Quando il verbo si fa carne. [Recensione a P. Virno]

Marco Maurizi
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Nota biografica

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P. Virno, Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana
Bollati Boringhieri, Torino 2003.

P. Virno, Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana [Copertina] Mi risulta difficile parlare male di questo testo, perché Virno mi sta umanamente simpatico (per quel che traspare dal libro, personalmente non lo conosco) e apprezzo il modo in cui fa filosofia, prendendo i problemi teorici alla radice (tra l'altro con uno stile che rende la lettura piacevole e stimolante). Eppure ciò che rende difficile recensire il libro di Virno è proprio la radicalità con cui le tesi del libro vengono esposte. Se io dovessi, infatti, entrare nel merito delle sue tesi non potrei esimermi dal contestarle con vigore, poiché non si tratta di cose da poco conto, su cui si possa giudicare in modo superficiale o con occhio distratto. Le affermazioni di Virno sono forti e come tali chiedono di essere giudicate. Non solo perché parla di linguaggio e natura umana, ma soprattutto per il modo in cui lo fa. Si tratta, dice in sostanza Virno, di ripensare tutta la linguistica e buona parte della gnoseologia (ma, a questo punto, anche dell'antropologia e della psicologia) del novecento a partire da alcuni assunti:

1) La natura performativa dell'enunciato linguistico (cioè il suo essere praxis e non poiesis: un fare che non produce "oggetti")
2) La conseguente natura pubblica e rituale dell'atto linguistico (il fatto che il logos si faccia sempre e necessariamente carne). Precendenza del segno sulla coscienza, dell'esterno sull'interno, etc.
3) L'esistenza di un atto linguistico ("Io parlo") detto performativo assoulto che indica in modo sensibile la condizione di possibilità stessa del parlare e che si qualifica come paradossale trascendentale-sensibile.

Da questi assunti seguono numerosi corollari che, secondo Virno, spiazzano e risolvono molti dei problemi e delle antinomie della filosofia (del linguaggio) del novecento:

- L'opposizione tra trascendentale ed empirico
- L'opposizione tra ontico e ontologico
- Il dibattito Skinner/Chomsky sulla natura sociale o biologica del linguaggio
- Il dibattito Foucault/Chomsky sul problema della "natura umana" e, conseguentemente,
- L'opposizione storia/natura, storia/metastoria etc.
- L'opposizione individuale/sociale

Di passaggio vengono toccati e risolti altri famosi contrasti e problemi della storia del pensiero novecentesco (il dibattito Piaget/Vigotsky sul linguaggio infantile, il problema della "reificazione", la nozione di "ateismo"). Ora, un discorso del genere non si può certo recensire con due parole di circostanza e una pacca sulla spalla. Tanto più che io penso questo discorso sia fallace nelle premesse, contestabile nelle conclusioni e faccia acqua da tutte le parti.

Cominciamo con le premesse.
E' falso che la situazione della linguistica del novecento sia quella dipinta da Virno. Virno - che pure fa mostra di conoscere la storia della linguistica (tanto da volerne risolvere problemi e contrasti) - non cita mai Valentin N. Voloshinov, autore non notissimo, certo, ma non per questo irrilevante. Nel suo libro Marxismo e filosofia del linguaggio (Leningrado, 1929) Voloshinov formula alcune tesi che non solo anticipano quelle di Virno ma battono in breccia tutte le opposizioni e i contrasti alla cui soluzione Virno lavora. La tesi centrale del libro di Voloshinov è il fatto che il logos non si dia se non incarnato (e Voloshinov usa l'espressione "incarnazione" di continuo...certo, andrebbe visto l'originale russo, ma dubito ci possano essere dubbi al riguardo). Tutta la "critica all'interiorità", la natura necessariamente "pubblica" dell'atto linguistico e le tesi correlate di Virno sono qui sostanzialmente anticipate; di conseguenza, tutte le famose opposizioni e i contrasti della linguistica criticati e "superati" da Virno erano stati già superati da Voloshinov nel 29!

Le conclusioni:
E' vero che Virno arriva a conlcusioni diverse e persino opposte a quelle di Voloshinov. Ma in questo caso l'originalità non mi sembra deponga a suo favore. Voloshinov è infatti molto più radicale e conseguente di Virno perché accanto alla "pubblicità" - all'incarnazione del logos - pone anche la natura essenzialmente sociale, interumana dello scambio linguistico, laddove Virno chiude la soggettività parlante in una dimensione monologica e autoreferenziale, con pesanti conseguenze idealistiche. Ne deriva, ad es., che le opposizioni interno/esterno, individuale/sociale sono interpretate in modo da ipostatizzare il lato esterno-sociale-collettivo in qualcosa di esteriore - e potenzialmente nemico - rispetto all'atto linguistico, invece di riconoscere in esse un elemento generativo, immanente al segno. Di conseguenza la generazione del significato rimane un mistero sospeso a metà tra delle astratte condizioni di possibilità e la costituzione biologica della specie umana.

L'argomentazione:
Virno vorrebbe aggirare l'opposizione tra "cognitivismo ed ermeneutica" (così scrive) mostrando come le condizioni di possibilità trascendentali e la costituzione biologica si trovino conciliati nella "facoltà di linguaggio", cioè nella possibilità originaria dell'uomo di "prendere la parola". Non nego che il tentativo di Virno sia interessante e lodevole, ma il modo di condurre l'argomentazione è talvolta discutibile.

Esempi:

a) Virno stabilisce la natura performativa dell'atto linguistico in analogia con le arti performative (a suo dire: teatro, musica e danza). Poi però afferma che queste arti non sono che un'espressione secondaria e derivata dell'originaria natura performativa dell'atto linguistico. Se l'analogia era un artificio retorico che non prendeva veramente in considerazione l'essenza delle arti performative ma solo qualche loro tratto esteriore, essa non permette poi di rovesciare l'argomentazione e di fare affermazioni sulla natura stessa delle arti performative. Tanto più che quanto dice Virno sulla natura pragmatica e non poietica di quelle arti è inesatto e del tutto inadeguato.

b) Virno definisce rituale l'atto linguistico (il "prender parola") e poi afferma che il rito non è che espressione dell'atto linguistico in quanto presa di parola. Anche qui, oltre alla circolarità dell'affermazione (che sembra dare per scontata la definizione di rito per definire l'atto linguistico e poi usa l'atto linguistico per definire il rito) è inaccettabile la riduzione dell'esperienza religiosa al "prendere la parola", inteso per di più in senso egocentrico-monologico-autereferenziale. Cfr. l'analisi della "preghiera" in cui viene stabilita una sostanziale identità tra le formule del rito e il linguaggio "egocentrico" infantile (di cui ho già contestato l'interpretazione...).

c) Virno slitta in diverse occasioni dall'oggetto del discorso al discorso sull'oggetto, cioè parla di una cosa e poi parla del discorso che parla sulla cosa.

Ad esempio:
p. 92, quid pro quo tra il "sensismo filosofico" e la "sensibilità"
p. 124, quid pro quo tra la "reificazione" come fenomeno e il discorso che parla della reificazione
p. 135 "l'unità/differenza tra discorso e azione" viene definita "tautoeterologia" (cioè discorso su unità e diff. )
p. 174 l'essere storico-naturale viene identificato con il "proposito" di Adorno che parla di storia-naturale
p. 187 "l'ontogenesi è philosophia prima"

Azzardo una spiegazione filosofica di questo tipo di sviste. Credo che esse siano implicite già nella dichiarazioni di Virno di voler saldare riflessione trascendentale e discorso sulle costanti biologiche. "Trascendentale", infatti, è a rigore il discorso sulle condizioni di possibilità di qualcosa, non queste condizioni stesse (che possono certo essere definite, ma in senso traslato, "trascendentali"). Questo slittamento è certo facilitato dal fatto che quello di Virno è un discorso sulle condizioni di possibilità del discorso. E tuttavia il non tenere sempre distinti il discorso sull'oggetto e l'oggetto del discorso, ha conseguenze talvolta gravi per la coerenza dell'argomentazione.

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  • [1] marta
    Grazie mille per la recensione molto interessante!

    Imprimatur 11 maggio 2013 @ 15:30 Link permanente

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Num. 14 § Alla cassa
Quando il verbo si fa carne. [Recensione a P. Virno]
di Marco Maurizi ¦ pubblicato: giugno 2005 [visita 4254 21-mag-2013 @ 14:42]

Marco Maurizi

Marco Maurizi (Roma 1974). Laureato in filosofia presso l'Università di Roma "Tor Vergata". Si occupa di marxismo e teoria critica della società. Ha pubblicato Adorno e il tempo del non identico (Jaca Book 2004), La nostalgia del totalmente non altro. Cusano e la genesi della modernità (Rubbettino 2008) e diversi articoli di critica della cultura (F. Zappa, Nagai Go, George A. Romero).

Dopo aver vinto una borsa di studio all'Università di Lipsia ha conseguito il dottorato in filosofia a Roma e un assegno di ricerca presso l'Università degli Studi di Bergamo. È vegan e co-fondatore della rivista on line Liberazioni dedicata ai temi dell'antispecismo e della liberazione animale.


[email: marco.maurizi74@gmail.com]