Dissertazione sulla responsabilità di sommergere
UbuSettete!
[IV edizione 15.nov.2005]
Locandina
La domanda fondamentale, cioè la domanda che fa la differenza è la seguente:Potrebbe il tal spettacolo fare la sua buona figura sul palcoscenico del Teatro Eliseo?
Rispondere a questa domanda rende inutile ogni altro appunto o aggiunta critica. Già, perchè il problema del teatro "off" non è come entrare nel teatro "in", ma, ammesso che vi sia ammesso, come esserne all'altezza.
Bisogna dire una volta per tutte che, al presente, non vi è alcun motivo a giustificare la presenza di un teatro "off" in Italia. Il Teatro stesso è già di per sè "off", dunque non vi è necessità di uno spazio di libertà ulteriore. D'altra parte non esiste oggi un movimento di opposizione fra gruppi o categorie di artisti che sostenga la necessità di un teatro "off" come alternativa politica ad un teatro "in". In conseguenza di ciò "off" finisce per non esser più un dinamismo alternativo rispetto a "in", ma una sua staticità subordinata.
Per dirla senza tanti giochi di parole la distinzione fra "in" e "off" è quella che c'è fra superiore (riconosciuto e auto-riconosciuto tale) e inferiore (parimenti riconosciuto). A questo punto la questione si presenta in tutta la sua chiarezza: Abbiamo forse bisogno di un teatro "inferiore"?. La risposta è retorica quanto la domanda. E l'unico teatro "inferiore per definizione" che si può accettare, a patto che esso non invada gli spazi del teatro professionistico, è quello amatoriale, nato e sviluppato con l'esclusiva motivazione di far fare un po' di ricreazione ai lavoratori (o agli studenti) alienati.
La differenza, dunque, fra questi due ambiti, può essere chiarita con esattezza attraverso la domanda preliminare cui si faceva menzione in apertura. Ma per definire con maggiore esattezza cosa distingua concretamente il teatro professionale da quello amatoriale si ricorrerà a due sostantivi: realismo e ambizione. Il primo è sinonimo del "buon senso nell'autocensurarsi" e sarebbe forse il requisito principale per tagliare le gambe ad una percentuale maggioritaria di coloro che si presentano su un palcoscenico senza le basi del mestiere [1]. Il secondo sostantivo riguarda invece il problema del "dove si vuole arrivare". In questo senso non possono e non devono servire lunghe note di regia che spieghino cosa si vorrebbe fare e quanto cerebralismo-intellettualismo c'è dietro la tal opera. L'unica possibilità che si ha per arrivare da qualche parte è tener la bocca (o la penna) chiusa e lavorare con meticolosità e maniacale perfezionismo nelle meccaniche del lavoro che si va presentando. Allora si vedrà che un lavoro così realizzato avrà la dignità per ben figurare nella più scalcinata cantina del globo, come sul palco di un teatro di grande tradizione (che nello specifico dell'articolo abbiamo individuato solo a mo' di esempio nell'Eliseo).
Ecco. Solo a questo punto. Assolti i doveri, l'artista può concedersi il piacere di piacere, che è poi il fine ultimo di uno spettacolo.
Tutta questa premessa serve ad introdurre l'ultima edizione di Ubusettete!, rassegna di "teatro off" che riunisce ogni anno il lavoro di artisti e compagnie della giovane scena romana. L'espansione della manifestazione ha portato a 20 il numero dei soggetti impegnati quest'anno. Di fatto del festival, tenutosi al Rialto Santambrogio, si dirà molto poco, visto che il preambolo può servire come critica alla maggior parte degli spettacoli visti. Ma quello che invece va detto è che tale progetto si rivela straordinariamente utile ed educativo nell'evidenziare le differenze fra gli artisti. Si citeranno allora solo quei casi che ci sono parsi soddisfacenti. Premesso che alla domanda sul ben figurare all'Eliseo solo dux in scatola di Daniele Timpano sembra aver risposto positivamente, hanno spiccato nella settimana di rappresentazione i lavori Pia Opera di Mirko Feliziani, Macchinateassassina di Flavio Sciolè e Satirica di Rafaele Morellato Lampis. A onor del vero si dirà che alcuni spettacoli non sono stati visti dal sottoscritto [2].
I lavori citati rientrano anch'essi nel discorso su realismo e ambizione, ma il loro passare attraverso tale tritacarne crea significative anomalie ed inceppamenti. Pia Opera ad esempio sembra la dimostrazione della fondamentale importanza della professionalità in scena. Mirko Feliziani e Beatrice Ciampaglia sono attori con alle spalle una formazione accademica e la loro capacità di gestire i ritmi e di esaltare le preziosità comiche del testo (dello stesso Feliziani) si notano eccome nell'arco dell'intera settimana prendendo una distanza non indifferente dal resto complessivo della proposta. La formazione accademica da a Feliziani anche la capacità di cavarsela con un allestimento essenziale che finisce per aver ragione della complicata sala del Rialto Santambrogio. La pecca che si può rilevare è invece relativa alla struttura drammaturgica di un testo esilarante e ricco di contrappunti, cui manca una chiarezza complessiva dell'intreccio, che certo avrebbe portato il lavoro ad un livello di ancora maggiore godibilità. Tutt'altre caratteristiche ha dimostrato Macchinateassassina di Flavio Sciolè, l'opera coerente di un pazzo. Per citare il buon Polonio si dirà che Sciolè, vecchia conoscenza dei Teatri Invisibili, "sarà folle, ma c'è un senso in quel che dice". Il suo delirio solitario ha alcuni tra i più importanti pregi che si possano attribuire ad un artista. In primo luogo la gestione appropriata del tempo-durata, in secondo luogo la capacità di giocare in equilibrio finambolico con la propria esposizione integrale. Bendato e rasoio alla mano, Sciolè è capace di prendersi sul serio per davvero evitando di "farsi prendere sul serio", minando costantemente il suo discorso con una battuta demenziale quando il rischio di auto-iconizzarsi si fa prossimo. Ne esce fuori una dissertazione autistica sul problema "attualissimo" dei tagli alla cultura, trattato senza il saccentismo di certi autori che dimenticano di essere teatranti (e quindi, in fondo, guitti e buffoni) per farsi (insostenibilmente) professori. A Sciolè dunque si ride in faccia, ma non gli si ride alle spalle, e ciò è tanto.
Più debole la proposta di Rafaele Morellato Lampis, in scena, assieme a Francesca Vista, con la sua Satirica. I punti forti del lavoro sono ancora una volta il "lungo corso" del suo protagonista, attivo nel teatro di ricerca da diversi anni anche attraverso collaborazioni con gruppi interessanti come i russi Derevo. La sapienza scenica si vede allora, ma cede inevitabilmente alla indeterminatezza di un'opera che è dichiaratamente ancora in fase embrionale: uno sketch di 20 minuti che chiede d'essere inserito in un più chiaro disegno progettuale.
In conclusione si dirà di dux in scatola di Daniele Timpano, ma solo per rimandare ad una più precisa critica a quando il lavoro, qui presentato in forma di studio, sarà completato (gennaio 2006). All'opera si riconosce la maturità di un percorso drammaturgico estremamente curato nella gestione dei tempi comici, come nei dettagli dei pochissimi elementi della scena. Il Timpano di qualche anno fa sembra aver fatto tesoro dell'esperienza di Grand Guignol [3] e la sua performance è dimostrazione di come ogni elemento che si scelga di portare in scena (corpo, quintatura, oggetti, abiti, luci) sia e debba essere essenziale e quindi curato ai limiti del perfezionismo. Ciò si riflette anche nella scelta raffinata del materiale drammaturgico. Il risultato è un lavoro che dura 50 minuti (ne sono previsti 70 per gennaio), ma da l'impressione di durarne al massimo 30. Attualmente non riconosco test migliore per il teatro italiano.
NOTE
[1] E' doveroso, ma sarebbe anche superfluo, specificare che andare in scena non comporta esclusivamente l'esibizione di mestiere dell'attore, ma quello di tutta una serie di competenze che hanno a che fare con la professione teatrale. Un giovane attore-autore che si presenta sul palco (?) da solo non può limitarsi a spiattellare il suo testo-azione, ma dovrà di fatto porsi il problema della messa in scena come macchina spettacolare. Ecco allora che sarà necessiario si affianchino le competenze di uno scenografo, di un light-designer, di un'organizzatore che si occupi della "strategia della presentazione" (ovverosia di trovare lo spazio che meglio si addica alle caratteristiche del lavoro), di un costumista, di un direttore di scena. In questo modo si eviterà l'imbarazzo delle cosiddette "due luci in croce", di uno spazio vuoto e quindi per lo più indomabile come un cavallo selvaggio e di una sciatteria che lo spettatore non può che deplorare. A tale riguardo si dica una volta per tutte che a nessun pagante deve interessare quanto siano poveri i teatranti in scena. Essi hanno sopra tutto il dovere di presentarsi al massimo delle proprie ambizioni. Giacché l'arte non è democratica e non ammette scusanti.
[2] Gli spettacoli visti, oltre a quelli in cui si fa menzione nell'articolo, sono Despuès de Dios di Residui Teatro, Sisifo è in pausa caffè di Teatro Forsennato (parzialmente), Edipo in faida. Tragedia di Vittorio Continelli, Quello che resta di Beatrice Mancini, Gli uccisori del chiaro di luna di amnesiA vivacE e Sfuggono parole ai sogni di Vincent 1_/4 di CT Gramigna. Gli altri non sono stati visti o per coincidenza con altri impegni o per scelta (conoscendo già il lavoro di alcuni gruppi). Solo di amnesia vivacE e CT Gramigna si appunterà qualcosa di rapidissimo. I primi, in realtà sono nella categoria dei sommersi senza diritto, e in linea di massima sono da salvare col loro divertente e curato gioco futurista adatto più ad un caffè che ad un teatro. Il lavoro di CT Gramigna sembra invece avere le premesse per potersi sviluppare. Ma attualmente manca di un uso chiaro dello spazio e di una più precisa connotazione del "personaggio-performer", per il quale si fa un uso eccessivamente facile della convenzione teatrale secondo cui chi parla dev'essere logica ascoltato anche se non stabilisce con noi alcuna relazione in funzione della doppia griglia drammaturgico-accidentale.
[3] Spettacolo del 2004 diretto da Massimiliano Civica, che aveva fatto dell'essenzialità il suo manifesto poetico, e che riuniva in una sola compagnia alcuni tra i più interessanti attori-autori contemporanei, oltre a Timpano il già citato Mirko Feliziani, Andrea Cosentino e il coreografo Antonio Tagliarini.
Recensito in AV num. 12, Grand Guignol


