La terra dei morti viventi di G. A. Romero

Marco Maurizi
Marco Maurizi

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Nota biografica

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Land of the dead [locandina] Il 4 agosto 2005 la Associated Press ha diffuso questa notizia: "l'IACP (International Association of Chiefs of Police) suggerisce di sparare alla testa per fermare i kamikaze
WASHINGTON- Un'organizzazione internazionale di capi di dipartimenti di polizia del mondo ha pubblicato nuove linee guida raccomandando agli officiali che affrontano un suicida munito di bomba di sparare alla testa del sospetto... Secondo Il Washington Post le linee guida raccomandano agli officiali che avessero bisogno di usare una forza letale per fermare qualcuno che rientra in un certo profilo comportamentale di 'mirare alla testa' per uccidere la persona istantaneamente e prevenire l'innesco della bomba". Quando George Romero creò il mitologema delle orde di zombi assassini che non potevano essere fermati se non con un colpo alla testa, non sapeva di aver diagnosticato con oltre trent'anni di anticipo la lotta intestina della modernità contro se stessa. Di questa lotta noi oggi siamo attoniti, seppur colpevoli, testimoni; perché quella di Romero non fu affatto una profezia. Le profezie si addicono agli eventi che non possono essere previsti, miracolosi o catastrofici, alle interruzioni inattese del flusso delle leggi naturali o di quelle storiche. Nulla di tutto questo accade oggi. L'oggi è figlio fin troppo evidente, nelle sembianze e nelle movenze, degli orrori preconizzati da pensatori come Adorno e Marcuse, da scrittori come Orwell o Philip Dick e, appunto, da registi come Romero.

Quello che l'IACP suggerisce come extrema ratio anti terrorismo è di sparare alla testa dei "sospetti". Che si tratti di extrema ratio non vuol dire altro che la ragione, la ragion di stato ma non solo, è diventata oggi più estrema, repressiva e cruenta che mai. Che mai come oggi l'individuo - nominalmente celebrato dalla liberticida ideologia liberista che imperversa sul globo - è divenuto un residuo, un'appendice della macchina, ciarpame da sacrificare alla discarica di macerie del progresso. Portare un "indumento pesante d'estate" o anche solo "avere lo sguardo elusivo" ti rende automaticamente inviso all'ordine costituito.

Ma la direttiva dell'IACP rende anche evidente che il dramma che si svolge sotto ai nostri occhi non è quello di uno "scontro tra civiltà", di una lotta tra democrazia e fondamentalismo, tra occidente e oriente. Questi sono solo epifenomeni di uno scontro più radicale e nascosto che utilizza false opposizioni per nascondere i veri, anzi il vero attore del dramma. Poiché quella che viene inscenata e portata a compimento con cruenta perizia è la rivolta dell'intelligenza contro se stessa. E lo dice il fatto che la parola "testa" (head) ricorre nel testo del comunicato non solo ad indicare il bersaglio da colpire (il luogo in cui risiede l'intelligenza criminale da abbattere) ma anche per indicare lo strumento che colpisce (i "capi dei dipartimenti di polizia" o i "capi delle agenzie"). La guerra al/del terrorismo è un testa a testa programmato e pianificato tra una rete neuronale planetaria eversiva e un'intelligence repressiva altrettanto ramificata.

Il fondamentalismo, infatti, non è altro che "nichilismo mascherato" - come recita il titolo di un recente libro di Christoph Tuercke - , cioè un'ideologia che nasconde dietro le proprie roboanti verità assolute uno spirito inquieto alla ricerca disperata di una certezza che la ragione critica le ha sottratto per sempre. Per questo esso usa le armi dell'occidente e le volge contro quest'ultimo, trasformando il suo sogno di libertà e progresso in un incubo di segno inverso. Ma questa azione non giunge "dall'esterno", come vogliono far credere gli zelanti scribacchini dei governi in carica; la globalizzazione non ha fatto altro che rendere evidente ciò che già Marx ben sapeva: il capitalismo è il luogo della miseria e della ricchezza universale, una realtà in espansione che tutto travolge e trascina, rispetto a cui la sola idea di un "fuori" è divenuta anacronistica.

Certo, si dirà, quella degli zombi non era proprio un intelligenza degna di questo nome. Lo zombi è un groviglio di intelligenza ottusamente omicida e di irrefrenabile desiderio. Ma cosa dire del modello di razionalità che domina il capitalismo moderno, una razionalità parcellizzata e tecnicizzata, in cui il know how domina sul significato, tanto da renderlo anacronistico, se non assurdo e indicibile? Una razionalità tanto funzionante da rendere superflua e arbitraria la domanda sul fine dell'esistenza individuale e sociale? E cosa dire di un desiderio manipolato dal mercato e spinto al parossismo, coartato nei modelli stereotipati della forma di merce, cannibalico nella sua stessa essenza, perché soddisfatto attraverso il lavoro vivo di schiavi che producono per noi gli oggetti di consumo che fluiscono sui nostri mercati? Il cinema di Romero è in realtà di un realismo esasperante; siamo noi che ci raccontiamo favole per tirare avanti di fronte all'orrore.

Gli zombi sono l'oggettivazione più pura dell'orrore. Morti che portano la morte. Sono uomini e non uomini al tempo stesso, perché l'umanità si rappresenta in essi come non vorrebbe essere, o meglio: proietta su di essi la paura di ciò che sa di essere (già Adorno diceva: la gente rifugge dalle dissonanze di Schoenberg e Webern non perché non le capisca, ma perché le capisce benissimo). Quello di Romero è perciò l'orrore e al tempo stesso altro dall'horror. Per questo non lo si può discutere come genere, come ancora purtroppo si fa.

Si potrebbe parlare a lungo dell'ultimo capitolo della serie romeriana. E' "al livello" degli altri? Aggiunge qualcosa alla "saga"? Già queste domande rispecchiano una mentalità più adatta all'epopea trionfalistica di Lucas che alla disperazione apocalittica di Romero. Ma in qualche modo hanno una loro legittimità, per cui non ci sottrarremo alla risposta. Sì, il film è al livello degli altri e, sì, aggiunge qualcosa di essenziale alla serie.
Non tutti sono d'accordo su questo. Romero è diventato "più esplcito", si dice, forse troppo didascalico, a tratti addirittura banale. Sembra il Carpenter più politico. Ma prima di giudicare la banalità che c'è sullo schermo si farebbe bene a guardarsi intorno e chiedersi se non sia la realtà ad essere divenuta orribilmente banale. Una trama che fino a vent'anni fa sarebbe stata credibile al massimo in una serie di Go Nagai (il cattivone e i suoi generali che tiranneggiano un esercito di schiavi protetti nel chiuso della loro torre dorata) è divenuta tristemente realistica. Uno strapotere arrogante senza più neppure l'apparenza dell'autogiustificazione domina il globo; la ricchezza fluisce copiosa nelle tasche dei pochissimi, mentre l'orda degli "appestati" fa la fame e ogni protesta è stroncata dalla repressione. Banale? Il capitalismo non sa che farsene delle "sottigliezze" della letteratura e delle "profondità" dell'anima umana: la sua realtà è gretta e semplificata, l'anima è un colorante sintetico per la poesia di stato. "Il mondo è diventato come il borghese se lo rappresenta" (sempre Adorno) e ora che il suo orrore è divenuto realtà volge gli occhi da un'altra parte. Ma il tratto che domina il cinema di Romero è l'impietosa sincerità. Il cinema di Romero è un cinema senza doppio fondo, per questo la categoria borghese della "profondità" non gli si adatta. "I personaggi di Land of the Dead", si dice, "sono delle macchiette: l'eroe, il cattivo, la bimbetta, lo scemo. E i dialoghi! Che sozzura in questi dialoghi americani al 100%". Anche qui però non si capisce dove dovrebbe essere lo scandalo. Siamo circondati da dialoghi idioti che vertono invariabilmente su tariffe telefoniche, marche di automobili e partite di calcio...eppure dal cinema ci aspettiamo un mondo in cui tutti i personaggi parlano come Hegel (per dirla con Pasolini). Non sembri pretestuosa questa difesa di Romero. Visto che i suoi film non contemplano beoti il "mistero", né si beano dell'orrore puro e semplice ma si interessanno dell'effetto che quel mistero e quell'orrore hanno sugli uomini, la dimensione propriamente umana è stata sempre in primo piano. Chi ha visto i suoi film precedenti sa quale cura Romero metta, se non nei dialoghi veri e propri, nello "scavo piscologico" dei personaggi, nelle loro dinamiche emotive e drammatiche etc. Dopo la tensione psicologica martellante del Giorno degli zombi Romero avrebbe di colpo disimparato a tratteggiare umanamente i propri personaggi? Come non vedere che l'umanizzazione degli zombi - in primo piano già nel film precedente - raggiunge qui il suo zenit e il suo punto di non ritorno, con gli zombi che manifestano più di un barlume di autentica emotività umana (disperazione, solidarietà, rabbia)? come non vedere che il dramma "umano" non si compie là dove ce lo aspetteremmo - appunto: tra gli umani - ma in coloro che hanno fatto a pezzi il mondo degli uomini (e gli uomini stessi) senza poterlo/i ricostruire? La relativa piattezza dei personaggi "umani" in questo film è direttamente proporzionale all'umanizzazione degli zombi. Di questo parla il film e lo fa in modo eccellente. Il suo basso continuo è lo stesso di sempre, è il refrain che attraversa e sostiene tutti i film di Romero: noi siamo loro e loro sono noi. Che l'altro che terrorizza sia in realtà me stesso: questo è l'orrore. Certo, non è proprio "come me", no, è qualcos'altro, altrimenti la dinamica dello straneamento non avrebbe luogo etc. etc. etc. Ma si tratta di patetici temporeggiamenti prima che la morte ci porti dall'altra parte della barricata, noi nemici di ciò che un tempo eravamo. Non c'è un "fuori", una minaccia esterna, ma solo la dilazione dell'autoannientamento.

Difficile dire se Romero sia diventato più realistico o la realtà si sia fatta romeriana. E' certo, però, che noi viviamo in maniera lancinante le contraddizioni dell'umano di cui i suoi film sono una rappresentazione truce ma fedele. Lo zombi è un'allegoria kitsch, questo è certo, perché pretende di impersonificare l'orrore e di farlo agire nello spazio-tempo. E così riduce a misura d'uomo l'orrore smisurato della condizione umana. Ma chi di noi può dire di non vivere una realtà che è divenuta essa stessa kitsch: dall'espressione individuale dei sentimenti alle tronfie parole di "libertà" che ci bombardano? Noi siamo loro e loro sono noi: la trilogia si chiude, l'incantesimo è compiuto. Chiunque oggi voglia compiere i gesti quotidiani di ieri è un pazzo che pretendere vivere i propri sogni di ieri nell'incubo attuale. Noi che continuamo a prendere la metropolitana sapendo già che un attentato dovrà accadere ed è solo questione di tempo sapere quando, come e se saremo coinvolti. Una realtà come questa supera ogni immaginazione filmica. In una realtà simile la morte è un sostrato che non possiamo cancellare, intacca la stessa sostanza del nostro vivere quotidiano. Che ci piaccia o no, siamo tutti morti che camminano.

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  • [2] Marco
    Lo so, sono in minoranza tra i romeriani e forse davvero l'affetto offusca l'occhio e la mente. Ma non demordo! :)

    Imprimatur 11 giugno 2009 @ 10:05 Link permanente

  • [1] Manuel myjuvenile.splinder.com
    Sono un grande fan di Romero, ma il suo ritorno agli zombi (questo e il seguente Day of the Dead) non mi hanno convinto. E' al lavoro su un altro capitolo, per prudenza resto fedele ai primi tre capitoli.

    Imprimatur 10 giugno 2009 @ 16:27 Link permanente

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Num. 15 § Alla cassa
La terra dei morti viventi di G. A. Romero
di Marco Maurizi ¦ pubblicato: settembre 2005 [visita 2890 7-feb-2010 @ 17:57]

Marco Maurizi

Marco Maurizi (Roma 1974). Laureato in filosofia presso l'Università di Roma "Tor Vergata". Si occupa di marxismo e teoria critica della società. Ha pubblicato Adorno e il tempo del non identico (Jaca Book 2004), La nostalgia del totalmente non altro. Cusano e la genesi della modernità (Rubbettino 2008) e diversi articoli di critica della cultura (F. Zappa, Nagai Go, George A. Romero).

Dopo aver vinto una borsa di studio all'Università di Lipsia ha conseguito il dottorato in filosofia a Roma e un assegno di ricerca presso l'Università degli Studi di Bergamo. È vegan e co-fondatore della rivista on line Liberazioni dedicata ai temi dell'antispecismo e della liberazione animale.


[email: marco.maurizi74@gmail.com]