LO ZIO VANJA -- Scene di vita di campagna
di Anton Cechov
traduzione e regia Fortunato Cerlino
lavoro sul personaggio Alejandra Manini
clownerie curata da Damien Caufepe
assistenti alla regia Gianluca Cesale, Davide D'Antonio
spazio scenico Fortunato Cerlino, Luca Da Dalto, Vito Facciola
consulenza scenografica Steven Brys
costumi Isabella Genova
disegno luci Gianluca Cappelletti
musiche dal vivo Roberto Cardone
musiche Gianfranco Tedeschi, Zelwer
con Massimo Zordan, Emanuela Guaiana, Sonia Ferreira Barbosa, Alessandra Mucciòli, Vito facciola, Filippo Dini, Roberto Cardone, Alessandra Asuni, Daniele Fior, Sergio Grossini.
ZIO VANJA - Unplugged
da Cechov
Produzione OlivieriRavelli_Teatro - Figli di Hamm Ass. Cult.
interpretazione di Francesca Guercio, Anna Maria Sechi, Francesca La Scala, Alessandro Margari, Claudio Di Loreto, Silvio Ambrogioni
riduzione e regia di Fabio M. Franceschelli
Nel recente mese di novembre, il dramma di Cechov è stato portato in scena a Roma in due differenti allestimenti distanziati di pochi giorni l'uno dall'altro. Il primo è stato Zio Vanja unplugged, di OlivieriRavelli_Teatro al Rialto S.Ambrogio, nell'ambito della rassegna Ubu Settete! Il secondo è stato Lo Zio Vanja - Scene di vita di campagna, prodotto da Fattore K per la regia di Fortunato Cerlino, in scena al Teatro India. In quanto regista del primo dei due lavori denuncio il mio conflitto d'interessi: non posso con obiettività criticare né il mio lavoro né quello di Cerlino. Non posso ma lo faccio lo stesso e rimetto questa mia critica al giudizio del lettore. D'altronde non ho mai creduto nell'esistenza dell'obbiettività "assoluta": nessuno è veramente sopra le parti e siamo tutti in vario modo parte in causa. In questo caso io lo sono sino al collo (e anche oltre) ma lo denuncio e quindi il lettore ne è ben informato e, se vuole, ha tutte le ragioni a chiudere già qui la sua lettura.
Iniziamo col primo lavoro. Dalle note di regia (pubblicate in AV num. 15, Zio Vanja - Note di regia per una messa in scena attualizzata) il regista (ovvero io) dichiarava tra le tante cose:
«Più entro in questo testo e più sento che, come regista "classico", ne devo uscir fuori. Sono attratto dal realismo della storia. [...] sono convinto dell'attualità e della verità di questi personaggi e di questi dialoghi. Il realismo è un atto dovuto, non trovo alternative. Sento un senso di fastidio per tutto ciò che non sia: a) il testo; b) gli attori. Vorrei che ci fossero solo testo e attori, ogni altro elemento di scrittura scenica mi sembra sconveniente e fastidioso. Che si tratti di musica o di scene o costumi o mezzi audiovisivi, tutto quanto interviene a rompere la perfetta armonia del testo e della sua interpretazione attoriale.»
E poco dopo: «Vorrei che il pubblico avesse l'impressione di assistere non ad un testo teatrale ma ad una vicenda di quelle a cui per caso (o per inconfessabile volontà) assisti quando guardi verso la finestra o il giardino dei tuoi vicini di casa e senti che stanno litigando e quasi ti senti in imbarazzo perché capisci che stai entrando nella loro intimità eppure continui ad osservare... ecco: vorrei che il pubblico provasse ad un certo punto l'imbarazzo di scoprirsi a curiosare in quello che accade dentro quella casa di campagna, nella Russia a cavallo tra otto e novecento.» Il raggiungimento di tale assoluta naturalezza nella rappresentazione passava attraverso la capacità degli attori di mettere in scena loro stessi, ma passava anche attraverso la scelta di: «eliminare la scena, ovvero ridurla ai minimi termini, tenerla in piedi esclusivamente per fini funzionali agli attori, togliere alla scena (per quanto è possibile) ogni significato. Si elimina la scena e si elimina il tentativo d'inganno; è un atto di onestà verso il pubblico»
Infine, di fronte a quel "perché lo si fa" che ogni regista dovrebbe porsi prima di affrontare un qualunque progetto, spiegavo lo Zio Vanja di OlivieriRavelli_Teatro come un:
«...atto di resistenza. Senza voler tornare sopra alla ben nota bellezza e importanza di questo classico della drammaturgia di tutti i tempi, mi limito alle seguenti semplice e sintetiche osservazioni:
Zio Vanja è un testo di tante parole, laddove oggi siamo sempre più disabituati ad ascoltare in silenzio.
Zio Vanja è un testo sussurrato, laddove oggi prevale la cultura dell'urlo.
Zio Vanja è un testo che privilegia le sfumature, laddove oggi o si è bianchi o si è neri.
Zio Vanja è un testo di uomini sconfitti, laddove oggi sembra che esistano solo vincitori.
Zio Vanja è un testo per bravi attori, laddove tanto teatro odierno snobba la recitazione in favore della tecnologia.»
Non è andata come speravo, o almeno non del tutto. Chiedere ad un attore di rinunciare al suo "mestiere" per mostrare al pubblico solo se stesso è come chiedere... ad un pittore di "scrostare" un suo dipinto per mostrare al pubblico la tela vuota. Per colpa di una mia azione destrutturante insufficiente, e tutto sommato incostante, in scena abbiamo assistito a dei momenti di bella "verità" e di estrema naturalezza alternarsi senza senso (senza "senso teatrale") ad altri momenti in cui prevaleva una recitazione manierata e un po' "tromboneggiante". A questo aggiungo che il tentativo di "uccidere" la scenografia, anestetizzarla, renderla assente, è fallito in pieno. La scenografia c'era e purtroppo parlava, e comunicava scelte dettate dalla poca disponibilità di mezzi economici. Non "assente" bensì "povera". Questi errori (e qualche altro) hanno sporcato la bontà del lavoro che alla fine, pur avendo suscitando molto interesse, penso si possa definire perlomeno "incompiuto". L' "atto di resistenza" dichiarato si è rivelato onesto ma sostanzialmente debole.
Pochi giorni dopo il "mio" Vanja, sono andato all'India ad assistere al Vanja di Fattore K e Fortunato Cerlino. Dalla presentazione di questo spettacolo:
«La scelta del capolavoro checoviano Lo Zio Vanja da parte di Fortunato Cerlino è guidata dalla sua volontà di rompere con una certa tradizione teatrale che, spesso, associa le opere di Cechov a condizioni di noia, tristezza e malinconia. Il regista affronta l'opera cercando di cogliere il lato fortemente ironico presente nella commedia, sottolineando la funzione chiave dei personaggi, che riescono a trasformare la loro tragica realtà e a interpretare con ironia la condizione dolorosa che si trovano a vivere. Cechov vedeva comicamente le cose che in fondo sentiva tragicamente e viceversa. E' per questo motivo che la direzione degli attori nella ricerca del personaggio è partita dal lavoro sul Clown; questo corrisponde perfettamente all'animo delicato e forte dei personaggi di Cechov. [...] Con una sorta di linguaggio "fantastico" il giovane regista cerca di chiarire la condizione surreale in cui si trovano gli uomini di Cechov, assimilandoli al "clown", che nella realtà è colui che interpreta il dolore prendendone coscienza, affrontandolo e trasformandolo in comicità, con una medesima espressione del volto sia quando piange, sia quando ride. Nella sua messa in scena Fortunato Cerlino ha sempre presente quanto lo stesso Cechov scrisse alla moglie Olga: (...) se una persona è veramente triste non piange, semmai sorride, fischietta e forse ogni tanto si perde nei suoi pensieri.»
Bene, la presentazione mi sembra chiara ed esaustiva ed il progetto certamente interessante. Tralascio ora l'analisi "critica" del lavoro di Cerlino e mi concentro sulla mia visione da spettatore "informato", ovvero che conosce bene il testo e ne ha una precisa idea. Le due ore e mezza dello spettacolo sono fluite vie con leggerezza, ho riso tanto, in particolar modo grazie allo splendido personaggio del Dottor Astrov (Filippo Dini), sono uscito rilassato: uno spettacolo divertente. Ma poi, nelle ore successive, un tarlo ha iniziato a rovistarmi in testa e mi sono chiesto: ma se il regista voleva tanto far ridere il pubblico perché non ha fatto Molière? o Labiche? o Goldoni? oppure un bello spettacolo di cabaret? Perché stravolgere Zio Vanja tanto da farlo diventare un testo comico? È vero che nei drammi di Cechov c'è sempre qualche aspetto umoristico ma QUALCHE! Zio Vanja è un dramma, inutile girarci intorno. La noia, la tristezza, la malinconia contro le quali Cerlino vuole scagliarsi non sono i limiti dell'opera cechoviana ma ne sono il fulcro perché rappresentano i sintomi di una tragedia esistenziale che Vanja, Sonja, Astrov e tutti gli altri personaggi portano scolpita nei loro dialoghi e nei loro corpi. Insomma, è stato certamente uno spettacolo divertente e sarà stato anche un interessante studio sul rapporto tra i personaggi cechoviani e la figura del clown (ma su questo vorrei tanto sentire l'opinione di un "critico"), ma di sicuro non è stato Cechov, non è stato un rendere omaggio alla grandezza di Cechov e alla grandezza dello Zio Vanja. Nessuno che abbia compreso sino in fondo i termini della tragedia che si svolge in quella villa della campagna russa risolverebbe la scena della discussione tra Vanja e Serebriakòv (3° atto) con le "pernacchie", e nemmeno affiderebbe la battuta principale del testo, quella finale di Sonja (4° atto), ad una straniera che è risultata sicuramente molto volenterosa e di buona presenza scenica ma che parlava l'italiano come la badante di mio nonno e ha annientato quel lungo splendido monologo. Raddoppiare la lunghezza della scena in cui Astrov e Vanja e "Cialdone" si ubriacano di vodka (2° atto) e farci sganasciare dalle risa per buoni dieci minuti è - passatemi il termine -- una furbata che rende il tutto molto "leggero" ma non rende giustizia al testo. Allora questo spettacolo ridanciano, colorato, ammiccante, mi sembra risolversi nell'ennesimo prodotto di una concezione teatrale che vuole il teatro sempre e comunque come intrattenimento leggero, una concezione per la quale il pubblico che va a teatro DEVE ridere perché se non si ride si resta con la sensazione che qualcosa sia andato storto. Probabilmente esagero, ma mi sembra un cedere alle ipocrite logiche televisive dell'audience. E, chiedo scusa, resto dell'idea che in Zio Vanja ci sia ben poco da ridere.
Ma tutte queste cose io non le devo dire perché ho il conflitto d'interesse e perché c'è almeno un miliardo di possibilità contro appena una che le mie considerazioni derivino da invidia, competizione, rabbia, ecc. ecc. Un miliardo contro una... e allora chiedo al paziente lettore che mi ha seguito sin qui di fare un grande sforzo di immaginazione e di pensare per un attimo solo che quell'unica possibilità sia quella "vera" ed onesta. Partendo da tale assurdo presupposto consegue immediatamente una domanda: perché un'operazione che stravolge il genio di Cechov è in stagione al Teatro India con repliche, pubblico, attenzione, critica, mentre l'operazione di OlivieriRavelli, certamente incompiuta ma radicalmente rispettosa, è confinata nell'unico (senza appello) allestimento all'interno della rassegna Ubu Settete con poco pubblico e nessun critico?


