Esther Leslie - Hollywood Flatlands

Marco Maurizi
Marco Maurizi

Marco Maurizi
Nota biografica

powered by m@ntis | chi dà luce rischia il buio

Esther Leslie, Hollywood Flatlands [copertina] Esther Leslie, Hollywood Flatlands. Animation, Critical Theory and the Avant-garde
Verso, London - New York 2002, pp. 344.

Il libro della Leslie rappresenta un tentativo di tenere desta quella particolare forma di Kulturkritik d'ispirazione benjaminiana che si rivolge ai "grandi temi" della riflessione filosofica non affrontandoli di petto ma attraverso l'intentio obliqua dell'analisi micrologica. La questione dell'immagine e quella da essa inseparabile della sua verità e falsità, ad esempio, viene qui riproposta a partire dal contesto storico in cui il senso stesso dell'immagine ha subito una radicale torsione: la nascita dell'industria cinematografica e, in particolare, del cinema d'animazione. Hollywood Flatlands fornisce una ricostruzione storica dettagliata e penetrante del sorgere e dello sviluppo dell'arte di animazione e dei rapporti che gli intellettuali europei intrattennero con questa particolare versione della cinematografia americana con particolare attenzione agli anni '20-'40. Sono gli anni del sorgere della "teoria critica" cui fa esplicito riferimento il titolo del libro e del concetto di "industria culturale" sviluppato notoriamente da Adorno ed Horkheimer nella Dialettica dell'illuminismo. Benché le figure con cui il testo si confronta direttamente siano diverse (oltre ad Adorno, Leslie tratta diffusamente di Benjamin, Kracauer ed Eisenstein), Hollywood Flatlands è un tentativo di aggiornare il concetto di industria culturale, di mostrarne per così dire "al rallentatore" la genesi alla luce delle esperienze che l'hanno originato. Come viene prepotentemente sottolineato dall'autrice, fu proprio dall'incontro tra l'intellighenzia europea e l'industria americana dell'intrattenimento, favorito peraltro proprio dall'emigrazione, che sorsero i concetti cardine della moderna critica alla società capitalistica. Leslie tenta continuamente di intrecciare la rigorosa ricostruzione storica di quel difficile rapporto, individuando i nodi concettuali, riattivando le domande che ne stavano alla base. Uno dei meriti principali della Leslie è quello di correggere alcuni luoghi comuni circolanti tanto nella cultura continentale, quanto in quella angloamericana sul reale significato della critica francofortese alla cosiddetta "cultura di massa". Particolarmente penetrante e innovativa risulta, da questo punto di vista, la lettura che Hollywood Flatlands fa di Adorno nel capitolo intitolato "Eye-Candy and Adorno's silly simphonies" (pp. 158-199). È utile concentrarsi su questo notevole aspetto del libro della Leslie perché la simpatia con cui Benjamin o Kracauer guardarono alla cultura di massa è fin troppo nota e quindi la lettura di questi autori offertaci dall'autrice per quanto originale e puntuale, non presenta quel carattere di novità che invece arride alla sua lettura di Adorno (al primo è dedicato "Mickey Mouse, Utopia and Walter Benjamin", pp. 80-122, che analizza i riferimenti al personaggio di Walt Disney tanto nel saggio Zu Mickey Mouse quanto nel Passagen-Werk; a Kracauer è dedicato "Siegfrid Krakauer, Dumbo and Class struggle", pp. 200-218). Come noto, nell'ambiente anglosassone in cui opera l'autrice la figura di Adorno è passata agli atti come quella del critico tanto intransigente quanto disperato, dell'elitario e spocchioso mandarino descritto da Fritz Ringer nel suo The Decline of the German Mandarins: the German Academic Community, 1890-1933 (Cambridge, Mass. 1969); questo è particolarmente evidente nel settore dei cultural studies, dove il richiamo ad Adorno costituisce oramai un omaggio "obbligato", condotto svogliatamente, intento sempre a mettere in mostra presunte carenze dell'approccio adorniano alla cultura, il suo "apriorismo", la sua anti-democraticità etc. Leslie cerca di correggere questa visione deformante di Adorno in voga nella cultura angloamericana, con precisione filologica e notevole acume interpretativo. Nel tentativo di mostrare come il capitolo sull'industria culturale della Dialettica dell'illuminismo sia nato in realtà da un confronto serrato con i fenomeni culturali di cui parlava e non da un approccio aprioristico, Leslie rilegge attentamente le innumerevoli pagine in cui Adorno esprime la propria ammirazione per alcuni di quei fenomeni, andando quindi a rovistare sia nelle pagine dimenticate della Dialettica dell'illuminismo (dove Adorno si esprime a favore dei Fratelli Marx, riconoscendo nell'imperfezione, nella mostruosità circense e nella clownerie selvaggia l'aspetto più vitale e non addomesticato della cultura di massa), sia in alcuni saggi meno noti (come quelli su Chaplin pubblicati in Ohne Leitbild, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1969, pp. 89-93), sia in opere in cui l'approccio dell'autore era più scopertamente pratico e "positivo" (si pensi all'importante Komponieren für den Film scritto in collaborazione con il compositore Eisler proprio a proposito della musica per film). Ne esce un immagine di Adorno e della cerchia di intellettuali a lui vicini notevolmente più ricca e molteplice e che, tuttavia, non perde nulla del suo potere critico. Il nodo della critica dell'ideologia è infatti il concetto di auto-rappresentazione. Se l'ideologia risiede nella sfasatura operante tra il soggetto che si autorappresenta e la sua realtà, il concetto di industria culturale va a colpire proprio la pretesa che possa esistere qualcosa come una "cultura di massa". La critica francofortese della cultura di massa, quindi, non si incentra tanto sulla presunta novità del concetto di "massa" (come è invece il caso, ad es., della critica reazionaria di Ortega Gasset) quanto sullo stravolgimento che il capitalismo impone a quello di "cultura". Come si espresse lapidariamente Adorno "parlare di cultura è quasi sempre contro la cultura, anche quando pretende di favorirla". Nella sua sbandierata (quanto illusoria) "universalità" sta la sua violenza, nella sua ricerca di nobilitare l'avvilimento che in realtà riproduce inconsapevolmente. È infine proprio nel suo celarsi in quanto industria che l'industria culturale tradisce il proprio ruolo. Il suo volto umano è una maschera. Simili pretese invece che nobilitarla, la trasformano in parodia dell'arte che fu. È questo uno degli assunti che Esther Leslie mette in evidenza. Hollywood Flatlands mostra come la Dialettica dell'illuminismo non contenga solo una critica radicale dell'industria culturale, ma cerchi anche di delineare quei tratti che potrebbero portare oltre la sua oggettiva funzione di indottrinamento e di inganno di massa. L'amusement in quanto tale non è negativo per Adorno, nonostante quanto comunemente si dica. Se anzi esso potesse emanciparsi totalmente dalla pretesa di avere un senso o di essere finalizzato a qualcosa di "positivo" (non ultimo il bisogno stesso di "distensione" che, secondo l'industria, giustifica la sua esistenza) esso diverrebbe addirittura un correttivo della seriosità autoreferenziale dell'arte contemporanea. Questo aspetto, totalmente censurato (anche dalla critica adorniana), è invece messo ben in luce da E. Leslie proprio a proposito dei film a cartoni animati: "La tecnologia [...] ha dischiuso opportunità all'arte [...] Ma la tecnologia stessa lega questi film al grande business e questo imprime un certo carattere ideologico ai suoi prodotti. C'è dunque una contraddizione oggettiva e una possibilità per la critica. Soprattutto la cultura più bassa sfugge al mediocre compromesso di molti prodotti dell'industria culturale. Accade facilmente che film di genere come 'western', gangster o horror siano superiori ai 'pretenziosi film di serie A'. Ciò che è offensivo è l'aspirazione ad essere 'unici' quando la produzione è di fatto così standardizzata" (E. Leslie, cit., p. 182). Il libro della Leslie dimostra come non sia a livello di principi o di "punti di vista" generali che è possibile comprendere e giudicare l'opera di Adorno, Benjamin o Kracauer, ma solo muovendo dal loro assunto che il pensiero deve calarsi nel suo oggetto e assumerne le movenze per poterlo fare proprio. Nell'attimo, tuttavia, in cui il pensiero si piega a questa disciplina "della cosa stessa" è la questione stessa del "proprio", l'idea di possedere l'oggetto ad entrare irreversibilmente in crisi.

Commenti [+ aggiungi]

Questo è il luogo ideale per lasciare il tuo primo commento…

Nessun commento inserito.

Lascia il tuo commento

Codici permessi

  • Sii gentile e non cedere allo spamming;

  • Se possibile evita il linguaggio volgare… non stupisce più nessuno;

  • Nel commento è permesso inserire i seguenti tag HTML:
    <a href="xxx.yyy" title="zzz" >, <br />, <b>, <strong>, <i>, <em>, <pre>
    <ul>, <ol>, <li>, <blockquote>, <p>;

  • la lunghezza del commento è limitata a 2000 (duemila) caratteri;
Discuti l'articolo

Num. 13 § Alla cassa
Esther Leslie - Hollywood Flatlands
di Marco Maurizi ¦ pubblicato: marzo 2005 [visita 3719 19-mag-2013 @ 21:14]

Marco Maurizi

Marco Maurizi (Roma 1974). Laureato in filosofia presso l'Università di Roma "Tor Vergata". Si occupa di marxismo e teoria critica della società. Ha pubblicato Adorno e il tempo del non identico (Jaca Book 2004), La nostalgia del totalmente non altro. Cusano e la genesi della modernità (Rubbettino 2008) e diversi articoli di critica della cultura (F. Zappa, Nagai Go, George A. Romero).

Dopo aver vinto una borsa di studio all'Università di Lipsia ha conseguito il dottorato in filosofia a Roma e un assegno di ricerca presso l'Università degli Studi di Bergamo. È vegan e co-fondatore della rivista on line Liberazioni dedicata ai temi dell'antispecismo e della liberazione animale.


[email: marco.maurizi74@gmail.com]