La situazione del cinema di animazione mi sembra molto cambiata, negli ultimi anni. L'impressione è quella di una crescita costante della quantità di nuove produzioni, in corrispondenza con un consistente allargamento della fascia di pubblico, molto meno "di nicchia" che in passato. Rispetto a dieci anni fa, in poche parole, mi pare molto più facile ritrovarsi in un cinema a guardare un film di animazione, magari anche italiano. Sin qui una mia, forse superficiale, impressione, ma com'è in realtà la situazione dell'animazione, oggi, quali sono le nuove tendenze ma anche qual' è la situazione produttiva e distributiva, specialmente in Italia?
Una domanda complicatissima… innanzitutto bisognerebbe distinguere tra "distribuzione" e "produzione". in entrambi i campi c'è un qualche movimento, ma non credo che si possa parlare di una situazione di crescita organizzata, strutturata. Vedere distribuito nei cinema di Roma un film come Tokyo godfathers non può che fare piacere, significa che i distributori credono sempre di più nel cartone animato di qualità e che il pubblico ha capito che i film d'animazione non sono solo per bambini. Questo sembrerebbe indiscutibile, no? Eppure poi vai a vedere il programma dell'Eden, che è rimasto l'ultimo cinema a proporlo, e scopri che il film di Satoshi Kon viene programmato di pomeriggio, non di sera. C'è qualcosa che non va, davvero, anche perché, a differenza ad esempio della Città incantata di Miyazaki, film per tutti, Tokyo godfathers è concepito per un pubblico adulto. Ci sarebbe da scrivere un libro! Invece sulla produzione ce ne sarebbero da scrivere due.
Però è un fatto che, da qualche anno, nei nostri palinsesti televisivi figurino anche serie animate di produzione italiana. Questo prima era molto più raro.
Non c'è dubbio che da dieci anni a questa parte l'Italia sia diventata un paese più normale, che propone in Tv anche cartoni animati che produce, non solo quelli che acquista. La particolarità è però che, per le produzioni televisive, si può contare solo sulla Rai, visto che Mediaset non produce
Come mai Mediaset non produce?
Posso rispondere solo intuitivamente… credo che acquistando i cartoni, e il loro diritto di sfruttamento nel merchandising, si ottengano ottimi risultati anche senza dover impegnarsi investendo direttamente in una coproduzione. Questo l'hanno forse potuto constatare perché in qualche coproduzione - ma poche davvero! - si sono anche impegnati.
Di cosa si trattava?
Ricordo un Libro della giungla prodotto con Mondo Tv, quando ancora la Rai non produceva serie animate, ma è solo un esempio. Di fatto, una produzione italiana, oggi, non può fare a meno della Rai anche se trova coproduttori stranieri. Come si può capire, senza tante spiegazioni, questa è una situazione non facile.
Queste coproduzioni della Rai, ad esempio i cartoni di Lupo Alberto, hanno una buona distribuzione all'estero?
Si, una buona distribuzione, anche perché non c'è cartone animato che la Rai possa produrre da sola. C'è sempre bisogno di Tv che coproducano e di altre Tv che acquistino.
Anche il cinema d'animazione italiano, in questi ultimi anni, è in ripresa. Sono usciti ed escono, nell'intero arco dell'anno e non solo per le festività natalizie, molti nuovi film. E pensare che prima della Freccia azzurra era dai tempi di Allegro non troppo di Bozzetto - vent'anni prima! - che in Italia non si realizzavano lungometraggi animati. Mi chiedo anzi come D'Alò abbia fatto a farcela.
D'Alò c'è riuscito con molta costanza e molto coraggio insieme alla Fares, sua socia di un tempo con la Lanterna Magica. E devo dire che su quel progetto vi fu la partecipazione (almeno spirituale) di gran parte del mondo dell'animazione italiana.
Personalmente sono rimasto impressionato da La freccia azzurra di D'Alò. Aveva uno stile, anche narrativo, che sembrava davvero italiano, "diverso", nostro; proprio per questo rimasi molto deluso da Momo, che mi sembrava un tentativo di imitare modelli disneyani, compresa l'idea di legare la colonna sonora ad un cantante di successo come Gianna Nannini. Un film sciatto e frettoloso, che mi pareva fatto davvero con poco amore e poca cura. Ecco, la colonizzazione americana non arriva oltre che attraverso l'onnipresente distribuzione anche, più sotterraneamente, attraverso l'imposizione di un modello di animazione da imitare?
Sui film di D'Alò ci sarebbe molto da scrivere. Credo che molto del fascino della Freccia Azzurra sia dovuto allo stile grafico di Paolo Cardoni. Ad ogni modo non tovo che Momo sia un film fatto senza amore e frettoloso. Personalmente ho avuto molti più problemi con il grande successo, ovvero La Gabbianella e il Gatto. Lo stesso libro da cui è tratto è una vera furbata, fatta senza cuore. Leggendolo, non credevo ai miei occhi! Comunque, se qualcosa si può imputare in genere ai produttori di animazione, televisivi e non, è proprio la mancanza di coraggio. Per cui, giocoforza, i modelli di successo sono sempre da imitare.
Si può parlare, in questa situazione, di una eredità della "tradizione italiana"? Insomma, Il debutto di D'Alò è stato il proseguimento di un discorso interrotto o un nuovo inizio?
A proposito di "tradizione", si potrebbe anche dire che ce n'è una, in Italia, ma per essere tale fino in fondo la tradizione ha bisogno di una continuità che da noi si è verificata solo ai tempi del Carosello. Il presente lo considero ancora come un momento di transizione.
L'animazione ormai raggiunge più facilmente un pubblico adulto, specie quella televisiva, è il caso ad esempio dei Simpsons o di South Park, ma in fondo la mia generazione (quella dei nati negli anni '70) si è formata il gusto e l'immaginario personale su serie televisive che venivano considerate più o meno dichiaratamente dirette ad un pubblico di "adolescenti", in particolare sugli anime giapponesi, alcuni dei quali - io ricordo sempre con piacere Ken il Guerriero - anche molto violenti; ora però mi sembra prevalgano scempiaggini sul modello dei Pokemon, con noiosissime sfide da ring che durano intere puntate e non portano a niente. Le polemiche sollevate intorno a questi "modelli", forse proprio perché considerati come dei presunti modelli per il pubblico dei più giovani, non sono mai finite. C'è qualcosa che non va?
Se un cartone intelligente come i Simpsons ha successo io sono contento, ma sei proprio sicuro che cartoni come i Pokemon siano "scempiaggini"? Sei proprio sicuro che le sfide da ring noiosissime per te lo siano anche per i ragazzi che le stanno a guardare? Molto spesso i cartoni sanno esprimere e sfogare "narrativamente" l'infinita vitalità propria di un ragazzo. Ci sarebbe tanto da discutere a questo proposito. Ma se uno può avere nostalgia della vitalità televisiva di Wile Coyote, più spiritosa e divertente, non c'è dubbio che - dal punto di vista identificativo - un ragazzo di oggi possa preferire altri stimoli, magari meno "narrativi" ma - dal punto di vista spettacolare - più "esaltanti".
Anche i programmi televisivi con pupazzi in studio al posto delle persone, o che interagiscono con queste - mi riferisco soprattutto ai format per adulti, tipo MTV, o al Muppet Show - si collocano nel mondo dell'animazione?
Dal punto di vista tecnico no. Da quello linguistico sì. Anche Team America World Police del duo di South Park, realizzato invece con le marionette. Bisognerebbe esaminare caso per caso, ma quasi sempre ci troviamo di fronte a "spettacoli" divertenti e intelligenti, un passo avanti agli altri. Perché? Perché si rivolgono al pubblico dei giovani con volontà di trasgressione, che è secondo me, come dire, un "segmento" di straordinario interesse.
Più in generale, secondo te, quali principali differenze di linguaggio dividono il cartoon dal film di fiction? Credo che in Shaolin soccer il regista sia riuscito a raggiungere una fusione tra gli elementi peculiari delle due tradizioni (se mettiamo da parte il fatto "secondario" del disegno).
Da quando il computer è entrato, con i suoi effetti speciali, nelle lavorazioni di molti film "dal vero" non credo ci sia più alcuna differenza di linguaggio tra questi film e quelli animati. Solitamente i personaggi dei cartoon sono più espressivi degli attori in carne ed ossa, ma i personaggi realizzati in motion capture sono in qualche modo animati eppure sono i più legnosi di tutti. Direi piuttosto che grandi differenze ci sono a seconda dei budget di produzione. Anzi, farei una proposta provocatoria ma neanche tanto: che nei giornali, accanto al genere del film ("drammatico", "commedia" e, come viene scritto erroneamente "animazione", che non è un genere!) venga indicato anche il budget con quale il film è stato realizzato. Probabilmente il pubblico avrebbe così un'informazione fondamentale per la costruzione di un suo giudizio critico. Magari qualcuno potrebbe obiettare: ma così non si finirebbe per favorire i film più ricchi? Forse sì. Ma d'altra parte in ogni cosa ci dev'essere un pro e un contro, no?
Tu sei il direttore artistico di un importante festival di animazione annuale, uno dei maggiori d'Europa, Castelli animati, molto attento nel comporre una programmazione che potremmo definire "pluralista". Tutti i generi di animazione, tutte le scuole nazionali, dal cortometraggio d'animazione polacco al grosso successo della Pixar e ai lavori più "sperimentali", trovano ospitalità ed un pubblico differenziato e attento. Nell'ultima edizione ho potuto conoscere, tra gli altri, i lavori di Joan Gratz e di Fusaku Yusaki, che lavorano entrambe con la plastilina, ma in maniera molto diversa. Nel primo caso siamo di fronte ad opere che si presentano sotto lo statuto della "arte", nel secondo ad opere apparentemente di consumo, "televisive", ma non per questo meno d'autore. A volte ho l'impressione che l'animazione, e qui vengo alla mia domanda che è più una riflessione, per le sue stesse specificità di linguaggio, riesca a meglio veicolare la sua forza eversiva, che è implicitamente contro il mercato, proprio laddove ai meccanismi del mercato è più docilmente asservita. Un'impressione che riescono a darmi, ad esempio, le opere di Peter Lord e Nick Parck (Galline in fuga su tutte) o gli stessi Simpsons e South Park, e soprattutto gli anime televisivi giapponesi, forse per la loro compresenza costante di realismo e astrazione (bastiti pensare alle serie robotiche di Go Nagai). Al contrario ho l'impressione, è il caso in parte di Joan Gratz ma sicuramente delle opere, che ho pochissimo apprezzato, di Mario Verger, che l'animazione più propriamente "di avanguardia", corra il rischio di degradarsi a generica messa in disegni di un astrattismo o un surrealismo decorativi e ornamentali, in una sorta di "conformismo" della ricerca espressiva, riproposizione di vecchi cliché ormai svuotati d'ogni sugo. Una ottima proposta a mezza via, in questo senso, mi è sembrato un ottimo film canadese, un documentario, non ricordo né il titolo né l'autore, che era in concorso, sempre quest'anno, ai Castelli animati. Un film molto strano, molto "umano", popolato di figure storte, rotte, disegnate a metà, sub-umanamente sopravviventi a sé stesse; un documentario sulla vita di un ex animatore distrutto, se non sbaglio, dalla droga e dall'alcool, ed ora povero, dimenticato. Mi ha colpito molto.
Il film di cui parli è Ryan, di Chris Landreth, Gran Premio ai Castelli animati 2004 e vincitore del premio Oscar per il corto d'animazione. Racconta la vita di Ryan Larkin, grande regista del National Film Board of Canada, che da tempo ha smesso con il film d'animazione e vive in un manicomio di Montreal. Ryan è un film bellissimo, straziante, commovente, in cui finzione e realtà si completano. Anzi, la finzione, creata attraverso il computer, riesce a cogliere la realtà meglio della ripresa oggettiva e senza trucchi. Quei momenti in cui i personaggi (e anche lo stesso regista) sono "massacrati" dalla vita, e ricevono dalla vita dei colpi veri, quei corpi dimezzati, lacerati, rappresentano in qualche modo la verità che la realtà non può offrire. Il cinema diventa più vero della vita. Che sia questa l'avanguardia? Per quanto riguarda Joan Gratz non dimenticare che il suo astrattismo è solo una parte della sua visione cinematografica. E anche lei ha realizzato, con Joanna Priestley, un documentaio animato sulla realtà del carcere americano. Quanto a Verger, non credo che il suo progetto "d'autore" viva nell'ambito dell'avanguardia.
NOTA BIOGRAFICA
Luca Raffaelli. Romano, lavora nel campo del fumetto e del cinema d'animazione in diverse vesti, scrivendo sceneggiature, articoli, saggi e trasmissioni televisive, inventando e dirigendo riviste e festival. Ha lavorato per la televisione, come regista, conduttore e autore (Mattina 2, Tele+bambini, Go-cart). È direttore artistico dei Castelli Animati, festival internazionale del cinema d'animazione di Genzano e di Romics, festival del fumetto e dell'animazione della Fiera di Roma. Nel '94 ha pubblicato, per Castelvecchi Le anime disegnate, il pensiero nei cartoon da Disney ai giapponesi, ristampato in terza edizione e pubblicato anche in Francia e in lingua inglese e giapponese, e nel '97 per Il Saggiatore-Flammarion il saggio Il fumetto. Scrive libri per ragazzi per la Mondadori, sceneggiature di cartoni animati (come la serie tv Tommy & Oscar, e il lungometraggio Johan Padan), e varie altre cose tra cui canzoni: Mina ne ha inciso una dal titolo Ninna pa'. E' consulente e autore delle introduzioni dei classici del fumetto di Repubblica.



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