Probabilmente in molti si saranno cominciati a chiedere la ragione del sempre crescente numero di lungometraggi animati nei nostri cinema. In effetti questa situazione, creatasi già da qualche anno, è completamente nuova non solo per le sale italiane, ma in generale per quelle europee. Negli anni novanta più di qualcosa è sicuramente cambiato nella produzione di animazione a livello europeo e a livello mondiale, così come sembrano cominciare a cambiare i gusti del pubblico.
In effetti, gli anni ottanta hanno visto, accanto ad una più generale crisi dell’industria cinematografica, una forte crisi nella produzione di cinema d’animazione, che ha coinvolto la stessa Disney. La situazione in Italia poi ha rasentato realmente l’immobilità, con una produzione che si è praticamente bloccata dopo la chiusura della trasmissione televisiva Carosello, che conteneva numerose animazioni e che aveva permesso la nascita e l’affermarsi di diversi studi di animazione italiani negli anni sessanta. Negli anni ottanta, dunque, la situazione in Italia era praticamente congelata, con pochissimi studi che lavoravano prevalentemente per la pubblicità e per sigle televisive, mentre in TV era quasi impossibile vedere un prodotto seriale che non fosse importato. L’idea poi di realizzare un lungometraggio animato era veramente improbabile.
Questa situazione di crisi generale comincia a “scongelarsi” alla fine degli anni ottanta. Robert Zemeckis realizza nel 1988 Chi ha incastrato Roger Rabbit, film che unisce l’animazione e riprese dal vero in maniera davvero innovativa, creando un universo parallelo e credibile in cui i personaggi animati interagiscono con gli attori in carne ed ossa, e la bella del film, il sex symbol, è proprio un cartone animato, Jessica Rabbit. Il film ottiene un enorme successo di pubblico. Di lì a poco la Disney produrrà il grande successo La Sirenetta, che crea una nuova formula vincente e che segna in qualche modo una sorta di rinascita, con film sfornati negli anni novanta al ritmo di uno all’anno (che però non l’hanno risparmiata dalle crisi che ha comunque dovuto affrontare in questi anni).
Ma la Disney, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni novanta, comincia a non troneggiare più da sola nel mondo dell’animazione internazionale. Prima fra tutte, oltre all’emergere di altre realtà produttive americane, l’animazione giapponese, che comincia a scrollarsi di dosso tanti pregiudizi nati nel mondo occidentale, a causa dei quali era stata giudicata e identificata esclusivamente come animazione violenta o per adulti. I nomi e le realizzazioni di due grandi registi nipponici cominciano a fare il giro del mondo: Hayao Miyazaki, vincitore tra l’altro con La città incantata dell’Orso d’Oro a Berlino e dell’Oscar come miglior lungometraggio animato (e anche annunciato Leone d’Oro alla Carriera alla mostra del cinema di Venezia 2005), e Isao Takahata, regista del toccante Una Tomba per le lucciole. Ma l’animazione giapponese ha contato in questi ultimi anni anche su altri straordinari registi, tra cui Satoshi Kon e Mamoru Oshii.
Ma anche tutta l’animazione europea vive un risveglio di proporzioni mai viste prima. Le cinematografie nazionali cominciano, o ricominciano dopo molti anni, a produrre lungometraggi, e questo soprattutto grazie a proficue strategie di coproduzione internazionale e sostegni all’animazione europea. E questo ha dato modo di far emergere una creatività tutta particolare, personale, con prodotti che vanno dall’altissima qualità a realizzazioni sicuramente meno riuscite, ma che hanno fatto crescere, passo dopo passo, talenti e storie che hanno cercato in qualche modo di distanziarsi dalla lezione disneyana per trovare vie più personali.
La Francia ha sicuramente sorpreso il mondo del cinema d’animazione con l’uscita di Kirikù e la strega Karabà, diretto da Michel Ocelot, originale nella storia e con una scelta grafica assolutamente particolare. Nel 2003 viene completato in Francia I figli della pioggia, film che non otterrà i successi sperati, ma con una sua particolarità tecnica e realizzativa. La casa di produzione Folimage termina La profezia delle rane, diretto da Jacques-Rémi Girerd. Il film narra della venuta di un nuovo diluvio universale, previsto e annunciato giusto in tempo dalle rane ai bambini protagonisti. Con uno stile grafico accattivante, la prima parte del film è estremamente godibile, mentre la seconda parte, quella del naufragio vero e proprio, viene risolta in maniera meno incisiva.
Ma è con Appuntamento a Belleville, uscito in Francia nel 2003 e nelle sale italiane nel 2004, che ci troviamo di fronte ad un lavoro veramente spiazzante. Il film, realizzato tra Francia e Canada - ma il lavoro di animazione è stato realizzato perlopiù in Canada - e diretto da Sylvain Chomet, è un condensato di idee innovative e di sguardi nostalgici ad un non troppo lontano passato, con un’impostazione grafica, l’unione di disegno animato con parti al computer 3D, e una scelta cromatica che ne fanno un prodotto di altissima qualità e un film divertente e piacevole. Chomet, che proviene dal mondo del fumetto - questo è il suo primo lungometraggio - è riuscito a portare all’interno del film la carica grafica e originale che gli appartiene come disegnatore, creando un universo divertente, piacevole, a volte malinconico, a volte esilarante.
Appuntamento a Belleville è uno di quei film che riesce a imporre finalmente al grande pubblico l’idea che l’animazione non sia esclusivamente un prodotto per bambini e ragazzi, ma che riesce a essere linguaggio funzionale per raccontare qualunque tipo di storia, con target diversificati, e dunque anche per gli adulti. Fortunatamente diverse produzioni stanno andando verso questa direzione, perché per troppo tempo l’animazione ha dovuto fare i conti con questo pregiudizio, che sia solo un genere per ragazzi (anche se ovviamente siamo molto lontani dal dire che questo non si pensi più).
L’animazione italiana ha visto negli anni novanta una vera e propria rinascita, si è ricominciato finalmente a produrre. Diverse sono state le realizzazioni di lungometraggi. Quando uscì il primo film di Enzo D’Alò, La freccia azzurra, nel 1996, erano passati circa vent’anni dall’uscita nelle sale di un lungometraggio animato italiano, Allegro non troppo di Bruno Bozzetto, del 1977 (a parte alcune realizzazioni che ebbero una minima o nulla distribuzione). Enzo D’Alò riesce a realizzare questo film tratto dall’omonima fiaba di Gianni Rodari incontrando non poche difficoltà. La scelta grafica e lo stile sono sobri, raccontano visivamente la favola con toni pacati. Il successo vero e proprio arriva con La Gabbianella e il gatto, del 1998, film che ottiene un grande successo al botteghino e ha tra i suoi pregi quello di aver convinto molte macchine produttive a investire nell’animazione italiana. Da quel momento in poi si susseguono diverse realizzazioni: nel giro di 6 anni vengono prodotti diversi lungometraggi, pensati principalmente per un pubblico di bambini e ragazzi, con esiti però spesso deludenti al botteghino. Enzo D’Alò completa altri due lungometraggi: Momo, tratto dall’omonimo libro di Michael Ende e Opopomoz, curiosa favola natalizia ambientata a Napoli. Giudo Manuli realizza Aida, liberamente tratto dall’opera di Giuseppe Verdi. Maurizio Forestieri racconta la storia dell’invenzione della pizza napoletana con Totò Sapore e la magica storia della pizza. Una realizzazione particolarmente interessante è quella del film Johan Padan, diretto da Giulio Gingoli su testi di Dario Fo. La storia del giovane bergamasco che agli inizi del 1500 fugge dall’Italia trovandosi per caso su una nave che va nel nuovo mondo, è costruita in maniera molto riuscita, e tutta la parte che riguarda le Americhe è risolta in modo eccellente e originale a livello grafico. Dunque, anche se con alterni risultati, ad ogni modo l’animazione italiana ha ricominciato ad esistere, a crescere e a porsi sul mercato.
Così è accaduto per altri paesi europei, come la Spagna e la Germania, che sono in questi ultimi anni abbastanza produttive. Un caso a parte è l’esperienza dello studio inglese Aardman, fondato da Pere Lord e Nick Park, che grazie all’altissima professionalità raggiunta con le realizzazioni in plastilina, prime fra tutte i cortometraggi con i personaggi di Wallace e Grommit, ha realizzato con produzione Dreamworks il lungometraggio in plastilina Galline in fuga, una storia originale e divertente, che ha portato le potenzialità espressive della tecnica della plastilina laddove non erano mai arrivate.
L’animazione giapponese, da sempre una realtà produttiva di lungometraggi e serial di grande importanza, ha raggiunto con i prodotti realizzati in questi ultimi anni una notorietà mai conosciuta e livelli qualitativi straordinari. A partire da Akira, del 1988, si sono susseguite importanti realizzazioni che grazie ad accordi distributivi vincenti hanno cominciato a girare il mondo. I già citati Hayao Miyazaki e Isao Takahata, con le realizzazioni dello Studio Ghibli, fondato da Miyazaki, hanno creato delle opere straordinarie. La principessa Mononoke di Miyazaki è una splendida favola epica ed ecologista allo stesso tempo, con dei momenti lirici indimenticabili. La valle incantata rappresenta un viaggio iniziatico verso l’età adulta - nel cammino senza sosta di ogni vita umana - attorniato e immerso nel gioco fantastico che però altro non è che metafora del reale. Takahata, con Una tomba delle lucciole, riesce a toccare corde della sensibilità che difficilmente un film dal vero riesce smuovere. Il loro modo di utilizzare il linguaggio dell’animazione, di inventare sempre un nuovo modo di comunicare concetti profondi, riflessioni sull’uomo e sulle sue azioni, è assolutamente particolare e sorprendente, oltre qualsiasi definizione, spesso restrittiva, che si voglia dare al cinema d’animazione.
Tra i numerosi registi nipponici, Satoshi Kon è tra quelli che in questi ultimi anni hanno sorpreso e affascinato l’Occidente, con realizzazioni come Perfect Blue e Tokio Godfathers, questo ultimo uscito circa un mese fa nelle sale italiane. Anche l’animazione coreana ha fatto in questi ultimi anni passi da gigante, arrivando alla realizzazione di interessanti lungometraggi.
Gli Stati Uniti hanno visto negli anni novanta l’emergere e l’affermarsi di nuove realtà produttive. Prima fra tutti la Pixar, che dal primo cortometraggio Luxo Jr, realizzato al computer, è diventata oggi leader nella realizzazione di lungometraggi in 3D. Dagli studi del suo fondatore John Lasseter, con diversi contratti di coproduzione con la Disney, sono usciti tra gli altri, Toy Story, Monsters & Co, Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, successi e campioni d’incasso a livello internazionale. La Dreamworks si cimenta anch’essa nella realizzazione di lungometraggi animati, da Zeta la formica al Principe d’Egitto, fino al grandissimo successo di Shrek e Shrek 2.
Siamo di fronte dunque ad una produzione a livello mondiale che ormai non attende più solo il periodo natalizio per uscire con nuovi lavori. Basta guardare i piani delle case di distribuzione italiane e vi si troveranno diversi titoli di animazione sparsi durante l’anno. Una produzione molto elevata che non sempre è sinonimo di salute: difficoltà produttive, i costi, le regole stesse dell’industria cinematografica sono comunque problematiche presenti. Ma quello che è certo è che nell’animazione ormai si investe, si ricerca; l’avvento della computer animation ha cambiato profondamente il mondo dell’animazione.
Un altro elemento che accomuna le diverse produzioni di animazione è la scelta del doppiaggio: sempre più si tende a scegliere un cast di doppiatori che sia riconoscibile al grande pubblico, dall’attore noto, al presentatore, al cantante.
Il pubblico è cambiato in questi ultimi anni, è indubbiamente più esigente, più preparato, ha sicuramente delle aspettative maggiori, ma sta anche capendo che l’animazione non è soltanto il film da far vedere al piccolo di casa, ma è un linguaggio più ampio e con infinite possibilità, grazie al quale godersi una bella storia.


