Mistero2_001

Passiamo brevemente in rassegna quei luoghi del Discorso sul metodo in cui Cartesio sembra parlare in sintonia con lo spirito del suo tempo

Nel Discorso e nelle Meditazioni Cartesio parla indifferentemente di “scienza” e di “scienze”. Nonostante la distinzione possa sembrare oziosa e non sembra essere posta esplicitamente da Cartesio, essa cela o almeno aiuta a cogliere la differenza sostanziale che passa fra un sapere portatore di verità eterne e immutabili perché definitivamente fondato, e l’ambito di saperi e di esperienze storicamente mutevoli che costituisce l’orizzonte delle scienze empiriche. Le regole del metodo, ad esempio, costituiscono la procedura invariabile che rende possibile ogni scienza. Desunte dall’esempio delle matematiche, esse trovano la propria giustificazione nella concretezza dei risultati che permettono di raggiungere. Sono per così dire al di fuori (o al di sopra) delle scienze particolari.

Ma ci sono altri momenti del pensiero cartesiano che pongono l’esigenza di un sapere certo, capace di superare ogni scetticismo e porsi come verità eterna. Ci riferiamo ovviamente alla figura del cogito e alle dimostrazioni dell’esistenza di Dio e dell’anima. La scienza di cui Cartesio si fa portatore in questi momenti della sua opera, non ha nulla a che vedere con le scienze particolari di cui lui pure era un esperto conoscitore. O meglio, la verità di cui tale scienza si fa portatrice è il fondamento necessario delle verità particolari delle molteplici scienze. Senza tale fondamento, queste scienze non avrebbero alcuna possibilità di garantire l’attendibilità né dei propri risultati, né dei propri procedimenti. Quello che Gassendi definì il “circolo” in cui secondo lui era incappato il pensiero cartesiano, è in realtà il movimento naturale, necessario e, soprattutto, pienamente consapevole di tale pensiero, un pensiero che in precedenza abbiamo, infatti, giudicato indissolubilmente gnoseologico e metafisico. Dobbiamo aggiungere ora che anche l’epistemologia del Discorso viene azzerata e messa in discussione dalle successive Meditazioni e con questo azzeramento ricondotta, cioè fondata anch’essa, sul cogito e sulla dimostrazione dell’esistenza di Dio e dell’anima.

Il motivo per cui la metafisica ci appare come il cuore del pensiero cartesiano è qui, in questo radicalizzarsi del problema della certezza e dell’esigenza di verità che caratterizza le pagine delle Meditazioni. In altri termini, nella distinzione fra dubbio metodico e dubbio iperbolico.

Dubbio metodico e dubbio iperbolico

L’interesse che sembra spingere Cartesio alla formulazione delle sue riflessioni metafisiche, non sembra avere molto a che fare con i suoi interessi di scienziato. Fin dall’epistola iniziale che anticipa e sottolinea il contenuto teologico delle meditazioni, Cartesio avverte che si servirà di argomentazioni filosofiche, cioè strettamente razionali per dimostrare l’esistenza di Dio e dell’anima poiché

non sembra che nessuna religione, e forse anche nessuna virtù morale, possa convincere i non credenti, se prima non vengono loro mostrate mediante la ragione naturale queste due questioni. (15)

Cartesio, insomma, filosofo cristiano e militante, tanto da sentore addirittura il bisogno di giustificare i propri sforzi di condurre verità di fede (che andrebbero credute in quanto tali) a evidenze di ragione (che vengono credute per dimostrazione) poiché

è assolutamente vero che l’esistenza di Dio va creduta, perché così è insegnato nelle Sacre scritture, e, viceversa, che bisogna credere nelle Sacre Scritture, perché vengono da Dio. (16)

Tuttavia, la battaglia contro l’ateismo è di tale importanza per il destino della chiesa che Cartesio si dice certo che il vero intento dei suoi sforzi non verrà frainteso. Infatti, con riferimento alle dottrine dei pensatori atei e materialisti,

il Concilio Laterano tenuto sotto Leone XXX in porno gratis di belloporno […] ordina ai filosofi cristiani di confutare i loro argomenti e di impiegare le loro forze per la causa della verità.

Inoltre, e qui Cartesio si rivolge direttamente ai teologi della Sorbona

ho osservato che voi […] non solo asserite che l’esistenza di Dio può essere provata con la sola ragione naturale, ma anche dalla Sacra Scritture si inferisce che la sua conoscenza è più agevole delle molte che possediamo sulle cose create.

L’accenno alla ragione naturale ci rinvia all’inizio del Discorso. Qui Cartesio parla del lume naturale che è in ognuno di noi e che ci permette, ove sia ben condotto, di giudicare rettamente. Gli errori che gli uomini commettono spesso nel giudicare non devono ingannarci sulla natura del nostro intelletto. Esso è per sua natura perfetto e solo la confusione dei concetti, la precipitazione e la sofisticheria possono condurci all’errore. Il fine delle Meditazioni sarà quello di condurre questa ragione naturale alla certezza dell’esistenza di Dio con l’ausilio delle sue sole forze in maniera ben più radicale di quanto era stato fatto nel Discorso. L’indice di tale radicalità sta nella diversa natura che il dubbio scettico assume nell’una e nell’altra opera.

Nel Discorso, infatti, l’assunzione del dubbio ha una portata limitata. Qui non si arriva a mettere in questione veramente né la veridicità delle rappresentazioni sensibili né il valore delle matematiche. Si parla in genere di dubbio metodico. L’esercizio scettico di Cartesio è finalizzato a fare tabula rasa di tutti i procedimenti tradizionali di fondazione della metafisica. Per fare ciò è necessario semplicemente ricordare che

i nostri sensi a volte ci ingannano e tenere bene a mente che dal momento che ci sono uomini che sbagliano ragionando, anche quando considerano gli oggetti più semplici della geometria,

occorre considerare false tutte le ragioni che si erano considerate un tempo come dimostrazioni. Si badi bene che l’incertezza dei ragionamenti è assunta in base alle possibilità d’errore del soggetto giudicante. Più avanti Cartesio affermerà che l’ipotesi del sogno se riesce a porre in questione la veridicità delle nostre percezioni, non può fare altrettanto con le verità matematiche le quali, non avendo a che fare con la realtà esterna continuano ad essere comunque valide.

L’esperienza del dubbio nelle Meditazioni, invece, presenta tratti altamente drammatici e l’esigenza di mettere in discussione ogni certezza è perseguita con tenacia ben maggiore. In questo caso si parla comunemente di dubbio iperbolico. La differenza sostanziale con il ragionamento ben più agile del Discorso, è l’assunzione dell’ipotesi del genio maligno. Un essere “sommamente potente e astuto, che [… ha] posto tutto il suo zelo ad ingannarmi”.

A questo punto anche l’aritmetica e la geometria (nonché la fisica, l’astronomia e la medicina che si basano sull’osservazione) sono risucchiate nel gorgo dell’incertezza scettica. L’idea di un essere sommamente potente infatti, capace di chiamarmi all’esistenza e di costituire l’essenza mia e delle cose, mi obbliga a considerare altamente incerto anche il risultato di una semplice addizione o il computo dei lati di un quadrato.

Risulta ora chiaro quanto dicemmo sopra ovvero che l’evidenza del cogito benché sia della stessa natura dell’evidenza matematica (tanto che è proprio da quest’ultima che Cartesio è partito alla ricerca di una fondazione della sua metafisica) è tuttavia più radicale, e, di fatto, costituisce una garanzia di certezza che le matematiche non potrebbero opporre da sole all’esperienza del dubbio iperbolico.

Se, infatti, i matematici revocassero in dubbio tutte quelle cose che l’autore ha revocato in dubbio in metafisica, non sarebbero certo possibili dimostrazioni matematiche, mentre l’autore, nonostante tutto, ha dato dimostrazioni metafisiche. Queste pertanto sono più certe di quelle.