Tutti dicono Emma Dante: mPalermu e Vita mia

Giorgio Merlonghi
Giorgio Merlonghi

Giorgio Merlonghi
Nota biografica

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Di Emma Dante, del suo teatro, scrivono tutti. E tutti bene. Le danno un posto di primo piano nella drammaturgia italiana contemporanea e, in quella siciliana, la affiancano ai grandissimi.
A Roma, nel volgere di pochi mesi, sono passati ben due dei suoi spettacoli (Vita mia, all'interno del Romaeuropa Festival 2004, e mPalermu, in programmazione al Teatro Vascello a marzo 2005). Difficile per me, come sempre, fare paragoni, misurare in uno scritto breve le somiglianze e le differenze, arguire i punti di contatto e le linee di divergenza. Esercizio elevato, che devo lasciare ad altri.
Ugualmente difficile è parlare bene di chi ha già molto successo: è come avere simpatia per il primo della classe, tifare per la squadra che vince sempre, aderire all'esaltazione collettiva.
È quasi impossibile non provare la tentazione, il dovere morale di trasgredire, di sentirsi diversi, elitari, incapaci per elezione di confonderci con la folla impazzita e delirante.
Eppure sento che non ce la farò. Non questa volta. Finirò per unire la mia voce a quella del coro, per confessare le mie lodi per la Dante, il suo teatro, i suoi attori.

I. Gli spettacoli: mPalermu e Vita mia

Sud Costa Occidentale - mPalermu
scrittura scenica collettiva di e con Gaetano Bruno e Sabino Civilleri e Tania Garribba e Manuela Lo Sicco e Piersilia Lombardo
drammaturgia e regia di Emma Dante
produzione: Sud Costa Occidentale
spettacolo vincitore del Premio Scenario 2001 e del Premio Opera Prima UBU 2002
Teatro Vascello, marzo 2005, Roma

Sud Costa Occidentale - Vita mia
drammaturgia e regia di Emma Dante
con Enzo di Michele, Giacomo Guarnieri, Piersilia Lombardo, Alessio Piazza
Produzione: Sud Costa Occidentale
Co-produttore: RomaEuropa Festival 2004, in collaborazione con Festival Internazionale Castel Dei Mondi Andria, Scènes Etrangères La Rose des Vents - Lille métropole
Accademia di Francia - Villa Medici, Piazza Trinità de' Monti - Roma

comp. Sud Costa OccidentaleSolo fatti. Sul palco troviamo solo fatti. Apparentemente, non ci sono domande, interrogativi. A sbigottirci è la realtà, semplice ed esasperata, colta fra slanci di gioia ed eccessi di dolore, ritratta nella sete ardente e nell'ingordigia bulimica. Se fosse un brano letterario, sarebbe il primo capitolo de La montagna dell'anima di Gao Xingjian, una pagina di scritto da premio Nobel, zeppa di avvenimenti, di colori, un vortice in continuo movimento, un turbine di strumenti, alimenti, utensili, animali e uomini in moto, bambini in corsa, mulinelli di ruote, ciambelle fritte incartate in bustine marroni, panni stesi fluttuanti nel vento, sospinti dallo sguardo fuggente del viaggiatore.
Ugualmente, sul palco della Dante non c'è posto per scenografie ampie ed elaborate, bastano alcuni oggetti comuni, una bicicletta, un letto, una piccola serie di pasticcini avvolti nella carta, circondati di azioni, fatti, episodi, aneddoti su cui si spalancano pause, gesti, urla che a loro volta aprono finestre sui reconditi scenari delle relazioni e dell'anima.
Musica e ritmo si fondono a creare un compendio assurdo, in bilico sull'irrealtà, che pure, all'improvviso, sentiamo vicina, troppo vicina. Ci si appiccica, quell'iperbole, ci stira, ci lega, ci elettrizza e ci spreme. Si proiettano, in un cannocchiale indossato al contrario, storie locali, ambientate in una società riavvolta su sé stessa, sulle proprie regole ferree e sulle trasgressioni impossibili, ma necessarie. L'esistenza stessa si strapazza, si ripiega e si annulla. Il pianto si accomuna al riso; la foglia si brucia, si accartoccia.

comp. Sud Costa OccidentaleEmerge con vigore l'importanza dei segni esteriori, ripetuti e classificati, infiltrati solo a tratti da spontaneità d'intenti; segni che esprimono il mondo interiore, vi si sovrappongono, imitandolo, mimandolo, sino a sostituirlo, a prenderne il posto. Il simbolo risucchia il contenuto, il significante tenta di prevalere sul significato. Fino a quando, poco a poco, non sapremo più vivere senza quei simboli, quelle forme, quei simulacri.
In questa sorta di ritualità contorta, nella perpetuazione del rito, la conoscenza del reale passa attraverso la conferma continua delle cose, dei gesti grandi e minuti, delle emozioni abituali, quelle autentiche e quelle simulate. La vita, e la sua rappresentazione sulla scena e nel mondo si alimentano della necessità di riconoscimento delle situazioni, delle persone, delle relazioni che le legano e le fanno interagire fra loro, oggi come da cento, mille anni.
La Dante coglie questa vibrazione perenne e la porta in superficie, le dà voce, forma, colore, la rende riconoscibile fino all'ovvietà, al paradosso. Brilla così un caleidoscopio di citazioni tratte dal quotidiano, dalla "comi-tragedia" che anima le conversazioni d'una casa qualunque, della nostra stessa casa. Non a caso, tutto nasce dall'osservazione di un nucleo stretto (la famiglia) su cui si accendono i riflettori della società circostante, del mondo che guarda, osserva, giudica. Una famiglia che è come un animale dalle funzioni primitive, essenziali: una sorta di mollusco, tenacemente attaccato alla scogliera, con le sue viscere vischiose, serrate in un guscio calcareo, privo d'aria. Il contatto osmotico con l'esterno deve impedire l'alterazione dell'equilibrio vitale di quell'insieme chiuso: bisogna preservare il microsistema, rispettarne gli equilibri delicati e millenari, impedirne la corruzione. A qualunque costo.
I collanti per ottenere ciò sono estremi: l'amore, la violenza, la seduzione, la minaccia, sebbene anche nell'amore, nei tentativi di seduzione, si affacci un tratto ossessivo, che trasforma sentimenti genuini e teneri gesti in un qualcosa di dovuto, necessario, che non ammette deroghe o tradimenti, pena l'esclusione, l'ostracismo. E se da un lato la violenza (motoria e verbale) opera come strumento per la correzione, il raddrizzamento delle storture occorse, dall'altro succede anche l'inverso, e così talvolta l'impeto, la furia, la crudeltà si sciolgono in momenti di improvvisa dolcezza, nel riso ingenuo che dura un minuto, in uno sguardo di sollievo insperato.
Un curioso fatalismo fa sì che le cose, anche le più banalmente terribili, accadano secondo un ordine che convive con una forma distorta, assurda e in parte asfittica di speranza: una speranza che resta inamovibile anche di fronte alla morte; una speranza di resurrezione; una speranza che si trasforma nell'illusione di un miglioramento improvviso, di una fioritura, nel sogno dell'abbondanza e della rinascita, nell'inganno della felicità che fino a poco prima sembrava proibita, fuggita dalla vita di ogni giorno, esterna, remota. Allora, la tanica d'acqua diventa fonte d'una folle e fresca cascata, e il nero del lutto fiorisce in un abito rosso fiammante, così me la levo, tutta questa tristezza.

Colpisce sempre il fatto che nelle opere della Dante l'italiano, lingua ufficiale, sia sostituito dal palermitano, dialetto meridionale che erompe improvviso sulla scena, carico di esclamazioni, sincopi e abbreviazioni, singulti e cateratte. A sentirlo, è come essere in barca e lasciarsi portare, avvertire che le onde si impennano, che scorgeremo da lontano nuovi panorami, di salvezza e di delirio, di cui sogneremo e temeremo l'approdo.
Capiamo ben presto che quell'uso di una lingua forestiera e incomprensibile ai più non è che una trappola. Lo spaesamento è solo iniziale, come accade con un tuffo: ci immergiamo d'un colpo in un nuovo universo, che ha una densità diversa e sconosciuta. Ma basterà poco per ritrovare l'orizzonte, ripescare il filo della conversazione.
Riscopriamo così l'emozione dei viaggiatori che si avventurano in terre ignote, di cui non si comprende l'idioma. Assaporiamo la sorpresa e lo sgomento dell'esploratore costretto a ricorrere ai più antichi strumenti di comunicazione che l'uomo conosca: la gestualità, l'intonazione vocale, l'atteggiarsi delle fattezze del viso, l'eco animalesco dei suoni antichi dello stupore e della sofferenza. Per questo, nonostante una parziale impenetrabilità letterale delle parole e delle frasi urlate, finiremo per capire tutto, fin troppo. E in questo rovesciamento, la lingua nazionale diventa un ospite, ancorché di riguardo, che ricompare annunciato: io lo so dire anche in italiano: USCIAMO, proclama trionfante una delle donne, finalmente pronta per l'ormai imminente uscita domenicale.

comp. Sud Costa OccidentaleDopo lo spettacolo, raccolgo a caso le impressioni di alcuni amici. Spicca quella di Alfonso, siciliano d'origine, che definisce i lavori della Dante dei trattati di antropologia culturale del Sud. Ogni opera è un tassello, un documentario che porta a teatro il nostro Meridione. A denunciarlo ci sono particolari di valenza inequivocabile: le pantofole e i ragazzi che giocano a pallone in pigiama; il vestito nero della moglie/madre in lutto; il candido abito tombale del figlio minore, morto bambino; il razionamento dell'acqua, liquido prezioso conservato in un fusto di plastica e servito in minuscole tazze, fatte col tappo della tanica; la passeggiata del giorno di festa e la veglia nella casa del defunto, arene di inevitabile contatto col mondo, con la gente, sempre presente e sempre pronta a scrutare e sentenziare.
Si disegna una carta di situazioni e luoghi scritti con fatti e parole, a prima vista incomprensibili e all'improvviso nitidi, illuminati dalla luce del lampo, dalla rivelazione. Ritroviamo il potere, le gerarchie note e invisibili che animano i nostri gesti, la felicità infantile e orgiastica che unisce gli uomini attorno a un pallone da calcio, a un progetto di uscita domenicale, alle promessa dell'abbondanza, per un istante a portata di mano.
In questo rinvio alla tradizione del Sud, la testimonianza si fonde con la metafora. Così accade che la carenza d'acqua, il razionamento, la spartizione, si trasformino in simboli delle mancanze del mondo, della loro gestione, delle mafie domestiche che governano il Meridione del pianeta, appena oltre i confini che ci sono prossimi.
Ma tutto questo non sarebbe sufficientemente univoco se non si mescolasse con le radici preistoriche della terra di Trinacria: il riferimento agli universali, le dicotomie assolute, la felicità e la sua negazione, la vita e la morte, il mondo pubblico, complementare e opposto all'universo privato.

II. La compagnia: frammenti di un incontro con Sud Costa Occidentale

Frammento #1
Roma. Teatro Vascello. Marzo 2005. Una sera.

Prima che si spengano le luci, si apre una porta d'acciaio frangifiamma che separa gli spettatori dai camerini. Vedo uscire Emma Dante. Si muove silenziosamente, senza farsi notare, con gesti schivi che celano bene la forza possente della creazione artistica e gli eccessi di sadismo e di durezza che si concede nei confronti dei volontari che si sottopongono alle "torture" da lei imposte nella stagione dei suoi seminari teatrali. È una ragazza come molte, all'apparenza semplice, con lo sguardo castano e fermo. Tuttavia, curiosamente non mi sorprende che dietro quelle movenze ritrose vibri una tenacia inflessibile.
Per un momento cerco di immaginare quali parole di incoraggiamento abbia gridato o sussurrato ai suoi cinque attori. Cosa si diranno in questi casi, prima di calcare le scene? Quali frasi di incitamento e di scaramanzia si urleranno a Palermo, dietro le quinte di un teatro siciliano? O il rito prevede la pronuncia di esorcismi propri del teatro ospitante? Mi torna in mente il vecchio motto goliardico dei moschettieri del re: tutti per uno, uno per tutti! e per associazione involontaria rivedo la scena che si è svolta al bar cinque minuti prima. Vorrei un succo di frutta. È per i ragazzi della compagnia. Di là c'è un calo di zuccheri, ha argomentato il messaggero dai camerini. Un euro: è il prezzo scontato. Per chi era quel succo? Un succo per uno, un succo per tutti? E soprattutto: chi li paga i succhi quando si è in tournée?
Si spegne la luce accecante dei riflettori sugli spalti, fredda come il riflesso di un astro metallico.
Ha inizio lo spettacolo.

Frammento #2
Roma. Via Nomentana. Marzo 2005. Una mattina.

Sto andando in ufficio. Il cielo è chiaro, inondato dall'azzurro tenero della prima mattina e dalla vivacità dei freschi raggi del sole di primavera. D'un tratto, mi colpisce un'immagine, riemersa dal turbinio indistinto dei pensieri confusi del mattino. Non è una sola immagine, è un insieme di sensazioni cariche di urgenza e familiarità. Né è un'immagine completa. Sono sguardi. Meglio, sono occhi.
Occhi sparuti, allarmati, vigili, speranzosi e folli.
Occhi lucenti e allagati di sentimenti, divaricati e strizzati.
Occhi acuti, lucidi, disperati, promettenti, momentaneamente dispersi e poi accesi.
Occhi ardenti, freddi, stralunati, febbrili, febbricitanti, subitaneamente spenti.
Occhi minacciosi, sottili, taglienti, vendicativi.
Occhi che hanno lo sfavillio dell'elettricità e la vampa delle braci.
Li riconosco all'improvviso. Sono gli occhi degli attori della Compagnia Sud Costa Occidentale. Distintamente, li rivedo soltanto nel nostro breve incontro fuori scena, pochi minuti prima dell'inizio dello spettacolo mPalermu.

Gaetano Bruno ha grandi occhi sporgenti su un viso lungo, uno sguardo solido, diritto e vigile, guardingo, come se dovesse aspettarsi da me un'imboscata, un trucco, un assalto. Come se temesse una richiesta di soldi o di favori. Mi pare di intravedere il suo pensiero difensivo: Chi sei non lo so, non l'ho capito e non mi interessa. Se vuoi proprio scriverci, questo è l'indirizzo email della compagnia.

Sabino Civilleri ha un paio d'occhi molto vivaci e, mentre saltella durante il riscaldamento aerobico, mi saluta due volte per primo con un ciao largo e sonoro, che accompagna con una mano tesa. Eppure non ci conosciamo. Ha l'aria di un monello, flessibile e veloce, fiducioso della sua capacità di chiacchierare, di sorridere, di dare corda e di dare altrettanto filo da torcere o anche, all'occorrenza, di darsela a gambe.
Quando ho spiegato le mie intenzioni, dice: Mannaggia! Oggi è tardi. Dai, presto ci sarà un'altra occasione. O magari ci si risente! Scrivici, che noi ti rispondiamo. Così rimaniamo in contatto. La casella di posta elettronica è spesso piena; se il messaggio ti torna indietro, tu riprova dopo qualche giorno, che noi la svuotiamo appena possibile

Tania Garribba dietro le quinte non sembra certo una nonna. C'è una ragazza bellissima. Mi ha sorriso..., dice il mio amico Francesco dopo aver visto lo spettacolo. Ha gli occhi luminosi, piccini, e un sorriso raro, fatto di bianchissime perle. Quando capisco chi è, so anche che è difficile oltrepassare quegli sbarramenti esteriori, vincerli per carpirne pensieri. Spio brevemente e finisco per apprendere che vive a Napoli da un po' e ormai avrebbe voglia di cambiare, di vivere altrove. Nemmeno mi guarda ma intuisco riflessioni del tipo: OK. Ma noi al momento, qui, abbiamo tutti altri problemi. Mi sembra evidente che non è possibile, o no?

Manuela Lo Sicco non ha solo adorabili piedini racchiusi in pantofoline celeste confetto. Ha anche un viso solare, illuminato dalla promessa di sorrisi generosi e occhi accesi di vitalità. I suoi ricci scomposti vivono di vita autonoma, come sericei, sottilissimi serpenti. Serpenti buoni, allegri, che attirano chi li guarda. Parla con tono veloce e aperto, cordiale, assolutamente privo di ostilità.
Confessa: È vero, ora non c'è proprio tempo. Però che peccato! Sarebbe stata una esperienza carina...

Piersilia Lombardo è gentile, timida. Mi guarda come se sentisse di dovermi riconoscere, anche se non ritrova nella sua memoria nessuna immagine che ci veda insieme. Per me è lei il personaggio che unisce i due spettacoli che ho visto, è la madre trapiantata da uno e clonata nell'altro, col suo misterioso, inconfondibile sguardo interrogativo. Ha una voce aggraziata, che sulla scena all'improvviso si fa grossa, come le sue pupille docili, subitaneamente accese dal lampo, o la mano sottile, che sa animarsi con furia feroce.
Si scusa: Beh, sì, ci farebbe piacere scambiare qualche parola, ma adesso non è il momento, mi dispiace...

Il sole adesso è più alto. Il mio ufficio è ormai prossimo. Per un momento ancora rimescolo i miei ricordi. Ripeto un'ultima volta, tra me e me, la frase con cui ci siamo lasciati: Vi aspettiamo di nuovo a Roma, e magari mi raccontate qualcosa di voi, del vostro teatro, di Emma.

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Num. 14 § Al botteghino
Tutti dicono Emma Dante: mPalermu e Vita mia
di Giorgio Merlonghi ¦ pubblicato: giugno 2005 [visita 4197 22-mag-2013 @ 18:25]

Giorgio Merlonghi Folgorato in tenera età dalla magia del teatro, Giorgio Merlonghi esercita per molti anni, clandestinamente, la professione di spettatore. D'un tratto, deciso a dare un contributo attivo all'apprezzamento dell'arte teatrale e della danza, inizia a scrivere recensioni e note critiche, affiancate a interviste ai protagonisti del settore. Destinatari dei pezzi sono dapprima gli amici, poi i lettori di AmnesiaVivace, di cui condivide felicemente gli intenti. I suoi interessi artistici includono l'illustrazione e la pittura di soggetti figurativi e botanici: dal 2000 è artista residente scelto da Lady Walton per ritratti di fiori dei Giardini La Mortella (Ischia - NA) e nel 2004 sue opere compaiono nella collezione permanente dell'Hunt Institute for Botanical Documentation (Pittsburgh, Pennsylvania, USA).Per guadagnarsi da vivere si occupa (ancora) di analisi di dati finanziari.
Sogno nel cassetto: far ricongiungere performing e visual arts.
[email: giorgio.merlonghi@giorgiomerlonghi.com]