
da quella tradizione esseno-zelotica da cui ha avuto origine
(un leader politico-militare di non comune potenza? Un predicatore
religioso capace come nessuno di risvegliare le coscienze
e mobilitare le masse ? Un uomo dotato di poteri taumaturgici
miracolosi?) (4), e che riesce inoltre a sopravvivere
sia alla scomparsa del suo creatore (Gesù) sia alla sua esportazione
al di fuori del contesto di provenienza, oppure - se Cristo
fu solo uno dei tanti leader politico-religiosi che si opposero
senza successo alla dominazione romana - si deve concludere
che tale elemento di eccezionale novità (solo religioso, questa
volta) sia da ricercare tutto in Paolo, e che l'intuizione
e la sintesi religiosa dell'apostolo "dei gentili",
unitamente alla sua predicazione e alle doti politiche ed
organizzative, lo qualificano di diritto come una delle più
grandi figure storiche di tutti i tempi.
Questi quindi i miei dubbi, che però non incrinano il giudizio positivo su un lavoro serio, coraggioso e provocatorio. Un lavoro che, mille volte più di qualunque Codice da Vinci, meriterebbe attenzione e diffusione, strali censori e serie confutazioni. Invito i lettori a salvarlo dal probabile oblio.
NOTE
[1] Con tale termine intendo le vicende dell'azione
storica di Cristo e della nascita delle prime comunità cristiane
almeno sino al 70 d.C., data della distruzione di Gerusalemme
ad opera delle truppe di Tito, ma anche data in cui far risalire
la prima testimonianza dell'esistenza di un vangelo (probabile
frammento di Mc 6, 52-53 reperito tra i documenti di Qumram).
[2] Alcune lettere di Paolo sono concordemente collocate
nei primi anni cinquanta e altrettanto è probabile per l'ipotetica
- e da molti negata - prima redazione aramaica del vangelo
di Matteo; come già detto, invece, la più antica testimonianza
di un vangelo ci è data da un frammento papiraceo reperito
a Qumram e riportante un passo attribuito a Marco, ed è certamente
precedente all'anno 70, data in cui il sito del Mar Morto
venne abbandonato (alcuni studiosi datano il frammento addirittura
all'anno 50).
[3] E questa dell'oblio è un'ipotesi per nulla peregrina:
potrei forse ricordarmi male ma sono convinto di avere letto
una prima ampia versione delle tesi esposte in questo libro
circa dieci anni fa, contenute in un file zippato dentro un
dischetto che un mio conoscente, studioso di questi argomenti,
mi aveva passato. Dieci anni o più per giungere ad una pubblicazione
(tra l'altro con una casa editrice non proprio "di grido")
testimoniano la difficoltà di diffondere certe tesi scomode.
[4] Un buon approfondimento sul senso messianico da
attribuire alla predicazione di Gesù è contenuto in Dal
Messia al Cristo, di Giorgio Jossa (Paideia, 1989). Attraverso
un approccio alle fonti vetero e neotestamentarie molto sfumato,
problematico e cauto, Jossa propone un'evoluzione in Gesù
stesso del senso - e quindi del modello religioso - del suo
ruolo: dapprima si sente e si presenta profeta, poi appare
accennare ad un ruolo di messia riconducibile alla tradizione
davidica (o in tal modo viene percepito dai discepoli), infine
sembra sposare il concetto di un messianismo escatologico
e salvifico modellato sulla figura del "figlio dell'uomo",
come questa è presentata nell'apocalittica di Enoc.


