dux
in scatola - Autobiografia d’oltretomba di Mussolini
Benito
uno spettacolo di e con Daniele Timpano
collaborazione artistica Valentina Cannizzaro e Gabriele Linari
disegno luci di Marco Fumarola
foto di scena di Valerio Cruciani e Alessandra D'Innella
drammaturgia e regia di Daniele Timpano
Organizzazione di Maria Rita Parisi
Una produzione di amnesiA vivacE
In collaborazione con Rialto Santambrogio e
UbuSettete - periodico di critica e cultura teatrale
PREMESSA 1. Sono un redattore di Amnesia Vivace che sta per recensire uno spettacolo di Daniele Timpano, anch'egli redattore della medesima web-magazine: evidente il potenziale conflitto d'interessi. Per chiarire la mia posizione su questo problema, rimando il lettore al seguente articolo: Lo Zio Vanja - Doppia recensione in conflitto d'interessi. Lì il conflitto era al parossismo, visto che recensivo addirittura un mio spettacolo.
PREMESSA 2. Dux in scatola, recente ed ultimo spettacolo di Daniele Timpano, ha saputo suscitare e nella Critica e nel pubblico un certo dibattito. Segnalo in particolare la vicenda delle finali di Scenario, dove lo spettacolo non ha vinto né ricevuto segnalazioni, eppure è risultato il primo in quella speciale (e consolatoria) classifica che è il "Premio Ombra", alimentata dalle preferenze del pubblico. Non deve stupire il dibattito: a prescindere dalle modalità teatrali attraverso cui viene posto, l'argomento Mussolini è evidentemente ancora scottante, ancora capace di dividere, talmente evocativo di luoghi comuni e dubbi e certezze e timori e rancori da essere in grado di sviare il giudizio critico da una analisi che dovrebbe essere rivolta al fatto teatrale, ad una esegesi che invece si ciba inevitabilmente proprio di quei luoghi comuni, dubbi, certezze ecc., insomma di quanto ognuno di noi presuppone dell'esperienza fascista. Ad esempio: può un uomo di sinistra quale si dichiara Timpano (anche se non si dichiarasse tale, lo è per definizione presupposta in quanto attore underground) non parlare male del fascismo? No, non può, ed ecco infatti che si legge: «lo spettacolo [...] è una sottile operazione che denuncia amaramente l'assurdità del fascismo italiano, che provoca come una doccia gelata, sbattendo in faccia allo spettatore le contraddizioni di un Paese che non si è mai liberato veramente dell'ideologia violentemente imposta da Mussolini» [A. Porcheddu, delteatro.it]. O ancora: «abbandona ogni forma di retorica antifascista per entrare nel corpo morto di Mussolini Benito e farne materia narrativa cruenta, senza lasciare nello spettatore il dubbio della condanna dura e senza appello» [M. T. Surianello, Il Manifesto del 09 aprile]. Come dire: parlare del fascismo equivale (deve equivalere) a condannare il fascismo. Proverò a mostrare come Timpano usi l'argomento fascismo senza parlare veramente di fascismo e, di conseguenza, senza porsi il problema della sua condanna.
PREMESSA 3. Timpano è solo in scena e narra la sua storia. Un tempo si sarebbe definita l'operazione come "monologo", oggi tutti parliamo di "teatro di narrazione". L'uno o l'altro che sia, si dà per scontata la necessità di un forte impianto drammaturgico dietro, e per drammaturgico intendo un testo scritto, un testo di forte valore narrativo, un testo come Sofocle e Shakespeare e Cechov e Beckett e tutta la grande tradizione della drammaturgia comandano. C'è in Dux? Non c'è? Leggo altrove che Timpano si è reso artefice di una «scelta raffinata del materiale drammaturgico» [G. M. Tosatti - Ubu Settete! Un contenitore che divide i sommersi dai salvati - Amnesia Vivace n° 16]. Proverò a mostrare come Timpano non si sia volutamente curato della drammaturgia scritta, per privilegiare un abbozzo di una particolare drammaturgia scenica.
Lo
spettacolo inizia con una richiesta al pubblico. Timpano dice
(parola più o parola meno): «fate uno sforzo di immaginazione
e provate a pensare che il Duce sia io». Bene, ma chiunque
abbia visto il viso, il corpo, la figura dell'attore romano
- magro, esile, dai tratti somatici vagamente giudaici (come
afferma lui stesso in scena) - sa che non basta uno sforzo
d'immaginazione per una tale identificazione; forse occorrerebbe
una buona dose di LSD. Insomma, l'identificazione Duce/Timpano
è impossibile da realizzarsi, è fallita in partenza. Però
Timpano insiste su questa strada per tutta la rappresentazione
parlando in prima persona nelle vesti di Mussolini, e ciò
genera riso da parte del pubblico, riso che ha evidentemente
funzione di rigetto. Il Duce/Timpano quasi mai accenna ad
un punto di vista (qualunque sia) sul fascismo, sul suo significato
storico e/o sociale. Parla invece di se stesso morto, quindi
del suo corpo e delle vicende che questo subisce. L'oggetto
della narrazione è (appunto!) un oggetto, un corpo morto,
un mucchietto d'ossa. E nemmeno in questo caso il punto di
vista di Mussolini (né quello di Timpano) emerge significativamente:
è voce asettica, neutra, distaccata rispetto alla storia che
narra e rispetto alla Storia tout court. Lo straniamento
brechtiano mi sembra soddisfatto: risulta impossibile ogni
catarsi. Al contempo è invece totalmente insoddisfatta ogni
possibile didattica che passi per tecniche di epicizzazione:
c'è la storia ma non la Storia.
Timpano condisce la rappresentazione del suo testo con un insieme di particolari modalità espressive, verbali e gestuali, che rubano la scena, ovvero si pongono agli occhi del pubblico come il vero spettacolo. In scena non c'è il testo dell'autore Timpano e non c'è Mussolini, c'è semmai Timpano, il quale racconta - a suo modo particolarissimo ed anche accattivante - una qualunque storia, storia che in questo caso parla del Duce, o meglio del suo corpo senza vita, ma che potrebbe anche parlare di qualsivoglia argomento, che so? ciò che ha mangiato Timpano prima di andare in scena o la sua prima esperienza sessuale. La storia narrata è un pretesto, non altro è che la carta su cui si traccia il segno Timpano. Cioè, Timpano stesso è un segno caratterizzato da una particolare (e piacevole) gestualità, corporalità, voce. È autoreferenziale ma sufficiente a comunicare. Cosa comunica? Si potrebbe dire quasi nulla oltre se stesso: tutto quello che comunica è legato al suo corpo (comunicazione somatica) e agli stimoli che dà la sua figura, quindi possiamo parlare vagamente di stranezza, ma anche di dolcezza, tenerezza, timidezza. Non il corpo del Duce morto ma il corpo (teatralizzato) di Timpano vivo. Per il resto è un segno vuoto, eppure semioticamente - proprio in quanto vuoto - logorroico. Il segno vuoto Timpano - che tanto vuoto non è perché almeno si può dire che è tenero, dolce e strano - si arricchisce ulteriormente veicolando in prima persona parole quali Duce, Mussolini, Fascismo. Da notare che questi termini sono presi in modalità depotenziata, cioè, come già detto, privati totalmente di qualunque filtro di giudizio o di interpretazione storico-politica-sociologica da parte dell'autore-attore. Depotenziati ma non neutri, perché Duce o fascismo ormai nel nostro immaginario, nella nostra cultura, si identificano totalmente col giudizio storico comunemente accettato, cioè male. Il risultato è un segno strano, affascinante ed evocativo (di cosa non si sa), ma comunque legato ad un'immagine di dolcezza, esilità, tenerezza, che si presenta al pubblico dichiarandosi incarnazione del fascismo = male. Il riso (rigettante) è scontato. Si tratta quindi di termini antitetici riuniti tipo... un pulcino alla guida di un carro armato, il Papa che dice messa leggendo il Corano, ma dei due termini - Timpano e il Duce/fascismo - è il primo a risultare teatralizzato e quindi a caratterizzare/polarizzare il dualismo e a guidare la scrittura scenica.
Ma
allora: che racconta di interessante Timpano nella sua storia
sui resti del Duce? C'è una visione critica - una qualsiasi
visione critica - del fascismo? No! C'è la storia di un corpo,
del suo diventare cosa informe, del suo divenire feticcio
simbolo di un'ideologia altrettanto morta, ma cosa aggiunge
di più la lettura di Timpano a questi neutri accadimenti?
Certo, il corpo-feticcio è un delizioso argomento di ordine
antropologico ma Timpano non è, ne fa, l'antropologo, ed infatti
non si avventura in questo terreno. Però è - dal punto di
vista dell'autore che guarda alla sostanza - un'occasione
persa. Ad esempio il racconto più volte sfiora il rapporto
del mucchietto d'ossa fasciste con la comunità viva:
il corpo morto vilipeso dai partigiani; il corpo morto sezionato
e smembrato dagli scienziati; il corpo morto trafugato e fatto
feticcio dai nostalgici post-fascisti; il corpo morto preteso
per cristiana sepoltura dai preti e dai familiari. Senza necessariamente
fare antropologia, sono questi argomenti di sostanza
drammaturgica? Sono questi momenti che l'autore avrebbe potuto
approfondire, personalizzare e rendere con forza in scena?
E senza bisogno di fare lo storico, resta che la vicende del
corpo di Mussolini è - appunto - Storia, ma anche qui Timpano
non si prende la responsabilità di affermare qualcosa né di
ovvia retorica antifascista, né di particolare od originale
valore storico. Si potrebbe obiettare: cosa si può dire oggi
di nuovo sul fascismo che già non sia stato detto? Probabilmente
niente. E Timpano, infatti, niente dice. La storia del corpo
del Duce non è un testo di drammaturgia bensì un pretesto
per la vera storia proposta al pubblico: il corpo teatralizzato
di Timpano; è lui la vera storia che si racconta o, meglio,
che si mostra.
In una intervista a Carta dichiara la sua conoscenza del fascismo come una qualunque scoperta adolescenziale, decontestualizzata ed appresa senza un preciso filtro storico-critico:
«È stato un tentativo di riappropriarmi di una materia da cui mi sento generazionalmente escluso. Il ventennio e la resistenza io li ho conosciuti da piccolo guardando i documentari in tv, negli stessi anni in cui guardavo i cartoni animati. Da un punto di vista emotivo, non razionale, devo ammettere con grande senso di colpa che per me non c'è differenza tra il fascismo e una puntata del Grande Mazinga: gli alieni cattivi o i robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti. Il male assoluto, ma che tutto sommato non esiste. Due cose che fanno parte entrambe dell'immaginario.»
Il
fascismo diviene quindi non evento storico dotato di un perché,
di una causa, di una evoluzione, bensì segno anestetizzato
dai mutamenti della critica storica e del divenire storico,
logo immutabile in cui il referente (gli eventi del Ventennio)
va a coincidere per sempre col suo giudizio etico (il male)
sottraendosi in tal modo alla Storia e alla possibilità di
essere nella Storia (passata e futura!) riconosciuto: fascismo
come male astratto, a-storico, irrelato. Altro che
epicizzazione! E da artista quale è, il significato fascismo
Daniele lo gioca e lo reinventa all'interno di una partitura
in cui le parole Duce e fascismo si legano al segno
Timpano, ad una strana espressione facciale, ad uno strano
gesto della mano, ad uno strano atteggiamento del corpo, a
tonalità della voce inaspettate. È un nuovo modo di parlare,
un nuovo linguaggio, un gioco linguistico coerente nelle regole
che si è dato ed efficace nel suo comunicare al pubblico.
Ma - riesumando il vecchio Mc Luhan - è un linguaggio che
non veicola altro messaggio che se stesso. Chiunque voglia
affrontare Dux in scatola con intenti di speculazione
storico-sociale resterà deluso. Ma con una eccezione molto
bella, unico e sperduto momento che (infatti) Timpano si gioca
con la massima enfasi possibile (enfasi, una volta tanto,
resa nel rispetto delle regole del senso comune attoriale).
La riporto nella sua interezza perché merita:
«Dio, patria, famiglia, Dante, Leopardi, D'Annunzio, Alfieri, Goldoni, Carducci, e l'enciclopedia Treccani, e le targhe commemorative, e l'altare della Patria, e il Milite ignoto, e il risorgimento, e Garibaldi… Siamo circondati da secoli di cultura reazionaria, papalina, paternale, aristocratica, retorica, destrofila e sessista. Ogni italiano dovrebbe gettare la maschera e dichiararsi francamente fascista. Cioè vale a dire reazionario, papalino, paternale, aristocratico, retorico, destrofilo e sessista.»
Ripensandoci, tutto sommato, è una frase di una pesantezza tale che da sola basta ed avanza per soddisfare i desideri di chi, attraverso il fascismo, cerca di capire l'Italia e gli italiani.
Ma al di là delle eccezioni, è difficile pensare ad una operazione altrettanto onanista. Eppure, se di onanismo si tratta è un onanismo che piace. Piace sicuramente a Timpano, piace al pubblico che sottolinea il suo divertito coinvolgimento, piace tutto sommato anche a me. È un piacere per la vista e l'udito la grammatica e la sintassi teatrale dell'autore-attore romano. Quel suo reiterare ossessivamente le stesse frasi e gli stessi gesti; quel suo balbettare ed impappinarsi che da potenziale difetto diviene quasi il punto di forza della sua resa attoriale; quel suo sottolineare gestualmente determinate frasi, l'unire parola e movimento in un tutt'uno assolutamente insignificante eppure denso di ogni senso: tutto rimanda all'esperienza dell'ascolto di una lingua sconosciuta, assolutamente incomprensibile eppure eufonica; indecifrabile ma di cui si intuisce comunque la presenza di una coerenza interna, di una grammatica, di regole sintattiche e fonetiche. La vera drammaturgia sta in quel segno - il corpo teatralizzato dell'attore - arricchito ed esaltato dallo stridio col referente di cui proclama essere portatore - il fascismo. Mentre la drammaturgia tradizionalmente intesa è schiacciata. Cioè: l'impianto drammaturgico - lo scritto - non sopravvivrebbe mai senza un completo reinventarlo in scena da parte dell'attore. Il detto di Timpano (la storia del corpo di Mussolini) si avvale di un dire (gestuale, corporeo, mimico, sonoro) che contraddice il detto e alla lunga lo uccide ponendosi come il vero centro dello spettacolo.
È
una scelta legittima e sicuramente anche efficace ma, a lungo
andare, stancante. E quel «lungo andare» lo riferisco allo
spettacolo Dux in scatola ma anche, e soprattutto,
al futuro artistico di Daniele Timpano. Gli echi dadaisti
di cui Timpano, come tutto il circolo di Amnesia Vivace,
si avvale, devono necessariamente essere resi funzionali ad
un'era storica - la nostra - dove la vera carenza non è tanto
sul dire ma sul detto, su un chiaro detto
(almeno io ne sento il bisogno). Quindi, dopo anni che da
amico ed ammiratore seguo Timpano in scena, direi che oggi
Daniele ha trovato il suo vero linguaggio, suo in quanto unico,
suo in quanto stile maturo e peculiare che ogni bravo attore
deve trovare in sé. Il prossimo passo è uscire dal narcisismo
linguistico ed usare questo bel dire per qualcosa di
più interessante da raccontarci... anche perché il male
nei cartoni animati non fa mai tanto male come quello (umano
e storico) fascista.


