Amnesia Vivace Rivista off-line

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2010 odissea di AV

Tre coccodrilli di una morte annunciata

[...] cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.V. Sereni, Intervista a un suicida

Coccodrillo di Valerio Cruciani

Valerio Cruciani Si è spenta da un giorno all’altro. Oppure la progressione è stata talmente subdola, lenta, impercettibile, da non rendercene conto. Se ne è andata così, senza lacrime, senza abbracci davanti ad una tomba di birre e funesti festeggiamenti. Senza avvertimenti. Se ne è andata, Amnesia Vivace, e la rabbia, la desolazione, il lutto, sono tanto forti da doverli anestetizzare sotto coltri di lontananza, appuntamenti, lavori da 10 ore al giorno, compromessi teatrali, pubblicazioni in vista, università, matrimoni, videoblogs, fuggi fuggi generale tra le strade che ci hanno separato a forza, ci hanno voluto separare, l’ipocrisia, l’odio, la rabbia che sa di sputo e fango, l’impotenza, il senso di vuoto e inutilità, la clandestinità di una pubblicazione che non ha meritato neanche un “addio”, una bandierina a mezz’asta, neanche quella del negroni, non ha meritato questa morte uno schiaffo politicamente corretto o scorretto, una beffa, una discussione, una domanda “ma sbaglio o è da 5 mesi che non pubblicate niente di nuovo?”.

Ignoranza più totale, silenzio. Il silenzio nero e funerario che circonda il rumore assordante e luminoso di internet. Silenzio talmente potente che rende reale il virtuale e la realtà un inutile ammasso di carni, ossi (sí, ossi, non è un refuso, gli ossi delle bestie che mangiamo sono meglio delle nostre umanissime bianchissime ossa), facce che passano inosservate se non appartenenti ad un profilo, messaggi persi nel vuoto peggio della classica, stupida bottiglia dello stramaledetto naufrago sull’isola deserta.

E sarebbe giusto, ora, razionalizzare, contare gli anni, gli articoli, i collaboratori, il tanto lavoro volontario fatto con onestà intellettuale, generosità, voglia di stracciare i fottuti mulini a vento come tanti stupidi Don Quijotes. Questo lascia la morte di Amnesia Vivace (nessuno sa se ci sarà una resurrezione). Metafore degne della migliore canzoncina di Sanremo. Perché è una morte banale, scema, come siamo scemi noi redattori e fondatori di Amnesia Vivace, e nove anni fa, quando cominciammo, era scontato che saremmo finiti così, era scontato come le metafore mielose di questo necrologio. Perché cosa diavolo può resistere? Come può resistere un progetto del genere? Siamo arrivati al nono compleanno con gli occhi strabuzzati, pieni di rughe, ferite, occhiaie, talmente stanchi e cambiati da non renderci conto che davvero non ne potevamo più. Troppo amore per un figlio nato con il cancro.

Cosa sto accusando? Tutto e tutti. Ingiustamente, anche, non mi importa. Accuso tutto e tutti, dal collaboratore che ha scritto per noi solo un articolo con tutto il suo amore, al più prolifico professore universitario, accuso me stesso, tutta la redazione e i nostri stupidi litigi, l’Italia intera, l’ignoranza, la povertà ideologica, i portafogli vuoti e quelli pieni che non si sono aperti al momento giusto, accuso il narcisismo di tutti noi autori di articoli e “pezzi” che non abbiamo pensato ad andare oltre, non abbiamo pensato al corpo che moriva vivacemente nella simpatia della sua amnesia, accuso gli stranieri che ci hanno letto e che hanno scritto su Amnesia Vivace, per pensare che eravamo troppo bravi per essere italiani, o per pensare che non valeva niente il nostro progetto per essere privo dei fottuti sostegni ufficiali che nei loro Paesi si pescano come trote in un laghetto, accuso internet e i suoi meccanismi diabolici eppur necessari ed evoluti, accuso gli innocenti, perché colpevoli di cecità, ed accuso i colpevoli, perché ricoprono il ruolo di becchini.

Amnesia Vivace per ora chiude i battenti. Spero che vi nutriate con il suo corpo morto, che resterà lì, a disposizione di tutti, per un banchetto che spero sia pieno di commensali vestiti a lutto.

Spero che ci si avvicini con rispetto. Spero che qualcuno si strozzi con i resti. Che succeda qualcosa. O che non succeda niente. Ormai in internet si inciampa nelle cose. Per strada, invece, si scorre come flussi d’energia destinati a perderci nel nulla.
Valerio Cruciani

Coccodrillo di Fabio Massimo Franceschelli

Fabio M. Franceschelli Partiamo dai numeri: nata nel 2001, ha pubblicato 32 numeri trimestrali in 9 anni di presenza nel web. Vi hanno collaborato 74 autori per 482 articoli. Per la conoscenza dei primi sono disponibili le note biografiche: si passa da celebrati professionisti a giovani ricercatori, da promettenti neolaureati a “semplici” cultori della materia. Riguardo agli articoli, il teatro è stato l’asse portante con 200 scritti, e poi 33 interventi su discipline filosofiche e affini, 101 di critica sociale, 148 di critica delle arti. Tutto questo è Amnesia Vivace, web-zine di Critica dell’Arte e della Società. Tutto questo patrimonio di scritti, riflessioni, idee, è disponibile con pochi click di mouse, attraverso google che riporta la rivista sempre tra i primi risultati, o attraverso i vari indici analitici della webzine stessa, o ancora attraverso il motore di ricerca interno. Una casa virtuale frequentata tra gli altri da Pasolini e Adorno, Go Nagai e Eduardo, Bob Dylan, Piero della Francesca, Schönberg, Hegel, Gesù, San Paolo, Lutero, De Martino, Ipazia, Benigni, Cronemberg, Fassbinder, Lynch, Pirandello, Romero, Nietzsche, Marx, Aristotele, Anselmo d'Aosta, Cartesio, Heidegger, Popper, Bruno, Joyce, Beckett, Ovidio, Dante, Mann, Schiele, Pound, Freud, Tolkien, Dostoevskij, Cechov, Kafka, Bulgakov, Dick, Stockhausen, Zappa, Tenco, Einstein, Orwell, Shakespeare, Goethe, Lessing…

Quanta bella gente, eh? Quante gemme dello spirito e del pensiero, quanto potenziale concime per le nostre italiche e ormai aride menti, depauperate da tre lustri di quotidiana visione della misera soap opera The Rise And Fall Of B.

E allora perché? Perché questa solida montagna modellata sul trivio e sul quadrivio deve smettere di crescere? Perché questo piccolo ma a suo modo eroico tentativo di arginare l’imbarbarimento incipiente depone le armi? Perché questa gratuita offerta di saperi multipli ora si nega? Perché? Per tutti i motivi del mondo, il che equivale a dire per nessun motivo. Oppure “perché ‘ndranghete ‘ndringhete ‘ndrà…”, e questa ci sembra la risposta più sintomatica del nostro stato e dell’era che viviamo. Una risposta senza senso, ma forse la risposta più eloquente ad un “perché” sì tanto carico della storia dell’umana sofferenza. Perché ci si ferma? Perché ci si arrende? Perché si muore? Noi non lo sappiamo, non abbiamo risposta.

Ma non facciamone un dramma, cosa sarà mai una rivista web che cessa le pubblicazioni? Le parole non cambiano il mondo, giusto? Nessuno è insostituibile, giusto? Certo, ma il mondo in fin dei conti è fatto “solo” di tante parole e di tanti prescindibili nessuno, e la morte di qualche parola e la scomparsa di qualche nessuno è comunque l’aborto di un’infinita serie di possibilità.

Basta filosofeggiare, in realtà AV non muore ma per ora si ferma, riprende fiato, si fa l’anno sabbatico, si iberna aspettando il futuro, si mette in stand-by, si espone al Museo delle Cere, organizza la rivoluzione… trovate voi il termine giusto. AV chiude per ora le pubblicazioni ma resta sempre qui, perennemente on-line, col suo meraviglioso archivio di articoli, saggi, riflessioni, recensioni, tutto da saccheggiare.
Fabio M. Franceschelli

Coccodrillo di Marco Maurizi

Marco MauriziNon grideremo Amnesia Vivace è morta, Viva Amnesia Vivace!, perchè non c'è figliolanza che possa lenire, attraverso la discendenza degli intenti e delle opere, la mancanza per ciò che AV è stata e di cui è stata voce. Già, ma cosa è stata AV e a chi ha dato voce? Se avesse vissuto, se la sua vita fosse stata altro che misera parvenza, avrebbe generato, come ogni vita, dal rantolo d'amore e dalla passione delle viscere, un'alterità in grado di chiamarla "mammo". Ma così non è stato. Se, come pure era scritto nel suo statuto immaginario e nella buona fede e volontà dei suoi fondatori, avesse dato voce agli artisti e ai pensatori di cui aspirava ad essere l'organo e l'angelo custode, qualcuno si sarebbe accorto della sua dipartita celeste e, armatosi di urla e forconi, avrebbe reclamato quel po' di dignità che era la sua missione di vita e che invece converrà oggi preservare per una sua quanto più onorevole morte. Se il silenzio invece soffia sulla terra fresca di sepoltura, si può ben star certi che l'angelo è stato sterminato e che nessuno è giunto a reclamarne le ossa.

Ci siamo dunque mossi invano? La lunga marcia di AV attraverso il "deserto del reale" è stato solo un viaggio a tappe forzate immaginarie? Eppure su queste stesse pagine, a testimonianza di un lavoro quasi decennale che ha coinvolto tante menti e tante penne, c'è un intero archivio che reclama a gran voce i suoi lettori dalle mille facce e interessi, almeno pari a quella molteplicità che si è presa la briga di sottrare un senso al gorgo dell'informe e dell'impensato. Cosa è mancato allora per fare di questa legione qualcosa di più di un caotico ammucchiarsi di voci, il cui incontro non sembra oggi essere stato meno fortuito e più produttivo del vociare di una folla amorfa in una metropolitana? Perché è inutile nascondersi che non basta la già citata buona fede e volontà dei redattori di fare schermo tra la facciata immacolata di AV e la fogna dell'incultura italiana per trasformare questo vociare di sillabe e immagini in ciò che essa segretamente aspirava a diventare: una comunità. E così, siamo riusciti certo a fare della nostra esperienza qualcosa degno di diventare archivio, ma non siamo riusciti a fare in modo che questo archivio si mettesse in movimento e iniziasse a parlare con voce propria.

Forse era un fallimento annunciato, perchè nessuno può saltare oltre il proprio tempo e il nostro tempo non conosce spirito comunitario. AV sarebbe dunque nata morta e avrebbe continuato a vivere del mesmerismo delle sue voci interiori che continuavano a cullarla, incantarla, provocarla e incitarla. Una vita di sogni e visioni, sostenuta dalla forza delle parole di chi, tra i tanti collaboratori e sostenitori, le ha fatto dono di un'istante ulteriore di vita apparente. Ma è bastato il silenzio di un giorno per destarla alla vita che le mancava e dunque a spegnerla per sempre.

Non vorrei concludere questo addio senza una nota di speranza, seppure la cosa mi sembri palesemente contraddittoria e mi riesca difficile anche solo trovare un appiglio. E forse è sbagliato, dopo aver già celebrato un funerale prematuro (vedi AV #27), aspettarsi una risorgenza o magari una resurrezione da chi non ha ancora dimostrato di essere mai stato vivo. Quindi, almeno per oggi, amici, non c'è speranza e non c'è attesa. Anche perché, ne converrete, non c'è senso autentico di rinascita se prima non si fissa lo sguardo nell'oscurità irrevocabile della morte stessa. Consoliamoci, allora, pensando che se la perdita e il lavoro del lutto possono contribuire a tenere insieme gli esseri umani, forse la morte di AV non sarà stata in vano, e che una comunità, per quanto volatile e diasporica, potrà costituirsi nel ricordo di ciò che AV è stata e avrebbe potuto essere. Potremo così almeno consegnare AV al silenzio con la coscienza tranquilla: perché chi ha fallito la vita, come ci insegnava Gaber, non deve fallire la morte.
Marco Maurizi

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