Contenuti del numero 27

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Editoriale

14 ottobre 2008 Gli articoli

[L'ultima amnesia] - Eccovi l'ultimo numero della rivista. Amnesia Vivace si è risvegliata, assieme ai suoi lettori, in un mondo in cui parole come cultura, politica, civiltà e morale non hanno alcun senso. Non che prima ad esse corrispondesse una qualche realtà oggettiva: semplicemente se ne ricordava l'esistenza in modo nostalgico e con qualche buon proposito di mettervi mano ancora un volta. Prima o poi.

Oggi, anche questa trista speranza si inaridisce e sembra scomparire dall'orizzonte. Restiamo quindi sconsolatamente in attesa di un segnale che ci mostri che ha ancora un senso proseguire come rivista per cui cultura, politica, civiltà e morale hanno invece ancora un significato. Ci ostiniamo infatti a parlare una lingua incomprensibile, barbari-greci tra barbari-barbari. E i segnali che ci giungono sono ben altri e portano l'eco di un millenarismo in scatola a troppo buon mercato per essere vero, eppure troppo consistente e vicino per essere totalmente falso: una crisi economica stile '29, la possibile elezione del papa nero negli Stati Uniti d'America, lo scioglimento dei ghiacci polari, perfino un revival di Guerra Fredda con scambi di boccacce tra Russia e Nato.

In Italia, poi, avere speranza più che un'utopia o un'illusione è divenuta quasi un'offesa alle vittime del nostro orrore quotidiano: la caccia allo straniero sta diventando lo sport nazionale, un premier pluri-inquisito e pluri-autoassolto si è circondato di una corte degna di un Caligola (con Mara Carfagna nel ruolo della cavalla in senato), l'informazione lavora a senso unico e a pieno regime mentre il mondo della Cultura (Scuola e Università) assiste attonito a ipotesi di strangolamento giugulatorio senza precedenti. Anche per noi che alla Cultura ufficiale e ufficiosa non abbiamo mai creduto e teniamo invece alla Qultura, non è uno spettacolo che si affronta a cuor leggero.

E dunque? Torna insistente la domanda: l'amnesia di cui siamo portatori sani ha ancora una ragion d'essere? Insomma, serviamo ancora a qualcosa in un mondo in cui non sembra più esserci alcun bisogno di portare scompiglio tale è lo scompiglio che ci circonda? E subito, come evocati dal rigurgito di fogna che essi stessi hanno contribuito a provocare, ecco nuovi e vecchi profeti pronti ad ammonirci che "è la fine di un mondo ma non la fine del mondo" (Tremonti) o che "l'unica certezza è Dio" (Ratzinger). Di fronte all'apocalisse profana del dio-denaro, all'autofagia del necro-capitalismo abbiamo allora forse ancora una certezza: il caos regna sovrano e l'ordine a Varsavia.

Che forse ci sia tutto sommato ancora qualcosa da fare nel crepuscolo dell'Occidente? Che si possa ancora scrivere a lume di candela di un crepuscolarismo scapigliato e sussurrare in codice le parole disordinate di un ermetismo estroverso e carbonaro? Quale che sia la risposta - che, come sempre, non saremo noi a darvi - vogliate accogliere e possibilmente leggere l'ultimo numero della rivista. Se un prossimo ci sarà dovremo amarlo come noi stessi.

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Buona ricerca. La Redazione

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Copertina: H. Bosch, La morte dell'avaro [part.] - Washington, National Gallery of Art © Taschen
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